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La visita del Papa in Iraq vista da Gerusalemme nel racconto del Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton

Papa in Iraq. Patton (Custode): «Viaggio coraggioso e profetico»

di Daniele Rocchi 09/03/2021

«Un viaggio coraggioso e profetico. Abbiamo seguito e accompagnato il Papa con la preghiera, sin dal primo giorno, offrendo messe e digiuni. Le parole e i gesti del Pontefice sono arrivati anche a noi che non eravamo in Iraq»: al termine dello storico viaggio di Papa Francesco, il primo di un Pontefice nella terra di Abramo, a parlare da Gerusalemme è padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa. I conventi e i frati della Custodia sono sparsi in tutti i Paesi del Medio Oriente, ma non in Iraq anche se ci sono religiosi di origine irachena. È il caso di padre Haitham e di padre Nour, entrambi nativi di Qaraqosh, che lo stesso Custode ha voluto inviare nella loro città natale per salutare Papa Francesco. Un po’ di Custodia in Iraq nella speranza di aprire – magari in un “medio futuro” - un convento anche nella Terra di Abramo.
«Personalmente mi ha molto colpito ‘il coraggio della fede’ che Papa Francesco ha manifestato durante tutto il suo viaggio – afferma il Custode - Anche da Gerusalemme abbiamo visto e toccato con mano una fede che va al di là di ogni umana fiducia, una ‘spes contra spem’, una speranza che va contro ogni speranza per dirla con san Paolo». Per Padre Patton quella del Pontefice «è la fede di chi non teme di mettersi in gioco e di mettere in gioco anche la propria vita in un momento in cui il mondo sembra imprigionato dalla paura. Il Papa non si fa intimorire né dalla pandemia, né dalle guerre, né da difficoltà logistiche. Questa sua fede sostiene e dona conforto a tutto l’Iraq e il Medio Oriente. Il messaggio – sottolinea - è quello di non essere annunciatori in pantofole, non si può essere testimoni in pantofole».
«Papa Francesco si è recato in una terra che ha pagato un prezzo altissimo di sangue e di distruzione – ricorda padre Patton - Il primo giorno è andato a visitare la cattedrale siro-cattolica di Baghdad, dove furono martirizzati 48 cristiani. Mi ha colpito molto la festa che il Papa ha ricevuto da tantissimi cristiani che avevano un grande desiderio di vederlo e accoglierlo. È stato un modo anche questo per esprimere una speranza forte in un contesto così difficile». La gioia degli iracheni è come «la perfetta letizia francescana che non è la gioia della persona che vive in una condizione in cui tutto va bene, ma la gioia di chi si sente unito a Cristo anche nelle situazioni più disperate».
«Il viaggio si è nutrito di gesti semplici, forieri di dialogo sin dal primo momento, vere provocazioni per tutti noi che viviamo in Terra Santa e nel Medio Oriente, ma anche in Occidente». Uno di questi è stata la visita di cortesia al grande ayatollah Al-Sistani: «Non ci sono state firme di documenti ma un semplice gesto di incontro tra due anziani leader religiosi capaci di dare un orientamento al mondo invocando dialogo e comprensione tra le fedi e sottolineando l’importanza dell’amicizia tra le comunità religiose».
Altri momenti significativi della visita sono stati quelli a Ur dei caldei, a Mosul e a Qaraqosh, dove  sono risuonate le testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle la crudeltà dello Stato Islamico. Il pensiero del Custode va alla madre a Qaraqosh, Doha Sabah Abdallah, che ha perso per una bomba il proprio bambino. «La donna ha raccontato al Papa la sua storia di dolore e di resilienza offrendo una lettura di fede di ciò che le è accaduto: perdonare chi ha ucciso il figlio e provocato altre vittime, perché, ha detto, ‘il nostro Maestro Gesù ha perdonato i suoi carnefici. Imitandolo nelle nostre sofferenze, testimoniamo che l’amore è più forte di tutto’. Ascoltare queste parole da una madre che ha perso il proprio bambino – dice padre Patton - ha la forza dirompente del Vangelo incarnato e vissuto».
«La violenza non può mai essere esercitata in nome di Dio» e nel viaggio in Iraq questo è stato un tema richiamato ogni giorno dal Papa. Anche durante la messa a Erbil, domenica 7 marzo. «Il Papa ha attualizzato la Parola di Dio facendola vibrare nel contesto delle persone che sono in ascolto. Nello stadio ha parlato della debolezza della Croce come potenza e sapienza di Dio avvertendo di non cadere nella tentazione di costruirsi false immagini di Dio perché sono queste che portano a strumentalizzare il Suo nome causando violenza». Papa Francesco, sottolinea il Custode di Terra Santa, «lascia un grande messaggio di speranza a una comunità cristiana decimata a causa delle guerre, dell’instabilità politica e dell’insicurezza. Un messaggio per tutto il Medio Oriente cristiano. Prima delle guerre scoppiate a partire dagli anni ’90, in Iraq i cristiani erano 1,5 milioni e adesso le stime parlano di circa 300 mila ma evidentemente sono ancora lievito e luce che splende e sale che dona sapore».
«Come Custodia di Terra Santa preghiamo e speriamo che le parole di Papa Francesco possano raggiungere e toccare, come rivolte anche a loro, i nostri fratelli che vivono in Siria e negli altri Paesi dove ci sono tensioni e violenze». La Siria, ricorda padre Patton, «condivide con l’Iraq una situazione per certi versi analoga. Anche in Siria, giunta ormai al 10° anno di guerra, viveva una comunità cristiana fiorente, oltre 2 milioni e oggi ridotta solo a mezzo milione. Un Paese colpito da devastazioni, uccisioni e violenze perpetrate col pretesto del nome di Dio». La preghiera del Custode è che «i cristiani della Siria possano aver toccato, come l’emorroissa del Vangelo, il lembo del mantello di Cristo che in Iraq si è fatto presente attraverso Papa Francesco e che possano, così, sentirsi confortati e sostenuti nella speranza e nella carità che è l’amore gratuito che riconcilia e perdona. Spero che il Papa possa portare questo spirito di consolazione anche ai cristiani in Siria. Siria e Iraq, due realtà speculari, due mosaici da ricomporre».

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