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Il primo smartphone acquistato alla fine della terza media e una vigilanza costante sull’uso corretto dei device

Il papà: «Limitare al minimo i giga del traffico dati»

di Federico Minniti 05/03/2021

Appassionato di tecnologia lo è da sempre. Sergio Manca, però, da quando è diventato papà ha iniziato a «cambiare rotta». La sua passione è stata canalizzata in un percorso educativo che, assieme alla moglie, è stato rivolto alle sue due figlie: Benedetta (18 anni) e Giorgia (17 anni).
«Non sono gli strumenti ad essere delle trappole, ma l’uso che ne fa. La nostra esperienza è semplice: fino alla terza media, le ragazze non hanno avuto uno smartphone personale poiché abbiamo ritenuto non fosse strettamente necessario.
Chiaramente c’è stata una ripercussione rispetto al contesto-classe nel sentirsi “fuori posto”», spiega Sergio che non nasconde i piccoli dissidi vissuti in famiglia in seguito alla scelta fatta dai genitori.
«Abbiamo cercato di dare l’esempio anche noi. Evitando di non utilizzarli eccessivamente: il nostro “no” non è stato fatto “solo” perché erano piccole, ma soprattutto una presa di coscienza di tutta la famiglia» prosegue il papà intervistato.
Ma come ci si districa nell’educazione digitale? «È chiaro che come ogni forma di educazione si tratta di far uscire fuori il meglio di un percorso.
Non bisogna dare lo strumento senza conoscerlo, solo perché gli altri ce l’hanno. Io e mia moglie, ad esempio, - ci racconta Sergio - abbiamo fatto una scelta nella formulazione del Piano dati: per il primo anno, le nostre figlie avevano soltanto un giga di internet al mese perché ritenevamo che l’uso andasse regolato anche nel tempo». Un modo di prevenire gli eventuali pericoli della rete: «Nel momento in cui si affida uno smartphone nelle mani di un ragazzo si espone l’utilizzatore ad incontrare sia le buone che le cattive compagnie. È essenziale capire che bisogna investire un po’ di tempo con i ragazzi».
Infine, Sergio ha aperto una finestra sul mondo d’oggi, caratterizzato dalla pandemia. «Non parlerei del digitale come “irreale”. Il virtuale ormai è parte della vita dei nostri ragazzi. Bisogna accettare che la socialità online sono destinate, in modo irreversibile, ad esserci nella vita dei giovani. La presenza dei genitori deve essere fondamentale per riaffermare la necessità di vivere appieno una socialità fatta di carne ed ossa senza, però, demonizzare l’esperienza fatta quotidianamente nel mondo virtuale».

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