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Antonella Muscatello, responsabile della Comunità terapeutica ''Totò Polimeni'' del Cereso, detta i ritmi della casa

La vita dopo la Comunità, i dubbi della responsabile

di Federico Minniti 20/01/2021

Antonella Muscatello, responsabile della Comunità terapeutica “Totò Polimeni” del Cereso, detta i ritmi della casa. La vediamo spesso “spuntare” di soppiatto per controllare che tutto vada per il meglio. Una presenza discreta, restia di fronte alle telecamere, ma non può esimersi dallo scambiare quattro chiacchiere con noi.

La docu-serie SanPa ha un merito oggettivo: ha rimesso l’emergenza droga al centro del dibattito. Certo che da Muccioli a Sant’Alessio ci sembra che la distanza non sia solo geografica...

La comunità in sé stessa lo strumento fondamentale per il cambiamento: il gruppo costituisce un elemento di cura, fornendo una possibilità di sperimentarsi. Al di là degli errori, i ragazzi si ritrovano come persone quindi possono mettere in gioco le loro capacità o scoprirne di nuove. La relazione tra loro permette di farle venir fuori.

Cosa vuol dire “Progetto Uomo”?

Le specifiche tecniche e terapeutiche che arricchiscono il progetto, la reciprocità come valore è il motore di tutto il cammino. Ovviamente, tutto questo, è sostenuto da una visione di uomo che per noi è invalicabile: il tossicodipendente non è un disagiato, ma è una persona dotata di risorse e possibilità. Per questo è il fautore del proprio cambiamento. Tutto quello che si struttura attorno è solo uno strumento per facilitare l’uscir fuori della bellezza che c’è in ognuno, indipendentemente dalle scelte fatte. Sono i comportamenti che vanno cambiati, le persone vanno sempre bene.

Accanto alle “ pietre di scarto”. Perché?

Per me è una grande grazia fare questo lavoro. È un’opportunità di stare sempre in contatto con te stesso. Sicuramente quello che testimoniano questi ragazzi è che la speranza di rigenerarsi è possibile per tutti. Negli anni ci siamo trovati ad accogliere ragazzi giovanissimi o persone avanti nell’età con lo stesso desiderio: venire fuori da un passato doloroso. Il potersi mettere accanto, il camminare con loro, per me è sempre un’opportunità grandissima. In questo tempo, poi, di distanziamento sociale, la comunità è in controtendenza perché venire qui ti insegna che soltanto la relazione ti salva. Ecco, dare il proprio piccolo contributo ti rende una persona vera.

In tanti si stanno chiedendo, in questi giorni, cosa le comunità dovrebbero fare per la società. Percorriamo la via inversa: cosa vi aspettate dal mondo “di fuori”?

Serve essere riconosciuti come portatori di un valore. Occorre dare ai ragazzi una voce, in quanto privati da tanti diritti. Ci sentiamo spesso soli; ci chiediamo chi pensa ai nostri ragazzi quando il tempo della comunità finisce? Tornano fuori e rimangono quasi sempre privi di opportunità: il cambiamento interiore ha bisogno di “gambe” per renderlo funzionale. Le Istituzioni, tranne progetti sporadici, non prevedono una programmazione organica per il “dopo”.

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