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Il 9 maggio il giudice "ragazzino" verrà beatificato: il suo cammino di fede e l’amore per lo studio raccontati da padre Pasquale Triulcio

Rosario Livatino presto beato, una figura da riscoprire

di Pasquale Triulcio * 03/03/2021

Canicattì è un grosso comune agricolo della provincia di Agrigento, l’antica Girgenti, nota in tutto il mondo per la Valle dei Templi. A Canicattì nasce il 3 ottobre 1952 Rosario Angelo Livatino, figlio di Vincenzo, avvocato, e di Rosalia Carbo. La famiglia Livatino è assai conosciuta e stimata in città. Il nonno del futuro giudice si chiamava a sua volta Rosario, aveva svolto la professione di avvocato e nel 1928 aveva ottenuto dal comune l’appalto dell’esattoria nella quale aveva trovato impiego l’avvocato Vincenzo. La formazione umana del ragazzo procede insieme con la sua devozione religiosa. Egli frequenta la chiesa di san Domenico dove va a Messa tutte le domeniche e riceve la Prima Comunione nel 1964 nella cappella dell’Istituto Santa Caterina da Siena di Napoli, presso la comunità salesiana dove risiedeva una prozia suora. Frequenta Azione Cattolica. Sarà un ottimo liceale presso l’Ugo Foscolo di Canicattì. Il suo insegnante di religione, mons. Restivo, ha testimoniato: «Ogni tanto gli davo il libro di testo in mano e gli chiedevo di commentare, di fare lui la lezione, insomma. E ne restavo ammirato…». Così il prof. Peritore di filosofia: «Rosario viene educato scrupolosamente dalla sua famiglia a un cattolicesimo tipico di una famiglia media. Entra al liceo classico e qui fa i conti con sant’Agostino, san Tommaso, Campanella, Cartesio… Di questi recepisce la lezione, e il suo diventa il cristianesimo della ragione». Ha scritto Ida Abate, altra sua professoressa al liceo: «Rispetto dello stato e del diritto erano per lui la religione del dovere che egli professava nella vita di tutti i giorni e che si intrecciava indissolubilmente, nella sua vita interiore, con una profonda fede in Dio». Al momento di scegliere la facoltà nel 1971, Rosario non ha dubbi. Si iscrive a Giurisprudenza presso l’Università di Palermo. Con questi sentimenti egli si laurea nel 1975 e nel 1978 entra in magistratura. Scrive nell’agenda nella quale riporta le sue riflessioni: «Ho prestato giuramento; da oggi sono in magistratura… Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige». Nel 1979 Livatino entra come pubblico ministero alla procura della repubblica di Agrigento, un incarico che manterrà per 10 anni, scandito da una quotidianità quasi ascetica. Ogni mattina si trasferiva da Canicattì ad Agrigento. Arrivato a destinazione, si dirigeva alla Chiesa di san Giuseppe per una breve preghiera, poi si recava in ufficio e si immergeva nel lavoro fino a sera inoltrata. Parlando di fede e diritto affermava: «Rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione per Dio… Il rapporto con Dio, inoltre, permette che la giustizia, che non è fine a sé stessa, sfoci nella carità, che fa sì che la sanzione che il giudice deve a volte comminare non sia solo forza punitiva, ma servizio di speranza e di recupero per il condannato stesso». Non mancò nel 1986 un periodo delicato durante il quale il Signore sembrava più lontano, il servizio alla giustizia più amaro per il timore che ne potessero venire delle ritorsioni ai genitori. Da questi mesi travagliati Rosario esce con la decisione di accostarsi alla cresima e di intensificare la sua vita di pietà. Ha scritto il suo parroco: «Giungeva in Chiesa con alcuni minuti di anticipo e si preparava alla partecipazione alla Santa Messa. Spesso si accostava al sacramento della riconciliazione e dell’Eucarestia». Nel 1989 Livatino diventa giudice a latere. Sa di essere su una polveriera, ma va avanti e sulla sua agenda scrive: sub tutela Dei, sotto la protezione di Dio. Egli ha tra le mani le carte più scottanti, segue i processi più insidiosi, ma nessuno sembra preoccuparsi di lui. L’epilogo è dunque segnato. Il 21 settembre 1990 come ogni giorno Rosario percorre la statale 640 per recarsi al tribunale di Agrigento. Viene raggiunto da un commando e barbaramente assassinato. Nel 1993 san Giovanni Paolo II, in occasione della celebre visita in Sicilia, incontrò i genitori di Rosario. Nel 2016, infine, l’anno del giubileo di misericordia è arrivata presso il quotidiano cattolico “Avvenire” una lettera di conversione che era contemporaneamente una richiesta di perdono di uno dei suoi assassini. Scriveva dal carcere Domenico Pace: «La fede mi aiuta a sperare che il giudice Rosario Livatino mi abbia perdonato… Credetemi lo sento vicino, ogni istante è con me e mi aiuta a vivere con forza d’animo la pena infinita che sto scontando».

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