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Il 27 marzo si è celebrata la Giornata Mondiale del Teatro: la valenza educativa dell’approccio al linguaggio teatrale secondo Guido Leone, già Dirigente tecnico Usr Calabria

Teatro, «Romeo potrà tornare a baciare Giulietta?»

di Guido Leone * 29/03/2021

Tra le molte conseguenze negative della pandemia da Covid-19 è necessario annoverare anche la cancellazione di viaggi d‘istruzione, gite e uscite didattiche, magari per visitare una mostra, per assistere a un film seduti al cinema o per andare a teatro in occasione di una recita “scolastica”. Un’indubbia perdita, non soltanto per musei e teatri ma per gli stessi studenti, molti dei quali entravano per la prima volta in questi luoghi proprio grazie alla scuola.
Nel ricordare che il 27 marzo ricorre la Giornata mondiale del Teatro non si può non considerare in premessa che il mondo della scuola, sia pure con modalità spesso molto diverse, è sempre andato alla ricerca di occasioni per incontrare il teatro. È questo un fenomeno di straordinaria ricchezza e rilevanza, del quale occorre evidenziare alcuni aspetti importanti.
Sono state numerose le scuole di ogni ordine e grado della nostra provincia che hanno sviluppato negli ultimi anni un rapporto costante, seppure spesso non organico, con i linguaggi non verbali e con il teatro in particolare.
Le tante modalità – e a volte i tanti equivoci – con cui tale rapporto si è concretizzato hanno testimoniato l’interesse che intorno al fenomeno si è creato.
Gli spettacoli realizzati da ragazzi, spettacoli di professionisti ai quali gli allievi assistono, laboratori sperimentali di teatro, persino atipici insegnanti che si improvvisano attori e registi sono esperienze presenti spesso stabilmente in molti istituti.
Tutto ciò ci fa affermare con sicurezza che il pubblico infantile e giovanile rappresenta un’area di utenza strategica e che le attività espressive e artistiche hanno dato prova di offrire un contributo significativo per l’arricchimento dell’offerta formativa, senza considerare, altresì, la valenza educativa dell’approccio al linguaggio teatrale.
Ma dopo un anno di chiusura e riapertura e poi di dad e/o di parziale presenza degli alunni nelle scuole, di conflitti e speranze, di preoccupazioni e mille incertezze siano ancora qui a chiederci come si svilupperà la pandemia? Se i contagi dovessero crescere e diffondersi nelle scuole, che cosa succederà a questa generazione già così fortemente colpita dal lockdown? Privata per tanti mesi delle modalità di apprendimento in presenza, di un tempo necessario per la formazione e delle relazioni con i compagni e il gruppo sociale, così importanti per la crescita? Privata di spazi, strumenti didattici, tecnologie adeguate, fino a determinare nuove forme di disuguaglianza e iniquità che credevamo in parte superate?
Bisognerà, dunque da subito, ripensare all’allievo al tempo del Covid. Metterlo al centro di un nuovo patto educativo, che tenga conto della nuova esigenza di spazi, della necessità di dover continuare a fare delle attività online, ma anche dei nuovi bisogni determinati dalla pandemia, significa potenziare nuove “reti civiche di connettività”, una sorta di sistema formativo integrato 3.0 in cui realizzare un’educazione diffusa in uno scenario nuovo e dinamico, insieme alle comunità locali.
Una scuola che, attraverso Patti educativi di comunità, formalmente e sostanzialmente sollecitata ad avvalersi del capitale sociale variamente presente sul territorio - a livello culturale, educativo, artistico, ricreativo, sportivo, sociale, produttivo, del terzo settore – si arricchisca in tal modo sul piano formativo ed educativo, secondo un modello di “scuola aperta”.
Sarà indispensabile testare nuove ipotesi formative, secondo un modello di “formazione aperta”, diffusa e radicata nella comunità, capace di utilizzare e valorizzare l’intero patrimonio presente sul territorio: quello pubblico, del privato sociale, gli spazi di comunità come i centri sportivi, le sale civiche, le biblioteche, gli oratori, i parchi…come i teatri, che associano al loro interno tutte quelle caratteristiche di spazio pubblico o privato di comunità, formativo, ricreativo, sociale e culturale.
Ecco, anche i teatri, i nostri teatri calabresi, che sono chiamati evidentemente e decisamente in causa per l’importanza che si riconosce al linguaggio teatrale nel processo di crescita dei bambini e dei giovani oltre che per il bisogno di dare una maggiore organicità alla presenza del teatro all’interno del percorso scolastico.
La pandemia finirà e i ragazzi dalle ristrette mura di casa torneranno ai cortili e alle aule delle scuole, alle piazze, ai campi di pallone, ai luoghi di aggregazione.
Creare il pubblico di domani diventa, allora, una esigenza imprescindibile, per esempio, per una istituzione come il “Cilea” di Reggio Calabria che, attraverso una auspicabile Fondazione, costituita da managerialità pubblica e del privato, intraprenda una politica di interventi di divulgazione, sviluppando una pedagogia teatrale e musicale e investendo sulla formazione dei ragazzi e dei giovani, complice una fitta rete di relazioni da realizzare con il mondo della scuola.
Insomma, il “Cilea” va certamente inteso come valore ma anche come risorsa, ma lo sia in funzione del servizio che può rendere al cittadino, recuperando sia la vicinanza al pubblico,sia la capacità di cogliere e di rielaborare il presente e la quotidianità.
Il teatro deve riuscire a creare un sistema, che grazie al lavoro sul territorio ed al coinvolgimento del maggior numero di persone, ritorni a rendere proprie le esigenze della committenza, ovverosia del pubblico.

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