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La riflessione di monsignor Morosini: «Non più funzionari del sacro, ma comunità della cura»

«Patris Corde», alle radici della paternità ecclesiale

di Redazione Web 02/03/2021

Un anno dedicato a san Giuseppe, arrivano le riflessioni pastorali di monsignor Fiorini Morosini, arcivescovo di Reggio Calabria - Bova. Una nota che tiene conto di diversi documenti: certamente la lettera apostolica di papa Francesco, Patris Corde, scritta in occasione del 150esimo anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale patrono della Chiesa universale, ma non solo. A supportare la riflessione di Morosini ci sono anche l’esortazione apostolica sull’amore nella famiglia, Amoris laetitia e diversi documenti sottoscritti dalla Conferenza episcopale italiana. Fatta questa doverosa premessa entriamo nella riflessione dell’arcivescovo reggino.

«Nell’anno dedicato a san Giuseppe - scrive Morosini bisogna leggere il Patris corde non in una prospettiva devozionistica, ma di rilancio pastorale. La dedicazione di questo anno non deve essere destinata solo a rinvigorire la devozione a san Giuseppe, ma a riscoprire anche perché è stato dichiarato Patrono della Chiesa universale. Quindi siamo invitati ad una celebrazione nella prospettiva, a partire dalla centralità di Gesù». Prosegue l’arcivescovo: «Qual è per noi il contesto di questo ricordo e di questa celebrazione? La ripartenza economico-sociale dell’Italia, nell’ambito della Dottrina sociale della Chiesa, in questo momento di pandemia a causa del Covid 19. Si tratta di leggere la figura di san Giuseppe e la nostra devozione verso di lui nella prospettiva dell’impegno pastorale della Chiesa, dell’impegno di trasmissione della fede nell’attualità storica». Per contestualizzare questo ragionamento, monsignor Morosini cita un’indagine Ipsos in cui si denota un «calo della Chiesa al 34% e del Papa al57%». «Il tema della Lettera apostolica Patris Corde è quello della paternità. Esso si inserisce in quell’altro tema, che dovrebbe esprimere il cambiamento di rotta nell’azione pastorale della Chiesa: da una pastorale basata su di un’azione burocratica stigmatizza il pastore reggino - volta a gestire il sacro, nell’illusione che la fede, anche quella cristiana, nonostante il fattore culturale da esso generato lungo i secoli in Italia, sia ancora un bisogno sentito dalle persone; ad una pastorale espressa nella forma del prendersi cura».

Il presule dettaglia il suo pensiero: «La riflessione sulla paternità di san Giuseppe espressa nel Patris corde deve spingerci a muoverci attorno al tema della maternità della Chiesa, che si mette in ascolto del Padre putativo e comprende in che senso san Giuseppe è stato dichiarato da Pio IX come patrono della Chiesa Cattolica: perché la Chiesa deve imparare da lui padre il modo come essere madre, cioè come essere vicina alla gente. Al prendersi cura, rilevato in san Giuseppe-padre, si collega il prendersi cura della Chiesa-madre: Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione».

«Bisogna allora tornare alla centralità della teologia dell’incarnazione: Gesù che prende carne per porre la sua tenda in mezzo a noi. La missione di san Giuseppe - puntualizza Morosini - nei confronti di questo mistero è quella di essere custode, padre putativo di Gesù; essa si rapporta allora alla cura della Chiesa di annunciare Gesù e di custodirlo nel cuore dei credenti. Il Papa si chiede: “Dobbiamo sempre domandarci se stiamo proteggendo con tutte le nostre forze Gesù e Maria, che misteriosamente sono affidati alla nostra responsabilità, alla nostra cura, alla nostra custodia”. Il Figlio dell’Onnipotente viene nel mondo assumendo una condizione di grandedebolezza. Si fa bisognoso di Giuseppe per essere difeso, protetto, accudito, cresciuto. Dio si fida di quest’uomo, così come fa Maria, che in Giuseppe trova colui che non solo vuole salvarle la vita, ma che provvederà sempre a lei e al Bambino. Inquesto senso san Giuseppe non può non essere il Custode della Chiesa,perché la Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, e nello stesso tempo nella maternità della Chiesa è adombrata la maternità di Maria. Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa, continua a proteggere il Bambino e sua madre, e anche noi amando la Chiesa continuiamo ad amare il Bambino e sua madre».

Conclude l’arcivescovo di Reggio Calabria - Bova: «Siamo responsabili della centralità del mistero di Cristo nella trasmissione della fede. È intorno a questa responsabilità che deve ruotare il rinnovamento pastorale. Si ritorna, quindi alla centralità della presenza della comunità cristiana nella realtà in cui vive, mettendo in discussione i contenuti, le forme, o mezzi della nostra azione pastorale nel contesto in cui viviamo e che si fa sempre più drammatico di scissione tra fede e vita. Raspanti parla di frammentazione identitaria per cui il credente pone in atto gesti pressoché contraddittori nelle proprie giornate senza rilevare alcun disagio per tali contraddizioni. Lo sfondo drammatico del divario tra fede e vita oggi lo possiamo individuare nell’irrilevanza che la Chiesa attualmente ha nella società italiana. Lapandemia è stata l’occasione, ben sfruttata dalle forze laiciste, per dare ancora un colpo a questa irrilevanza. Ecco allora l’invito del Papa a proporci per quest’anno la rilettura dell’Amoris laetitia, quasi a ricordarci l’impegno della comunità cristiana a muoversi nella società come famiglia e ad immettere nell’attività pastorale, costruito all’insegna del prendersi cura, le modalità del tipico prendersi cura, che avviene in una famiglia ove si vive veramente la tenerezza dell’abbraccio».

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