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Roberto Di Palma, procuratore facente funzioni del Tribunale per i minorenni apre una riflessione provocante

Il magistrato: «Minori e reati? Occhio alle famiglie adolescenti»

di Federico Minniti 04/02/2021

Di chi è la responsabilità? Mia, tua. No, forse vostra. Entrando nello studio di Roberto Di Palma, procuratore facente funzioni presso il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ci potremmo aspettare un atteggiamento inquisitore. Invece, quando parliamo dei casi di violenza tra i minori, il magistrato di lungo corso sveste la toga per indossare i panni dell’adulto. Sì, perché a furia di ricercare le cause che scatenano comportamenti scorretti o addirittura illegali, l’attuale procuratore reggino si è scontrato in vuoti educativi incancreniti. Le definisce “famiglie adolescenti” parafrasando il titolo di un libro cult di Massimo Ammaniti.

Chi sono i ragazzi che arrivano in Tribunale?

Occorre delineare almeno tre “categorie”. In primis, ci sono quei ragazzi che un tempo sarebbe stati definiti come «indisciplinati». Totalmente estranei a contesti mafiosi o di degrado socioeconomico. Spesso e volentieri per assenza di figure familiari forti intraprendono strade sbagliate: risse, furti e bullismo sono alcuni dei reati più frequenti. Altri casi emergenti riguardano i reati a sfondo sessuale, una vera piaga per i nostri tempi: parecchi fascicoli vengono iscritti per pedopornografia e revenge porn.

Poi ci sono quelli che lo slang mediatico definisce “baby-gang” o “rampolli di mafia”?

Rapine, estorsioni, ricettazione, ma anche lesioni personali che però vanno lette in un’ottica associativa. In loro conta tantissimo l’estrazione familiare o anche il territorio da cui provengono: sono atti prodromici per diventare ‘ndranghetista. Si tratta, usando il gergo mafioso, di “azionisti” che vogliono mettersi in mostra agli occhi dei clan. È un vero e proprio serbatoio per le famiglie mafiose con un risvolto ancora più triste: questi giovani non si rendono conto che diverranno dei “vuoti a perdere” che una volta usati verranno “parcheggiati” dalle ‘ndrine. A questi si affiancano, invece, l’espressione giovanile della borghesia mafiosa i cui reati sono più caratteristici e organici all’organizzazione malavitosa.

Una “vita spericolata” pubblicizzata sui Social network...

Uno dei primi step della crescita è l’inserimento, cioè che ciascuno si senta accettato e inserito nel gruppo. Lechallenge, le sfide che gli adolescenti si lanciano sui Social network, sono il punto di incontro tra l’essere e l’essere riconosciuto. Che poi è una forma antropologica vecchia quanto il mondo: parliamo di iniziazioni e battesimi. Oggi viene mediato attraverso uno smartphone; l’uniformazione estetica, d’altronde, oggi è evidentissima: stesse scarpe, stessi jeans, stesso maglione. Questo ha un riscontro anche sotto l’aspetto dei reati: chi nasce in determinate realtà, non può non fare furti. Lo stesso avviene per i reati sessuali: spessissimo sono situazioni vissute e sviluppate in gruppo.

L’età del consumo delle droghe pesanti è crollata. Perché avviene?

Banalmente potremmo dire che è un processo di emulazione: se il mercato offre, il pubblico consuma. Però dobbiamo fare un altro tipo di riflessione: guardiamo gli effetti a valle senza capire cosa succede a monte. Ci spieghi meglio. C’è una grande assenza della struttura familiare. I ragazzi non vengono più seguiti: c’è un rimpallo di responsabilità tra famiglia e agenzie educative. In sostanza: mancano i punti di riferimento. Le posso fare un esempio?

Certamente.

Da ragazzo, io sapevo di essere controllato dalla mia famiglia. Oggi, purtroppo, questo non avviene: la notte di San Lorenzo, al Pronto soccorso arrivano ragazzi di 12, 13 e 14 anni in pre-coma o coma etilico. Quando gli operatori sanitari chiamano a casa, sa qual è la risposta dei genitori? «Veniamo più tardi non appena ci svegliamo». Questi sono fatti: le conclusioni che traggono sono oggettive. Un disinteresse così marcato da parte dei genitori che non si preoccupano preventivamente di cosa fanno i loro figli e neppure di comprendere cosa sia accaduto successivamente. C’è una grossa carenza di “presenza” nella vita dei loro figli: parliamo già da quando sono bambini. L’essere genitore non è un interruttore della luce: è questione di credibilità ai loro occhi. Non dimentichiamoci che i figli sono dei giudici spietati di fronte alle mancanze dei propri genitori.

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