accedi | registrati | 17-4-2021

Una nota in occasione del cammino delle Chiese calabresi verso il Convegno Regionale sulla Catechesi

Catechesi per la vita cristiana, le indicazioni di Bertolone

di Redazione Web 01/03/2021

di Vincenzo Bertolone * - Carissimi presbiteri, carissimi diaconi, carissimi religiosi e consacrati nei vari Ordini e Congregazioni, carissime catechiste e catechisti, carissimi fedeli tenendo conto del cammino delle Chiese di Calabria verso un Convegno Regionale sulla Catechesi e nel 60° anniversario della nascita dell’Ufficio catechistico CEI, ho deciso di scrivere ed inviarvi questa istruzione. 
 
Comunicare la fede in maniera kerygmatica e mistagogica. Lasciatemi, carissime e carissimi, esprimere particolarmente a voi, sulla soglia della Quaresima – periodo opportuno di intensa preghiera, catechesi, digiuno e penitenza – e con l’avvicinarsi dell’avvio dell’anno giubilare della cattedra episcopale di Catanzaro (dal 16 luglio 2021), alcuni punti che ritengo fondamentali, per realizzare in pieno nel nostro territorio arcidiocesano l’auspicio ecclesiale condiviso di una catechesi finalmente kerygmatica e mistagogica, in grado di ri-generare profondamente il tessuto della nostra Chiesa particolare. Come insegna papa Francesco, «abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. Il kerygma è trinitario. È il fuoco dello Spirito che si dona  sotto forma di lingue e ci fa credere in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione ci rivela e ci comunica l’infinita misericordia del Padre. Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”. Dire che questo annuncio è “il primo”, non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti. Per questo anche “il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato”».
 
Un’antica lezione di Ruperto di Deutz. Rigenerare il tessuto cristiano di una comunità, significa riscoprire il grembo battesimale della Madre- Chiesa, come si legge in un antico testo medievale: «Dio nel suo disegno di salvezza aveva disposto che il Verbo si facesse prima “voce” e “parola” attraverso il cuore e la bocca dei profeti, e poi si facesse carne nel grembo della Vergine Maria. Così facendo, il Verbo di Dio diventato carne, il Figlio di Dio fattosi uomo, si sarebbe chiamato e sarebbe stato realmente sposo. Tutta la Chiesa sarebbe convolata a questa offerta nuziale, pur senza lasciare il Padre che fino ad allora essa aveva chiamato suo unico sposo. Ora la Beata Vergine è stata la parte migliore della Chiesa antica (= Israele) e ha meritato di essere sposa del Padre; ma è stata ancor più il tipo esemplare della giovane Chiesa, sposa del Figlio di Dio, cioè del suo stesso Figlio. Infatti quello stesso Spirito che nel suo grembo ha operato l’incarnazione dell’Unigenito di Dio, nel grembo della Chiesa - cioè nel lavacro vivificante del battesimo con la potenza della grazia avrebbe rigenerato una moltitudine di figli a Dio. (...) Ma quando venne la pienezza dei tempi, allora tutto l’affetto, l’amore, la forza generatrice di Dio si posò sulla Vergine, che meritò di udire dall’angelo le arcane parole: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35)»2. Giocando sulle immagini della voce e della carne, il monaco Ruperto rilegge la vicenda e il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che viene assimilata alla configurazione di uno Sposo per la Chiesa-giovane Sposa, di cui è emblema la vicenda nuziale della Beata Vergine Maria. Così come lo Spirito Santo, operando nel grembo verginale di Maria, ha operato l’incarnazione dell’Unigenito di Dio, altrettanto dovrà avvenire nel grembo della giovane Chiesa: in essa, il medesimo Spirito, mediante il lavacro vivificante del Battesimo con la potenza della grazia, avrebbe rigenerato una moltitudine di figli a Dio.
 
L’evangelizzazione e la catechesi portano a compimento il processo di rigenerazione della Parola del Padre celeste nei credenti. Ruperto di Deutz– oblato fin da bambino (come prevedeva l’antica Regula benedettina) all’abbazia benedettina di san Lorenzo in Liegi –, per quantità di opere è secondo soltanto ad Agostino, perciò resterà l’Autore più seguito della filosofia e della teologia del basso Medioevo3. Egli si mette a scrivere di teologia e di esegesi soltanto al termine di una dolorosa crisi spirituale, che risale all’antagonismo col Vescovo e feudatario di Liegi, dal quale Ruperto non volle ricevere l’ordinazione sacra fino a quando il prelato, impegnato nella lotta per le investiture, non si riconciliò con papa Pasquale II (nel 1108). Solo nell’unione tra Chiesa locale e Chiesa di Roma, infatti, il monaco Ruperto può dare senso al suo sacerdozio e al suo mettersi a rimeditare e a scrivere sul testo biblico, che egli rilegge costantemente sotto la guida dello Spirito Santo che, solo, consente di interpretare la Bibbia. Lo stesso rimanere sempre in monastero da parte di Ruperto, indica che la fonte, che è Gesù Cristo, disseta più delle fontane degli uomini se si svolge in ambienti che  uniscono saggiamente lavoro e preghiera, azione e contemplazione, mente e cuore. L’itinerario quaresimale è un po’, per noi cristiani di oggi, come uno speciale cammino monastico, in cui associamo lavoro e preghiera, azione e meditazione, digiuno e penitenza. Rimeditiamo e attualizziamo le riflessioni di questo monaco medievale, che assimilava il processo di rigenerazione battesimale alla nascita dall’utero femminile della giovane Chiesa, dalla quale il Signore Gesù genera sempre di nuovo dei figli al Padre celeste. In questa linea, nella discussione ecclesiale e catechetica di oggi si va diffondendo sempre più il termine generatività. Esso viene dal verbo generare.
 
Generatività, cioè? Più che come sostantivo, il termine è stato utilizzato nella forma aggettivale “generativo”. Etimologicamente, generare è collegato a tutta una serie di termini quali generosità, genialità, genitore, genesi, gente, genuino, originale. La radice latina gen esprime l’idea di qualcosa che viene alla luce, per usare un termine derivato dall’agricoltura germoglia, e che è capace di durare nel tempo lasciando un segno. La stessa parola felicità deriva dal latino fecundus che indica appunto la capacità della vita di generare altra vita. “Ciò che è vivo dà frutto”, scriveva il filosofo Schelling. Ancora una volta attingiamo alla sapienza contadina: per capire se una pianta è viva o morta guardiamo se anche da rami apparentemente secchi riesce a spuntare qualche nuovo germoglio. Ma ancora più espressiva è la radice greca -ghìgnomai- che significa essere, far essere, far accadere. Si tratta della capacità, tipicamente umana, di mettere al mondo, al di là dell’aspetto biologico (il mettere al mondo un figlio). “Generare” è espressione di quella energia interna che apre le persone al mondo e agli altri, così da metterle in grado di agire efficacemente e contribuire creativamente a ciò che le circonda. Facendo essere, la generatività ci permette di essere ciò che costitutivamente siamo: esseri costantemente in relazione: con noi stessi, con gli altri, col creato, con Dio. La “generatività”, nella logica battesimale ecclesiale, va riletta dunque come codice simbolico. Esso ci  fa rivolgere, in particolare, uno sguardo intenso a tutte le mamme, e, attraverso l’apporto del loro uomini, allarga l’orizzonte alla trasmissione e alla tutela della vita, non limitata alla sfera biologica, che potremmo sintetizzare attorno a quattro verbi: desiderare, mettere al mondo, prendersi cura e lasciar andare. Oltre che la sfera biologica, la generatività -che è anche una caratterista della Chiesa-madre- deve caratterizzare ogni altra azione umana, la stessa attività produttiva e perfino l’economia, che oggi sta percorrendo le logiche del dono, piuttosto che del profitto a oltranza e del consumismo smodato. Un’economia basata soltanto sulla quantità, infatti, produce diseguaglianze ed è entropica con l’ambiente, come abbiamo verificato drammaticamente nella stagione della pandemia globale. Il problema nasce, appunto, quando produzione e consumo pretendono di diventare realtà assolute e di dare senso alle nostre vite, fino all’ossessione del controllo. Al contrario il “generare” è un movimento antropologico basato sul prendersi cura, è la condizione essenziale per capire chi siamo, è la circolazione della vita e della libertà attraverso ed oltre ciò che facciamo noi.
 
La generatività sociale. Sul piano socioeconomico la Chiesa, sollecitata anche dall’evento Economy of Francesco (al quale sono state selezionate numerose proposte di giovani calabresi) si parla giustamente di “generatività sociale”4. La generatività sociale si sviluppa in tre fasi, tutte ugualmente ritenute indispensabili: mettere al mondo (fase imprenditiva-creativa), prendersi cura (fase organizzativa), lasciare andare (fase transitiva). Leonardo Becchetti, noto economista e rappresentante delle CVX – La Comunità di vita cristiana – presso Retinopera, uno dei principali studiosi del tema nel laicato cattolico italiano, ritiene che proprio la  generatività debba costituire un pilastro della nuova Europa, intesa come la capacità di essere creativi e produttivi che deve poter valere anche per le persone più deboli come gli anziani o gli emarginati. Una capacità di dare senso anche spirituale alla vita, che va sempre sostenuto, considerando che ogni espressione della vita non va mai sprecata. Nel suo blog di La Repubblica, La felicità sostenibile, Becchetti sostiene che: «in economia esistono solo due operazioni. La prima è 1+1=3 ed è la superadditività generata dalla fatica di costruire fiducia e di cooperare tra diversi che produce un totale superiore alla somma di quello che avremmo fatto separatamente da soli. L’unione fa la forza, le diverse competenze e punti di forza diventano tessere di un puzzle più grande. La seconda è 1 contro 1 che fa sempre meno di 2. Ovvero quando qualcuno pensa di essere più intelligente fa il prepotente e sceglie la via del conflitto per strappare un pezzo più grande di torta la torta si riduce perché il conflitto distrugge valore. Questo vale per le guerre commerciali coi dazi tra paesi come per i conflitti etnici, tra i Nord e i Sud, tra nativi e migranti e persino tra condomini. L’errore generale dei sovranisti che spiega tutti gli altri è credere che la seconda operazione sia meglio della prima. Mentre invece è sempre un disastro, umano, sociale ed economico»5. Dalla “generatività sociale” ricaviamo anche le tre fasi costitutive che muovono ogni atto generativo e che, pertanto, possono rivitalizzare la nostra riscoperta della generatività del grembo battesimale della Chiesa: mettere al mondo, prendersi cura, lasciare andare.
 
La potenza generativa primigenia è lo Spirito Santo. «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano» (At 2,1-2). Per poter apprezzare il tema della  “generatività” in rapporto alla Chiesa, chiamata ad essere perfetta nell’unità, nella comunione e nella trasmissione della fede, prendendo come riferimento l’icona biblica di At 2, con chiarezza siamo chiamati a ribadire che, nella Chiesa-sposa, colui che compie l’atto proprio della generatività è lo Spirito Santo. La vita, data dallo Spirito di Dio alla Chiesa si configura come movimento di rinascita, di nuova creazione, di perenne rinnovamento, di costante rigenerazione dell’uomo. La narrazione della Pentecoste, così come narrata dagli Atti degli Apostoli, ci attesta come lo Spirito Santo, simile al fragore di un tuono e al vento che si abbatte gagliardo, appare e si posa sugli Apostoli e su quanti sono con loro nel Cenacolo. Così venendo, Egli mostra e rivela tutta la sua potenza: nessuno mai lo potrà fermare, nessuno lo può imprigionare né incatenare o arrestare. Appena si posa sugli Apostoli, compie la sua prima opera generativa: dona agli Apostoli il potere di parlare le lingue degli esseri umani, a qualunque cultura o etnia appartengano. Quanti sono presenti in Gerusalemme per la festa -vi è presente il mondo intero del primo secolo d.C.- ognuno ascolta gli Apostoli parlare la propria lingua. Con gli Apostoli, che parlano la lingua di Gesù, che è l’amore sino alla fine, si ricompone il genere umano. Finisce per sempre Babele e la civiltà che essa aveva costruito fra gli uomini. La folla rimane però fuori del mistero. Vede i frutti, ma non conosce l’albero che li ha prodotti. Pietro prende la parola e spiega ogni cosa: illumina i cuori sul mistero che si sta vivendo e di cui loro stessi sono partecipi; annunzia il compimento della profezia di Gioele: è nata l’era del dono dello Spirito Santo ad ogni persona: anziani, uomini, donne, bambini, servi, serve, piccoli, grandi… Tutti possono ricevere lo Spirito Santo, tutti possono essere rinnovati dalla sua grazia e verità. Lo Spirito Santo è però l’opera di Cristo Gesù. È Lui che dal Cielo lo ha effuso. Ma chi è Cristo Gesù? È il Crocifisso che ora è il Risorto. La crocifissione è storia  che tutti loro conoscono. La risurrezione è annunzio, rivelazione, proclamazione fondata però sulla verità storica. La risurrezione è storia invisibile di Gesù Signore, ma vera, verissima storia. Lo Spirito Santo, fonte della generatività, tocca il cuore delle persone; nasce così la domanda: cosa dobbiamo fare per divenire, come Chiesa-madre, un grembo generativo, partecipe del mistero, per essere anche noi parte di questa storia? Ci si deve convertire, abbandonare il mondo del male, della falsità, entrare nel mondo della verità, della carità, dell’amore, lasciarsi battezzare e ricevere lo Spirito Santo. Questo però ancora non basta: bisogna aggregarsi alla comunità e vivere secondo la legge della comunità che è fatta di una quadruplice perseveranza: nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nella frazione del pane, nelle preghiere. Se non si persevera in questi quattro momenti della vita della comunità cristiana, ben presto il mondo, col suo peccato, ci riprende e ci riconduce nel suo baratro. Più che generativa la Chiesa, se ostacolata dal peccato, soprattutto se si lasciasse asfissiare dalla zizzania mafiosa, seminata dal Nemico, diverrebbe de-generativa, perché impedirebbe a molti cuori di accedere alla salvezza.
 
Generare e rigenerare. Un processo senza fine nella Chiesa. La generatività umana, dal punto di vista biologico, psicologico ed economico, è connessa profondamente col desiderio. Non c’è generatività ecclesiale senza desiderio, anch’esso mosso e suscitato dallo Spirito Santo. Un desiderio che, creativamente, ci proietta verso il futuro, spingendoci a fruttificare e per questa via a raggiungere la realizzazione di sé. Manifestazione di quella “fame di essere” che si traduce poi nella ricerca dei modi per dispiegare la propria energia vitale. Come un “vuoto promettente”, il desiderio stimola il soggetto umano a una ricerca continua, con una inquietudine che lo spinge a non accontentarsi della realtà per come essa è. La generatività ecclesiale costituisce una delle vie attraverso  le quali il desiderio cristiano riesce a prendere forma, ingaggiando il soggetto verso un Altro-da-sé, lo Sposo-Gesù, a cui si lega, ma, al tempo stesso, lo supera. Ecco perché la generatività non si riduce all’atto di generosità, come momento isolato: in quanto processo aperto, in dialogo continuo con il contesto e le circostanze che si vengono a creare, la generatività ecclesiale tende ad assumere la caratteristica di una forma di vita dinamica, che si sviluppa nel tempo e ripristina il rapporto tra i rigenerati, che si riscoprono volto tra i volti. Facendo ancora una volta riferimento al testo di At 2, ricordiamo come coloro che ascoltarono la predicazione di Pietro, sentendosi trafiggere il cuore, iniziano un vero e proprio dialogo con l’Apostolo, alla cui origine c’è proprio il desiderio che li spingeva a chiedere che cosa devono fare per aderire alla parola di Cristo: «All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse loro: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2, 37-38). Sempre più viene mossa oggi alla Chiesa l’accusa di non essere più centro di attrazione, specie verso i più giovani. Il Documento finale, frutto dei lavori sinodali sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale, così si esprime in merito all’attuale situazione della parrocchia, la più piccola e immediata porzione del popolo di Dio in un determinato territorio: «Pur rimanendo la prima e principale forma dell’essere Chiesa nel territorio, diverse voci hanno indicato come la parrocchia fatichi a essere un luogo rilevante per i giovani e come sia necessario ripensarne la vocazione missionaria. La sua bassa significatività negli spazi urbani, la poca dinamicità delle proposte, insieme ai cambiamenti spazio-temporali degli stili di vita sollecitano un rinnovamento. Anche se vari sono i tentativi di innovazione, spesso il fiume della vita giovanile scorre ai margini  della comunità, senza incontrarla»6. Se prima la parrocchia era capace di generare tanti uomini e donne validi e abilitati ed attrezzati per affrontare le sfide che il mondo proponeva in un prospettico futuro lavorativo, oggi probabilmente le manca quella compenetrazione necessaria dei tre atti che costituiscono l’unico momento generativo: mettere al mondo, prendersi cura, lasciare andare. Tutto questo può dirsi valido anche nel campo della fede e della sua crescita mediante il kerygma e la catechesi: occorre mettere al mondo un cristiano, prendersene cura, accompagnandolo e fornendogli validi strumenti per poterlo, infine, lasciarlo andare. È quanto avviene, o dovrebbe avvenire, nei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Col Battesimo la creatura, presentata al fonte battesimale, viene rigenerata nell’acqua e nello Spirito; essa è messa al mondo della grazia, divenendo figlia adottiva di Dio. Una volta messo al mondo, il cristiano è affidato alla comunità cristiana e al suo seno materno, perché se ne prenda cura e lo porti alla maturità della fede. Ecco la necessità del percorso di iniziazione cristiana, con le tappe sacramentali del Battesimo, dell’Eucaristia, pane del cammino, sacramento che anima e rafforza tutta la vita sacramentale, della Confermazione, che infine suggella questa maturità; è il sacramento della testimonianza: il cristiano deve essere lasciato andare nel mondo a diffondere la parola di Cristo di cui è divenuto annunciatore. L’odierna prassi pastorale ci permette, tuttavia, di constatare che i giovani cresimati, una volta ricevuto il sacramento, abbandonano la comunità cristiana, piuttosto che incrementarla con la loro azione di testimonianza. Qualcosa, dunque, non va! Probabilmente nel cammino formativo che compone l’atto generativo manca uno degli elementi costitutivi della generatività.
 
La legge osmotica dello scambio di vita (mettere al mondo). L’unità è struttura e legge della vita. La vita, infatti, è legge di unità. In Dio l’unità è la sua stessa essenza divina. Nella Chiesa l’unità è il Corpo di Cristo7. L’uomo, che per natura non è Corpo di Cristo, è chiamato a divenirlo attraverso il sacramento del Battesimo, fino alla perfetta similitudine, in un cammino di morte e di risurrezione. La Vita del Corpo è lo Spirito di Dio, che inserisce, conserva, fa crescere nella vita, maturando in noi frutti di grazia e di santità. È nel corpo storico di Cristo, che è la Madre-Chiesa, che si compie la salvezza della persona e, attraverso la persona, dell’umanità. La Persona di Gesù Cristo diviene il soggetto insostituibile della salvezza. L’unità si vive attraverso la legge osmotica dello scambio della vita. È il primo momento dell’atto generativo: mettere al mondo. Vita da vita, vita per vita. Ognuno è dall’altro e per l’altro. Quando non si vive la legge dello scambio, nascono e prosperano autonomie spirituali, emancipazioni presunte nella fede, schiavitù nell’errore. Muore la persona, si uccide la libertà, è rallentato il cammino della Chiesa nel tempo, il regno di Dio decresce, si impoverisce, si estingue nel cuore di molti. Si dona tanta salvezza per quanta carità abita nel nostro cuore. L’amore infatti è quel frutto di verità maturato nel nostro cuore ed offerto ai fratelli perché possano accedere a Dio. La carità diviene così la via della salvezza. Più si cresce nell’amore di Dio in una obbedienza perfettissima alla volontà del Padre nostro celeste e più grande salvezza si genera nel mondo. Più cresce la vita di Dio in noi, più attraverso noi essa si sparge nel mondo, a modo di copiosa seminagione. La propria santificazione diviene, quindi, il principio primo di ogni azione pastorale, poiché essa àncora e innesta vitalmente al Corpo di Cristo  e per essa si diviene canali ricchi di grazia e di doni celesti. Accettare questo principio, è sconvolgere le vie di ogni pastorale, poiché significa inserirle tutte sulla via della santificazione personale, la via scelta da Dio per venire all’uomo. La propria santificazione si compie nel cammino della fede. La fede la dona la Chiesa, il Corpo del Signore, grembo generativo battesimale. Sentire con la Chiesa, vivere la verità della Chiesa, sviluppare nella storia una moralità che nasce dalla verità rivelata, è mezzo indispensabile per l’accesso alla santità. Siamo al primo momento dell’atto generativo: la retta verità genera la retta fede, la quale genera la santa carità che diffonde nel mondo salvezza. È questa la legge perenne del Vangelo. La persona, redenta e giustificata, diviene Corpo di Cristo, rimane in vita se si lascia avvolgere dalla divina grazia che da esso promana, ed invece secca e muore se da esso si distacca e cerca di operare in una autonomia di speranza, di fede, di carità. Ogni fedele in Cristo deve in ogni istante verificare la sua appartenenza al Corpo del Signore, la sua piena permanenza in esso, in una costante crescita ed in uno sviluppo di tutta l’energia che da esso fluisce. La salvezza si dona in quanto Corpo di Cristo: Corpo vivente e santificato perennemente dalla Potenza dello Spirito di Dio; Corpo alimentato dall’unica Verità del Vangelo e formato dalla sola carità di Dio, l’unica carità, perché l’unico amore che si riversa nei cuori per trasformarli e rigenerarli, per fortificarli e renderli idonei a compiere il ministero. Peccato gravissimo contro l’unità è l’individualismo, che costituisce oggi una chiave ermeneutica e una costante della società civile occidentale8. Per esso si recide il legame vitale dall’unico Corpo e si cade  dall’appartenenza alla vita. Apparentemente e formalmente siamo con il Corpo, essenzialmente e vitalmente non siamo in esso e con esso. Visibilmente siamo nella Chiesa, spiritualmente ne siamo fuori. Viviamo nella Chiesa, ma senza il principio divino ed umano posto da Dio a garanzia di ogni salvezza. Nell’individualismo: arbitrariamente si decide, autonomamente si vive, in un distacco assai evidente dalle fonti della verità e della santità. In esso la fede diviene il sentire personale, sentire personale è anche la lettura dei documenti della Tradizione, del Magistero, della stessa Scrittura. Si procede per frasi, per citazioni interessate, non si penetra nello spirito di un documento, non si cerca l’indicazione di verità che da esso promana. Si avanza per non conoscenza della verità, per fede erronea, per carità non santa, perché non animata dalla retta fede e dalla sana dottrina. L’individualismo è la morte della fede9. Esso è generato dalla morte della verità nel nostro cuore e segna il nostro distacco dal Corpo invisibile di Cristo. Ritornare al principio unità, o rinsaldarlo, è il compito primario del discepolo di Gesù. Quella Chiesa, nella quale ognuno cammina per se stesso, non è certamente la Chiesa di Dio, non è la Chiesa di Cristo. Pur appartenendo all’unica Chiesa, non si professa vitalmente la stessa verità, non si confessa santamente l’unica fede, non si vive la carità di Dio apportatrice di salvezza in questo mondo. L’individualismo nel  sentire e nell’operare non produce frutti di santità, non genera salvezza. Esso si può vincere solo attraverso una volontà forte e decisa di un ritorno alla verità della Chiesa. L’unità si alimenta di santità, mentre l’individualismo si alimenta di peccato.
 
Il principio comunione. La via del coordinamento di tutte le potenzialità personali (prendersi cura). L’unità cristiana non è negazione della persona; se così fosse non sarebbe unità, sarebbe unicità di essere e di operare. L’unità cristiana esige e richiede che ogni persona viva, sviluppi, porti alla perfezione tutta la divina potenzialità ricevuta di grazia e di doni celesti. La comunione è la via del coordinamento di tutte le potenzialità personali, perché si raggiunga il fine per il quale noi esistiamo e siamo stati posti in essere da Dio in quanto Chiesa. È il secondo momento dell’atto generativo: prendersi cura. La Chiesa esiste per la salvezza della persona umana; esiste per generare, educare, far crescere ogni uomo nella vita, quella vera, che è Cristo, e che viene data dalla Chiesa per mezzo dello Spirito, il solo datore di ogni vita. La Chiesa è fatta di persone concrete, storiche, che vivono in un tempo circoscritto la propria missione santificatrice. La salvezza si dona insieme. La legge della comunione vuole che ognuno esprima nella più grande santità la propria salvezza e la manifesti al mondo in tutta la sua luce. Vuole che ognuno riceva dall’altro ciò che manca alla perfezione del proprio essere cristiano. E tuttavia ci sono delle forme e delle essenze nella comunione. L’essenza appartiene alla natura stessa della Chiesa, la forma invece al suo modo storico. La forma dice come l’essenza viene percepita ed espressa nel defluire del tempo, nei diversi spazi e negli ambienti multiformi. Ci sono delle tentazioni e dei pericoli che bisogna senz’altro evitare e tuttavia non sempre è facile scorgere l’errore e l’eresia. La specificità appartiene all’essenza della comunione, come  all’essenza appartiene anche la competenza e la ministerialità propria di ciascuno nel popolo di Dio10. Il Corpo di Cristo è una unità ben compaginata e connessa, dove ognuno riceve l’energia per agire dagli altri; ognuno pone cioè il suo particolare carisma per l’utilità comune, ma anche accetta il carisma altrui per la crescita ben ordinata di se stesso nel Corpo del Signore. Il sacramento fa il cristiano e fa la distinzione tra cristiano e cristiano, non nella dignità, ma nella funzione, nella ministerialità. Altra è la ministerialità del presbitero, altra è la ministerialità del fedele laico. Questa distinzione non di origine umana, ma divina, bisogna recuperarla, viverla in tutto il suo significato di salvezza, non a discapito del fedele laico, non a discapito del presbitero. Il presbitero è l’umile mediatore tra Dio e l’uomo: la grazia e la verità devono passare per le sue mani, per la sua opera, per la sua mediazione. Il presbitero deve illuminare le coscienze, rigenerare i cuori, fortificare le menti, tracciare i sentieri affinché Dio discenda all’uomo e l’uomo salga al suo Signore. Il presbitero è l’uomo della preghiera, dell’intercessione, del culto. Egli salva pregando e celebrando, annunziando e proclamando la verità della salvezza. Il fedele laico si salva e salva con la testimonianza, con la trasparenza in lui della vita di Cristo, suscitando il desiderio di Dio in mezzo agli uomini tra i quali egli è chiamato a risplendere come astro, tenendo alta la parola di vita, vivendo la triplice ministerialità di sacerdote, re e profeta della nuova alleanza. La comunione è vita. Il fedele laico evangelizza, il presbitero santifica; il fedele laico chiama alla Chiesa, il presbitero dona Cristo e lo Spirito. Il fedele laico parla del Padre celeste, il presbitero dona la figliolanza divina,  o la ristabilisce attraverso il sacramento del battesimo e della penitenza. Il fedele laico invita al banchetto della vita, ma non dona la vita. Il presbitero la dona e la dona in abbondanza. Il fedele laico vive la verità, il presbitero della verità è il ministro, è lui che deve farla risuonare in tutta la sua pienezza, donando luce alle coscienze. Il presbitero è l’uomo del discernimento: bene e male, sacro e profano, giusto ed ingiusto, divino ed umano, devono essere da lui indicati e umilmente manifestati con chiarezza divina, poiché dal discernimento della verità è data all’uomo la possibilità di camminare sulla via del regno. Il presbitero è l’uomo della parola creatrice nei sacramenti. La più grave eresia dei nostri tempi è l’assenza della mediazione: da soli a Dio per un rapporto con lui senza Chiesa, senza sacramenti, senza mediazione11. Non fuori le mura della Chiesa, ma dentro è scalzato il principio della mediazione, e quindi della comunione. La mediazione è l’essenza della Chiesa. Cristo ha voluto la sua Chiesa così. Così essa deve rimanere, fino alla consumazione dei secoli. Tutti dobbiamo camminare “sulla stessa via” (sinodalità), e la via è quella di Dio, quella della salvezza, della santificazione del mondo, quella della redenzione dei cuori. Urge esaminare le nostre vie affinché divengano quelle di Dio. Urge lasciarsi muovere ed animare dalla divina carità. Solo Cristo Amore, dato a noi in dono dallo Spirito del Signore, può operare un tale prodigio. La carità infatti ricerca, nell’annientamento di sé, ciò che piace ed è gradito al Signore. L’amore di Cristo in noi estingue scissioni, divisioni e ogni altra forma che turba il cammino ben ordinato del Corpo del Signore. La carità di Cristo spinge il cristiano a cercare solo ciò che fa avanzare il Corpo nella santità e nella verità. Per amore della Chiesa si opera e si agisce; per amore della Chiesa si rinunzia e ci si mette da parte. L’amore deve essere principio e fine di ogni desiderio, aspirazione, opera, pensiero, sentimento. L’amore vuole un servizio vero, autentico, di rinnegamento; vuole che la persona si sacrifichi perché la gloria di Dio ed il suo regno risplendano tra noi in tutta la loro perfezione e bellezza soprannaturale. La via della comunione passa attraverso il riconoscimento dell’altro, dei suoi doni e dei suoi carismi, della missione da compiere e del mandato da assolvere, e tuttavia in un servizio di verità12. La comunione è nella verità e a servizio della vita, del bene, dell’amore, della luce. Vita, bene, amore e luce sono la via della comunione. Fuori di essa c’è solo uno stare umanamente insieme, non c’è un camminare sulla via di Dio, poiché la via di Dio è illuminata solo dalla sua divina verità. L’errore nella verità pone fuori della comunione. Fa di un cristiano un anatema, un tagliato fuori dal corpo di Cristo. Il primo compito della Chiesa, in tutte le sue manifestazioni, in tutte le sue strutturazioni, in ogni fase della sua vita, è quello dell’educazione alla retta fede, quello di condurre i suoi fedeli nella verità di Cristo Signore. Oggi si insiste molto sulla formazione permanente del sacerdote, sulla “formazione dei formatori”, sull’evangelizzazione, sulla catechesi, sulla sana predicazione: mezzi tutti necessari perché si ritorni e si rimanga nella chiarezza della sana dottrina13.
 
Lasciar andare. Verso il Convegno ecclesiale regionale sulla “Comunità Ecclesiale come grembo generativo alla fede oggi”. Urge darci questa valenza di verità e di dottrina, separando l’errore dalla verità, l’eresia dalla retta fede, il sentire umano dalla volontà rivelata di Dio. Se dissidi esistono all’interno delle persone che sono Chiesa di Dio, in forma associata e non, esistono perché esistono delle pesanti carenze nella conoscenza della verità rivelata. L’unica verità forma l’unica comunione, le molte verità formano le molte separazioni, o scismi. Scismi operativi, pratici, nella fede “professata”, ed anche vissuta, e che formano un quotidiano lacerato da una miriade di “verità” e di interpretazioni dell’unico dato di fede, fino a snaturarlo nel suo autentico significato di salvezza. Una fede non retta genera una verità erronea, una verità erronea produce una comunione non autentica. Più aumentano i valori negativi intorno alla verità, più cresce la deriva degli scismi. La collegialità, i diversi consigli, le direttive pastorali, la comune ricerca, incontri ad ogni livello non possono ignorare il problema dell’unica verità, anche se da incarnare in modi differenti e molteplici. Pensare a ciò che si dovrebbe fare, ma non porsi il problema della verità da incarnare è metodologia che non produce frutti. La storia non cancella i nostri errori teologici, pastorali, metodologici. La storia è spinta dalla verità, ed è frenata dall’errore. La storia non ha compassione della nostra ignoranza, non è misericordiosa con i nostri peccati. La storia cammina per il principio di santità e di verità che vogliamo e sappiamo seminare  nel suo seno, si arresta per l’altro principio, quello del male che non abbiamo voluto estirpare. Il cammino della Chiesa è quindi storia del cammino della sua verità, o dei suoi errori, dei suoi peccati e della sua santità. È questa la tematica dell’ultimo “principio”, “il principio generatività, inteso come lasciar andare”, o “cammino del Corpo del Signore nella storia”, il “principio del divenire”, del “lasciare andare”. Accogliendo la consegna e la sfida, da parte della Conferenza Episcopale Calabra nell’aprile 2019, di un cammino sinodale e condiviso, orientato alla celebrazione di un Convegno Ecclesiale Regionale, che focalizzasse l’attenzione sulla “Comunità Ecclesiale come grembo generativo alla fede oggi”, la Commissione Regionale degli Uffici Catechistici si è messa alacremente in cammino. Iniziando negli ultimi due anni, un percorso di condivisione fraterna, di formazione e di ascolto laboratoriale che ha visto il coinvolgimento di tutte le realtà pastorali della Regione. Dal mese di maggio 2019 ad oggi è maturato uno stile di relazioni belle e di riflessioni preziose, in un clima di grande comunione, in ordine alla nuova evangelizzazione delle nostre comunità, appunto, al tema della generatività della Chiesa. Tra i frutti più belli di questa nuova stagione, va registrata soprattutto una passione e un coinvolgimento corale, che favoriranno quel rinnovamento generativo dei nostri vissuti ecclesiali oggi in Calabria. È stato, ad oggi, già redatto e consegnato l’Instrumentum laboris ai Vicari generali e ai Coordinatori diocesani di pastorale organica, ai Responsabili regionali e ai Direttori degli Uffici Catechistici (31 gennaio 2020 a Falerna). Questo strumento è stato affidato ai singoli e alle varie commissioni ed équipes diocesane, alle comunità di vita contemplativa, ai Seminari, alle realtà associative e a tutte le realtà pastorali presenti  in Calabria, avviando un fecondo laboratorio di confronto e di riflessioni, a partire da quattro sfide pastorali, individuate come percorsi per il lavoro delle assemblee svoltesi nelle Metropolie: quale modello di Chiesa oggi in Calabria?; la comunicazione della fede oggi; l’essere adulti nella fede; il rilancio della iniziazione cristiana.
 
Rivitalizzare la comunicazione della fede. La Prima Assemblea, a cui ha partecipato anche la nostra Metropolia, ha visto la partecipazione delle équipes dei diversi uffici diocesani, per una lettura della situazione ecclesiale delle comunità (criticità) e l’individuazione delle opportunità possibili (positività), per il rilancio di una pastorale evangelizzante e di rivitalizzazione profonda del tessuto di annuncio e comunicazione della fede cristiana. Sabato 22 febbraio 2020, al Seminario di Catanzaro, si sono incontrati circa 110 partecipanti tra sacerdoti e laici, per fare il punto del cammino di rigenerazione della evangelizzazione e della catechesi in mezzo a noi. Tra le criticità, predominante è risultato ancora un modello di Chiesa (sia nella parrocchia che nei diversi gruppi, associazione e movimenti) di tipo autoreferenziale. Sta, in altri termini, maturando a fatica una visione ecclesiale che ponga come dimensione fondante, unitaria e comunionale la Chiesa particolare (arcidiocesi). Nella maggior parte dei casi, la Chiesa è ancora prevalentemente identificata come parrocchia che gestisce servizi (insomma, più un ufficio che una realtà in cammino). Si colgono i segni di una fatica a coltivare la consapevolezza di una Chiesa che si mette in discussione di fronte alle sfide di oggi e che prenda atto dell’urgenza del cambiamento, soprattutto di una vera e propria conversione pastorale. In relazione al tema della ministerialità diffusa e della valorizzazione dei laici, è stato rilevato  ancora un clericalismo dei ministri ordinati, che si riflette anche nel vivere la ministerialità da parte dei laici, i quali si impegnano prevalentemente in forme di autopromozione, di ricerca dei ruoli e di visibilità, non tanto di servizio. Conseguenza di questo atteggiamento, è la mancanza di sinergia e di corresponsabilità, che ostacola la crescita di una Chiesa sinodale, e al contempo allontana la gente che non è “del giro” per mancanza di credibilità, e purtroppo questo succede in particolare per i giovani. Accanto a ombre e resistenze brillano, tuttavia, luci di positività e di nuova consapevolezza. Emerge, grazie ai processi di rinnovamento già avviati a partire dal Vaticano II, nelle comunità e tra i laici in particolare, l’amore alla Chiesa, il desiderio di partecipare alla costruzione del suo rinnovamento, la disponibilità nel coinvolgimento alla formazione, all’assunzione di responsabilità e di spirito critico costruttivo. Affiora la sensibilità e l’esigenza di una spiritualità centrata sulla Parola di Dio e sull’Eucaristia e orientata all’incarnazione nel quotidiano e nella vita di tutti i giorni, per essere testimoni autentici e credibili che si sporcano le mani nella realtà della storia e diventano profeti nell’oggi. Sorgono alcune forme di missionarietà, di ministeri di fatto e di Chiesa in uscita tra la gente, insieme a nuove forme di ministerialità informale, con la ricerca di nuove forme di annuncio. È chiara l’esigenza di potenziare e migliorare il funzionamento delle strutture di partecipazione e di corresponsabilità, di sensibilità propositive verso il mondo del disagio, della disabilità, della malattia e verso gli ultimi (in particolare carcerati, ammalati, scartati, nuovi poveri). Emerge in positivo anche l’esigenza prioritaria di formazione continua, sia per il clero che per i laici, sia in ordine alla capacità di dialogare con il mondo attuale, con gli  adulti e col mondo giovanile in particolare. È forte la consapevolezza che questa esigenza di formazione deve riguardare sia le competenze relazionali di accoglienza, ascolto, empatia, valorizzazione della differenza dell’altro, sia la capacità di leggere i segni del regno nella vita delle persone e nella storia, accanto ad un impegno serio di vita di fede coerente, anche per arginare e frenare la persistenza di una mentalità mafiosa o corrotta. L’esigenza della formazione ha come prospettiva la necessità di abitare, possedere, trovarsi a proprio agio nei nuovi linguaggi, sia per stabilire relazioni con i lontani, sia per attualizzare la fede nella celebrazione, come anche nel ripensare profondamente il modello e lo stile di comunicazione della fede. Si coglie l’esigenza e la ricerca di riscoprire una devozione popolare purificata perché diventi strumento di evangelizzazione e riesca a pro-vocare coloro che si sono lasciati irretire dalle sirene mafiose alla conversione. Emerge una forte e chiara esigenza di passare dall’attenzione, finora privilegiata, alla catechesi dei piccoli ad una pastorale, evangelizzazione e catechesi che pongano al centro gli adulti e la famiglia e annuncino il Vangelo ad ogni stagione della vita infantile, adolescenziale, giovanile, adulta, anziana, terminale. Appare urgente una rinnovata attenzione al mondo giovanile che appare prevalentemente estraneo al mondo ecclesiale. 
 
Conoscenza e amore, mente e cuore. Papa Francesco ha incontrato i responsabili nazionali nel ricordo del 60° anniversario della nascita dell’Ufficio Catechistico Nazionale. Istituito ancora prima della configurazione della Conferenza episcopale italiana, esso è stato strumento indispensabile per il rinnovamento catechetico dopo il . Tra l’altro, ha detto: «Il cuore del mistero è il kerygma, e il kerygma è una persona: Gesù  Cristo. La catechesi è uno spazio privilegiato per favorire l’incontro personale con Lui. Perciò va intessuta di relazioni personali. Non c’è vera catechesi senza la testimonianza di uomini e donne in carne e ossa. Chi di noi non ricorda almeno uno dei suoi catechisti? Io lo ricordo: ricordo la suora che mi ha preparato alla prima Comunione e mi ha fatto tanto bene. I primi protagonisti della catechesi sono loro, messaggeri del Vangelo, spesso laici, che si mettono in gioco con generosità per condividere la bellezza di aver incontrato Gesù. “Chi è il catechista? È colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in sé stesso – è un “memorioso” della storia della salvezza – e la sa risvegliare negli altri. È un cristiano che mette questa memoria al servizio dell’annuncio; non per farsi vedere, non per parlare di sé, ma per parlare di Dio, del suo amore, della sua fedeltà”»14. L’incontro personale significa relazione, anzi relazione generativa. È così che bisogna intendere l’annuncio e la catechesi. Dire e predicare non basta, se non si fa vedere concretamente come Dio sia all’opera. Insegnare verità non è sufficiente, se quelle verità non toccano e cambiano il cuore e l’esistenza. Ribadisco, pertanto, con piacere quanto scrivevo nel presentarvi la ristampa del nostro Catechismo diocesano, che correlavo al Catechismo della chiesa cattolica (2014): «La circolarità che si viene a creare tra CCC e catechismo locale, derivante anche dalla specifica autorità di ciascuno, fa sì che essi formino un unicum, divenendo espressione concreta dell’unità nella medesima fede apostolica e, nello stesso tempo, della ricca diversità di formulazione della stessa fede. In tal modo essi manifestano l’armonia della fede (la cattolicità della Chiesa), palesano la  comunione ecclesiale, di cui la “professione di una sola fede” è uno dei vincoli visibili ed esprimono in maniera evidente la realtà della collegialità episcopale»15. Perché mai la riflessione catechetico- pastorale non dovrebbe far credito a entrambi gli aspetti (intellettuale ed esistenziale, conoscitivo ed operativo…), in vista, appunto, di itinerari formativi davvero globali, che ri-generino il tessuto ecclesiale? Le due vie della conoscenza e dell’amore non possono intrecciarsi, armonizzarsi? Il desiderio della conoscenza non procede solo da un moto intellettivo ma, unitariamente e contemporaneamente, anche da un moto affettivo: il desiderio della conoscenza e dell’adesione, infatti, è mosso dall’amore e l’amore, a sua volta, desidera sempre più conoscere profondamente la persona che si è conosciuta come “da amare”. Scrivevo ancora nel presentare il nostro Catechismo diocesano e vi ripeto oggi: «Del resto, conoscere, nella Bibbia, significa coinvolgere la mente, il cuore, la volontà e l’azione. Amore e conoscenza si intrecciano e, spesso si identificano. Proprio come ci insegna S. Tommaso d’Aquino: la fede “non terminatur ad enuntiabile sed ad rem”, ovvero: nell’itinerario di fede la persona non si ferma all’enunciato dottrinale, ma si va alla “realtà” che l’enunciato descrive, proprio come un innamorato che cerca il volto di Dio, che ha conosciuto ed ama. In altre parole: il fine della conoscenza è l’amore che, mentre ci fa una cosa sola con l’Amato (amore unitivo), ci trasforma ad immagine dell’Amato (amore trasformante). D’altra parte, l’amore senza un contenuto è una nave senza timone; come pure un metodo senza contenuti da trasmettere resterebbe una tecnica sterile, che non cambia -come invece si esige nell’opera di educazione e formazione cristiana- la vita di nessuno»16.
 
Conclusione. I più recenti orientamenti della CEI, in Italia, fanno esplicito riferimento alla capacità di «generare» continuamente nel campo educativo e pastorale, peraltro segno di una diffusa sensibilità a livello europeo verso questa terminologia della generatività e i suoi significati17. Il soggetto «generatore» resta Dio Padre nel Figlio Incarnato per la potenza dello Spirito Santo! In unione con la Trinità, la Chiesa, corpo della Sposa unita a Cristo- Sposo, svolge, a partire dal Battesimo, un’opera preziosa di mediazione e declinazione kerygmatica, catechistica e pastorale. Il soggetto «generato» non subisce l’«azione del generare», ma si presenta   pienamente   attivo   e   corresponsabile   della   propria
«rinascita» (versante antropologico della rigenerazione). Tutto ciò non avviene con violenza e per sfondamento, ma con rispetto e per dono, come presenza data e adveniente. Ciò appare particolarmente urgente in un universo culturale che si secolarizza sempre di più e che attualmente è afflitto, non soltanto sul piano economico, da una pandemia biologica e sociale. La Madre Chiesa deve imparare il suo compito dalla Vergine-Madre Maria, che invochiamo come Maestra e Patrona del nostro compito. O Maria, prima nella casetta di Nazaret, poi nella prima comunità cristiana di Gerusalemme, tu sei stata la mamma della piccola comunità apparentemente isolata e dispersa nell’immenso impero romano. Ma con la tua fecondità spirituale, facesti sì che tra i Dodici e, in particolare con Giovanni, che ti fu affidato come figlio dal Crocifisso morente, si generasse un legame di comunione forte e vivificante. Insegna alla Chiesa il tuo stile, che trasmette, accoglie, propone, inizia, integra secondo uno stile proprio e una fisionomia specifica. Insegnaci ad evangelizzare, non nel senso della pura e semplice trasmissione di un messaggio, ma nel prendere posto nella cultura o nelle culture, nel collocarci accanto per dialogare ed entrare in rapporto, per condividere non solo idee, ma anche ideali ed emozioni, non solo per esternare la nostra esperienza o la proposta di fede istituzionale, ma anche per accogliere quella dell’altro, per sentirla come nostra e insieme per «traghettare», attraverso l’annuncio kerygmatico, la catechesi e l’esperienza cristiana in quanto
«santità ospitale» di Gesù Cristo, nostro Signore e Maestro. Ricordaci, o Madre, che il vangelo in persona, che è il tuo Figlio incarnato, parla ancora agli uomini di oggi e parla prima di quanto si possa pensare, instaurando una comunicazione paritaria, di ricerca comune dei significati per l’oggi delle narrazioni fondamentali della nostra fede. Vogliamo imparare da te, Donna del silenzio e dell’ascolto, che ogni incontro di evangelizzazione e catechesi è uno spazio «interlocutorio» tra soggetti ecclesiali e soggetti-in-ricerca e si deve sviluppare nell’occasionalità, nel rapporto a-tu-per-tu, ma anche in forma più sistematica e organica di itinerario e in un contesto di gruppo o di comunità. Sostieni l’opzione catechistica delle nostre Chiese di Calabria, affinché la Parola di Dio non sia considerata ornativa o di supporto alla formulazione dottrinale, ma costituisca in tutta la sua portata la sorgente di un cambiamento di vita, la sorgente e l’anima di una nuova società, di una nuova economia, di una nuova vita. Amen.
 
* Presidente Cec e arcivescovo di Catanzaro-Squillace

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