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Quasi dodicimila hanno detto ''sì'' in tutta la Calabria. Di questi, tremila risiedono a Reggio

Aido, impegno culturale per stimolare l’altruismo estremo

di Federico Minniti 28/02/2021

La nostra visita presso la sede dell’Avis reggina ci consente di conoscere e scambiare delle battute anche con le donne e gli uomini dell’Aido calabrese. L’Aido, per chi non la conoscesse, è l’associazione italiana per la donazione di organi e vanta una lunga tradizione in riva allo Stretto. Per chi ha vissuto gli anni ‘90 è indimenticabile il clima di affetto collettivo che avvolse la storia di Nicholas Green, bambino statunitense ucciso da un proiettile vagante durante una sparatoria sulla Salerno-Reggio Calabria all’altezza del vibonese. I suoi genitori deciso immediatamente per la donazione degli organi e quel gesto scosse l’opinione pubblica, era il 1994, aprendo una breccia nella coscienza collettiva in merito alla donazione degli organi.

Oggi il dibattito sul tema si è affievolito, ma a tenere alta l’attenzione ci pensano i volontari dell’Aido. Come dicevamo ne abbiamo incontrati un gruppetto: Nicola Pavone, Antonio Palmenta, Antonino Cutrupi, Maria Veccia e Pasquale Conti. Ciascuno ha un ruolo associativo, ma ciò che conta è il loro amore per l’Aido e per quello che rappresenta. Nicola Pavone, che è il presidente regionale dell’Aido Calabria, ci racconta come sul territorio regionale ci siano quasi dodicimila donatori, di cui tremila risiedono a Reggio Calabria che rimane città-guida rispetto alla donazione degli organi. Sono numeri che non possono essere cristallizzati: «La volontà va ribadita ogni volta che si rinnova la carta d’identità - spiega Pavone - e conta sempre l’ultima dichiarazione. In tal senso bisogna stare attenti ad esprimere questa volontà e non darla per scontata». Un passaggio “tecnico” che si aggiunge alla necessità di avviare una massiccia campagna informativa sul tema: «Il lavoro più importante da fare è con i ragazzi.

Sono loro a sensibilizzare le famiglie e creare un confronto su questo tema». Pavone è consapevole che si tratta di una scelta molto delicata: «Spesso si fa grande confusione tra morte celebrale e coma. Sono momenti dolorosi dove spesso i parenti si trovano a fare una scelta senza avere il clima mentale giusto per affrontarlo». Insomma, se si ha il desiderio di rendersi utili anche dopo la morte, la via privilegiata è quella di iscriversi all’Aido: in associazione saranno reperibili tutte le informazioni del caso.

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