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Saper usare i linguaggi giusti: solo così i valori non saranno più marginalizzati nel dibattito online

La triste verità. Rancilio: «Sui Social ''vince'' chi urla»

di Federico Minniti 23/03/2021

Social network e opinione pubblica. Il quindicesimo anniversario di Twitter ci permette di proporre un’analisi con Gigi Rancilio, giornalista e Social media managerdi Avvenire.

Oggi Twitter festeggia 15 primavere. Come sono cambiati gli scenari digitali in questi tre lustri?

Sono cambiati totalmente. Quando Jack Dorsey lanciò Twitter, nel marzo 2006, era davvero convinto, come molti altri esperti di allora, che il digitale avrebbe unito le menti migliori del mondo, facendo progredire le nostre società. E che i Social avrebbero portato il meglio delle persone comuni nei dibattiti che contavano. Aveva (e non era il solo) sovrastimato i suoi simili. Come abbiamo purtroppo scoperto da tempo, una larga fetta della società non è composta da persone che vogliono confrontarsi per crescere, ma da gente che vuole sfogarsi. Al punto che un altro cofondatore di Twitter, Evan Williams, ha ammesso: «Internet si è rotto». Il dovere di tutti è di provare a riparala.

L’aumento esponenziale della “partecipazione” ai Social Network equivale a una reale maggiore libertà d’espressione?

Visto che i Social premiano chi urla di più (come già 100 e più anni fa le bancarelle del mercato che attiravano più clienti erano quelle con i venditori che gridavano di più), viene facile pensare che l’aumento delle voci Social nel dibattito pubblico non sia un bel segno. Ma è un errore: il problema in una democrazia non è mai avere troppa libertà di espressione ma la nostra capacità di educare le persone ad esercitarla nel migliore dei modi. Su questo punto la scuola fa tanto per formare i ragazzi a essere dei cittadini anche digitali. Il problema purtroppo spesso sono gli adulti. Che usano il digitale (dai gruppi WhatsApp ai Social) pensando di avere capito tutto perché sono “grandi”, ma a volte ignorando le più normali regole della buona educazione digitale e non.

L’ultimo Festival di Sanremo è stato il più social di sempre. Anche il podio (Maneskin e Fedez, in particolare) sono stati sostenuti con particolare entusiasmo dalla rete. Sono questi i riferimenti culturali e valoriali per la Generazione Z?

Sanremo ha raccolto un buon successo sui Social perché ha selezionato molti artisti in base anche alla loro popolarità nel digitale. Se si guardano i numeri, però, gli influencer più seguiti dai ragazzi sono altri e non sono quasi mai cantanti. Mi sbaglierò, ma credo che non basti essere popolari sui Social per diventare automaticamente dei riferimenti culturali e valoriali importanti per i ragazzi. I ragazzi è vero che cercano dei riferimenti, ma quelli che sembrano mancare in questi tempi non sono i cosiddetti “influencer”, ma i veri maestri di vita. E quando ci sono, come nel caso di Papa Francesco, spesso non riusciamo a fare arrivare la loro voce ai ragazzi.

Che difficoltà ci sono a proporsi in rete per chi veicola dei messaggi ricchi di valore, come un quotidiano o un settimanale cattolico?

Sono tante. La prima è un problema di linguaggio: spesso usiamo una sorta di “ecclesialese” e questo allontana anche i più validi messaggi da una parte delle persone. Stare nel digitale non significa solo replicare in rete i contenuti di carta, ma ripensarli usando le caratteristiche di ogni mezzo digitale. Il web non è uguale ai social, e nei social Instagram non è uguale a Twitter o a Facebook. Nel digitale, a volte, le nostre voci diventano marginali. Davanti a tutto questo abbiamo due strade: o continuiamo a dare la colpa agli algoritmi e ai giganti digitali o facciamo un serio esame di coscienza e cominciamo a chiederci come possiamo migliorare il nostro messaggio per arrivare a più persone possibili. La domanda di partenza che non dovremmo mai dimenticare dovrebbe essere: come possiamo servire al meglio le nostre comunità?

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