accedi | registrati | 26-2-2021

L'intervista al reporter di Avvenire in occasione della festa di san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa, patrono degli scrittori

Nello Scavo: «Essere giornalisti è una vocazione»

di Davide Imeneo 26/01/2021

Il 24 gennaio si celebra san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa, brillante scrittore e maestro di spiritualità, che contribuì al crollo della roccaforte calvinista. La sua intuizione di escogitare il sistema di pubblicare e di fare affiggere nei luoghi pubblici dei manifesti per incontrare i molti che con la sua predicazione non poteva raggiungere, lo fece indicare, nel 1923 da Pio XI, come patrono dei giornalisti e scrittori cattolici. Per l’occasione, abbiamo intervistato Nello Scavo, reporter di Avvenire, in prima linea nel raccontare le rotte migratorie, chiedendogli innanzitutto che senso ha fare il giornalista nel mondo di oggi…
«Mai come in questa epoca - ci dice - le informazioni circolano in grande quantità e velocità. Il giornalista, però, prima di tutto cerca le notizie. E oggi più che in passato ha il compito di rovistare dentro alla grande mole di dati, filtrarli, decodificarli, metterli in connessione tra loro e ricostruire fatti e contesti che sono notizia. La responsabilità del giornalista è quella “classica”: il giornalista è chi deve documentare dei fatti, raccogliere una serie di informazioni, incrociare dei dati, verificare le notizie per poi metterle in connessione tra di loro e offrirle al pubblico. Oggi cambiano gli strumenti con cui noi lavoriamo, la televisione, Internet, l’informazione tradizionale, ma la sostanza non cambia. Dal mio punto di vista il giornalista non è solo un testimone asettico e non racconta solo quello che vede. È vero che le regole classiche del giornalismo prevedono di sapere chi, che cosa, quando, come. La domanda fondamentale, però, è il perché. Lo sforzo, allora, deve essere quello di capire perché accadono certe cose, quali sono le ragioni di fondo».
«L’ho letto su Facebook». Cosa ti viene in mente quando senti questa frase?
Penso a quando si diceva «l’ho sentito in Tv». Eppure neanche allora il “media” era intrinsecamente affidabile. I social network sono uno strumento formidabile, anche per mettere sotto pressione quei giornalisti che credevano, per il solo fatto di appartenere a una “categoria”, di potere essere gli unici a far circolare le informazioni. Tuttavia proprio il bombardamento social, l’illusione della connessione in tempo reale, ha riportato in auge il nobile mestiere del cronista che si reca sul posto. Che non si accontenta delle informazioni per sentito dire. Andare sui luoghi è sempre complicato, qualche volta può essere pericoloso, altre volte è faticoso, spesso costoso. Quando vai sul posto, il problema è che tu stai guardando la realtà molto da vicino, quindi puoi raccontare quel pezzo di mondo nel quale ti trovi, però è indispensabile per ricostruire il contesto. Perciò la necessità oggi è sempre di più quella di raccontare la complessità e la globalità degli avvenimenti.
Ti sei sempre contraddistinto per aver raccontato le migrazioni in maniera autentica. Qual è stato il racconto più umanamente difficile che hai dovuto scrivere?
Non riesco a fare una graduatoria. Ogni reportage, ogni storia fa caso a sé, eppure è intrinsecamente legata a tutte le altre. In questi anni abbiamo raccontato i crimini contro i diritti umani attraverso gli sguardi e le voci degli scartati. Svolgendo ricerche sui trafficanti siamo arrivati a ricostruire la filiera degli abusi di Stato, delle violazioni dei diritti umani, sacrificati per interessi politici e criminali. Forse l’aspetto più difficile da raccontare è come questi giochi di potere precipitino sulle spalle di milioni di persone. Continui a ricevere minacce per il tuo lavoro. Come vivi questa situazione di rischio?
Con una certa serenità. Non per incoscienza, ma perché l’iniziativa sulla mia tutela è stata presa autonomamente dalle autorità che hanno ravvisato ragioni di intervento prima ancora che io stesso potessi rendermi conto dei potenziali pericoli. Lo considero un segno di attenzione ai giornalisti e soprattutto alla libertà di informare ed essere informati. E giacché rispondo a L’Avvenire di Calabria, posso anche confidare che ad occuparsi di organizzare la mia tutela è una eccezionale dirigente di polizia calabrese, che con umanità e dedizione non lascia nulla al caso.
Ci sono tanti giovani che sognano di fare i giornalisti. Consegna loro tre consigli per il loro futuro.
In verità non ho consigli. Per me il giornalismo è paragonabile a una vocazione. O ce l’hai, o meglio lasciar stare, specie di questi tempi, quando l’accesso alla professione è sempre più una chimera. È un mestiere totalizzante, che necessita di sacrifici, di studio continuo, di tenacia e anche ostinazione. Custodire e allenare la curiosità sono una dote essenziale, che però necessitano anche di empatia e un forte senso di indipendenza contemperato da tanta umiltà. Che si tratti di stampa locale o internazionale, il giornalismo è servizio alla comunità. Le denunce di una stampa libera che riesce a smascherare gli intrallazzi, ad esempio, in un piccolo comune non valgono meno di uno scoop sugli interessi sporchi con cui si cerca di condizionare le democrazie nel mondo.

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2021 ©avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative