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Recovery Fund, ennesimo scippo del Nord sul Sud

Soldi e ''poteri forti''. Così il Nord continua ad attingere ai fondi destinati al Meridione. Ma tutti stanno zitti.

di Antonino Gatto * 28/01/2021

C’è in Italia una questione storica irrisolta come quella Meridionale che da anni, peraltro, si va aggravando per i contraccolpi negativi del taglio brutale della spesa sociale e dell’azzeramento sostanziale di quella infrastrutturale. Non è un caso ad esempio che in Emilia-Romagna l’80% dei Comuni disponga di un servizio di asilo nido pubblico mentre in Calabria lo stesso servizio è garantito solo nel 10% di comuni con una differenza di finanziamento procapite che va da 1286 ad appena 126 euro. Nella quasi generale inconsapevole indifferenza di chi subisce le conseguenze di questa disparità. Mentre, come ricorda Roberto Napoletano nel suo “La Grande Balla”, si calcola che circa sessanta miliardi l’anno che spetterebbero al Sud vengono, invece, dirottati alle Regioni del Nord con la conseguenza che il divario tra le due “Italie” si è andato ampliando: c’è un treno ogni venti minuti tra Torino e Milano, nessuno tra Roma e Reggio; al Nord c’è un insegnante ogni dieci studenti, nel Sud uno ogni 20. Quanto agli aiuti alle famiglie. la Campania può contare su trenta milioni, il Veneto su duecento mentre il Piemonte spende per i suoi servizi generali più di quanto spendono tutte insieme Campania, Puglia e Calabria.

C’era l’aspettativa che il progetto di Recovery Plan varato dal Governo potesse rappresentare l’occasione unica ed irripetibile per una inversione di tendenza nelle politiche di coesione territoriale capaci di ridurre il divario Nord-Sud nei servizi e nelle condizioni socio economiche. Tuttavia, per quanto sia dato sapere, sembra mancare l’obiettivo di considerare il Sud come priorità trasversale negli investimenti pubblici programmati. Malgrado qualche recente aggiustamento in senso meridionalista della filosofia del Piano rispetto alle sue bozze iniziali . È il caso di ricordare che l’Europa ha assegnato all’Italia una dote di 209 miliardi di euro sulla base di tre parametri: popolazione, reddito pro-capite e tasso medio di disoccupazione negli ultimi cinque anni. Tenendo conto del solo criterio della popolazione, al contrario, il nostro Paese avrebbe ricevuto solo 97 miliardi e mezzo di euro. Se ne deduce che le maggiori risorse assegnate all’Italia sono state determinate dalla considerazione delle condizioni economiche della popolazione del Mezzogiorno dove ben nove regioni si collocano sotto media per il Pil pro-capite e sopra media per tasso di disoccupazione.

Ebbene, nel riparto nazionale delle risorse da assegnare il Governo ha tenuto conto solo del parametro della popolazione. Al Sud, pertanto, è previsto che vada una quota del 34 per cento (quanto la proporzione delle popolazione residente) mentre dovrebbe beneficiare di non meno del 65 per cento delle risorse complessive per come previsto dalla Commissione Europea. Si consuma, quindi, un ulteriore scippo, ai danni della parte più debole del Paese: una conferma della confidenza nell’abituale modello di sviluppo basato sull’idea dello sgocciolamento, secondo cui i benefici concessi alle classi più abbienti o ai territori più sviluppati, grazie al gioco del libero mercato, hanno una “ricaduta favorevole”, ovvero “sgocciolano” anche sui poveri e sui territori più svantaggiati. Con queste premesse, non sorprende che alla Calabria sia stato destinato meno del minimo sindacale. In particolare l’intervento più rilevante riguarda le infrastrutture ferroviarie. Cioè investimenti per la massima velocizzazione della linea Napoli- Salerno-Reggio Calabria che, ovviamente è cosa ben diversa dalla ferrovia ad Alta Velocità, e l’upgrading ed elettrificazione della linea Ionica Sibari-Catanzaro Lido- Reggio Calabria: niente di pù rispetto a quanto da tempo programmato.

Nessun intervento risolutivo è stato previsto per la definitiva valorizzazione di tutte le potenzialità del Porto di Gioia Tauro, archiviato l’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, ignorato il sistema aeroportuale regionale, salvo la previsione di una residua ipotesi di digitalizzazione. Ovviamente il Sud necessita non solo di infrastrutture fisiche ed immateriali ma di tutto un insieme coordinato di interventi che migliorino lo standard delle relazioni e del buon vivere : dalla qualità della sanità a quella del sistema educativo e della ricerca ordinaria e d’eccellenza, dall’innovazione tecnologica alla svolta digitale e green al rafforzamento qualitativo e quantitativo del tessuto produttivo. Non a caso, di recente il Direttore Generale per le politiche urbane e regionali europee Le Maître ha ribadito quanto sia essenziale “che nel redigendo Recovery Plan il Mezzogiorno recuperi, attraverso proposte organiche e misurabili, un ruolo ed una dimensione adeguata in modo da diventare attore diretto della crescita del Paese”. A qualcuno dovrebbe pur venire il dubbio che lo sviluppo del Sud possa essere funzionale a quello del Nord. Se si considera che un euro investito al Sud secondo stime attendibili produce circa 1,3 euro in termini di valore aggiunto di cui il 25 per cento “ritorna” alle regioni del Centro- Nord.

* già professore di Economia Applicata presso l’Università degli studi di Messina

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