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Al centro dell'appuntamento l'esperienza della «Rosa bianca» costituito da ragazzi poco più che ventenni

Incontro dell'Anassilaos dedicato al Giorno della Memoria

di Redazione Web 26/01/2021

In occasione del “Giorno della Memoria” 2021 l’Associazione Culturale Anassilaos si affida ancora una volta al Prof. Antonino Romeo che nel corso di questo decennio ha affrontato i diversi aspetti della Shoah giungendo, negli ultimi incontri, a studiare le radici politiche e ideologiche che alla Shoah condussero evidenziando anche i pochi casi di opposizione al regime hitleriano. Un incontro in remoto promosso congiuntamente con lo Spazio Open e disponibile su facebook e su youtube da martedì 26 gennaio.

Nei dodici anni di vita del Terzo Reich furono davvero pochi in Germania gli episodi di opposizione al nazismo e questo per tutta una serie di motivi. Fu determinante l’efficacia repressiva della polizia politica, la famigerata Gestapo, che decapitò sin dall’inizio le strutture della SPD e del KPD, impedendo il costituirsi di un’opposizione organizzata e concretamente operativa; altrettanto efficace e produttiva fu l’azione della propaganda, che creò intorno al regime un clima di crescente consenso, mentre i tedeschi tutti trovavano nelle parate militari, nelle scenografie di massa e nelle accoglienti strutture del partito nazista un rimedio alla loro crisi di identità scaturita dall’imprevista sconfitta del 1918. Il regime, inoltre, seppe attuare una politica sociale che, fondata sulla razzia dei beni di altri popoli ed in particolare degli ebrei, permise alla popolazione di affrontare senza grandi disagi anche gli anni della guerra e non va ovviamente dimenticato che nella cultura tedesca a tutti i livelli il rispetto dello Stato è un dato primario, quali che ne siano i suoi presupposti.

Il totalitarismo nazista era costruito su solide e molteplici basi, che alternavano repressione, educazione a senso unico, seduzione sottile e pervasiva, ricatto economico e richiamo agli ancestrali concetti di sangue e di razza. Non era facile sottrarsi a questa potente macchina, rivolta in ogni momento a cancellare ogni forma di originalità e di dissenso. Merita perciò considerazione – afferma il relatore - la vicenda della “Rosa bianca”, un movimento che operò a Monaco tra il giugno del 1942 e il febbraio del 1943, stilando e diffondendo sei volantini che chiamavano all’azione in nome della responsabilità morale che ogni individuo deve avvertire. Il gruppo era costituito da giovani poco più che ventenni, i fratelli Hans e Sophie Scholl, nati rispettivamente nel 1918 e nel 1921, Chistoph Probst nel 1919, Alexander Schmorell nel 1917, Willi Graf nel 1918. A guidarli c’era il professore Kurt Huber, ma quei giovani avevano la loro fonte di ispirazione più autentica in una religiosità viva e sincera e nella loro estrema curiosità intellettuale. Si erano formati nel movimento religioso del Quickborn (Sorgente di vita), che guardava al cristianesimo medievale e alla sua capacità di permeare ogni aspetto della vita individuale e collettiva; conoscevano la lezione del teologo Romano Guardini, orientata verso la conquista di un’effettiva autonomia spirituale e nel contempo critica verso le forme moderne di conoscenza e di onnipotenza tecnologica; guardavano con interesse alle dottrine orientali di Lao-Tse e al suo libro del Tao per raggiungere la virtù, che è fatta soprattutto di rispetto delle leggi di natura, in una visione di semplicità umile e pacifica nei confronti di tutti. L’esatto opposto, peraltro, di quanto prevedeva l’educazione nazista e di quanto la politica del Terzo Reich attuava ogni giorno e in ogni posto.

A questi princìpi dedotti dai loro studi, i giovani della “Rosa bianca” aggiunsero poi la lezione assorbita dall’esperienza fatta da alcuni di loro sui fronti di guerra, in Francia e in Russia, da Sophie in un ospedale, dove aveva conosciuto da vicino la campagna nazista contro le “vite non degne di essere vissute”, quelle dei malati e dei disabili. I loro volantini furono dapprima diffusi all’Università di Monaco, poi furono lasciati alle fermate degli autobus e nelle stazioni ferroviarie, poi ancora furono spediti per posta in altre località della Germania meridionale e dell’Austria, tanto da allarmare ed indispettire il regime, che non riusciva a venire a capo di questi misteriosi oppositori. Il 18 febbraio 1943, mentre l’armata di Paulus capitolava a Stalingrado, i fratelli Scholl e Christoph Probst furono sorpresi mentre lanciavano i loro volantini nell’androne dell’Università: fu un bidello, Jacob Schmid a fermarli e consegnarli alle autorità, che provvidero subito a processarli davanti ad un Tribunale del popolo. Il 22 febbraio il giudice Roland Freisler li condannò a morte e lo stesso giorno furono ghigliottinati: Hans Scholl gridò a gran voce “Viva la libertà”, in modo che tutti nel carcere sentissero quell’estremo messaggio e quell’auspicio di nuova vita.

Gli altri del gruppo furono processati e decapitati il 19 aprile successivo. Furono tutti accusati di tradimento verso la patria in armi, quella patria, si disse, che aveva loro consentito di studiare e di poter avere un futuro professionale: non capiva il giudice Freisler, non capivano i nazisti che nessun vincolo di sangue esime l’individuo dall’ascoltare innanzitutto la propria coscienza e dall’agire secondo i suoi dettami; non capivano che i diritti ineriscono alla persona e non possono essere barattati con la libertà e la dignità dell’individuo; non capivano che l’istruzione non può mirare a creare servi forniti di competenze, ma che la cultura, una volta assorbita, diventa essa stessa fondamento e pilastro della libertà. È questa la lezione della “Rosa bianca”, di quei giovani che sono rimasti eternamente tali e che dalla loro perenne giovinezza ci ammoniscono a considerare la cultura non superbo e sterile ornamento, non semplice strumento di realizzazione professionale, ma materia viva in cui ritrovare ogni giorno il motivo profondo della propria esistenza.

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