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A tu per tu con chi soffre di un disturbo alimentare: "Credevo di poterlo gestire da sola, ma adesso posso dire di aver sprecato del tempo prezioso"

La battaglia contro la bulimia: «Adesso ho la forza di parlarne»

di Tatiana Muraca 31/03/2021

Beatrice (è il nome di fantasia scelto per questa occasione) soffre di bulimia nervosa da circa 6 anni. La prima volta che la malattia si è manifestata, era molto piccola ed il ricordo di come ha avuto inizio è ad oggi annebbiato in Beatrice: «Ricordo solamente che non stavo bene, mi sentivo in sovrappeso e al di là dell’aspetto esteriore, provavo un senso di malessere generale. La malattia mi porta sistematicamente ad un regime di restrizione alimentare, a cui seguono vere e proprie buffate; queste, generano sensi di colpa che mi inducono a voler espellere tutto quello che mangio». Beatrice si definisce una persona introversa e passiva: questo suo lato caratteriale l’ha portata a tenersi dentro un dolore così forte, che ancora oggi non riesce ad esternare ai propri cari. «La caratteristica dei disturbi alimentari – ci racconta – è proprio questa: si sviluppa una tendenza ad accumulare tanto e a riversarlo nell’auto-distruzione. Sembra quasi un controsenso, perché da un lato non vuoi dirlo a nessuno, lo vuoi tenere per te, dall’altro vuoi essere visto in tutto il tuo malessere: da qui, l’ossessione a vederti sempre più magra». La convinzione di poter tenere sotto controllo la malattia, ha portato Beatrice a «trascinarsela» negli anni: passava da periodi in cui stava meglio ad altri in cui il mostro si ripresentava con più forza. «Dipendeva dal mio benessere mentale del momento. Sapevo che era una cosa sbagliata, ma allo stesso tempo non la percepivo come un problema. Mi sembrava fosse normale e non ne volevo parlare». L’incontro con una persona speciale, però, ha scosso qualcosa in Beatrice e grazie al suo sostegno è riuscita ad aprirsi. «È stato lui a spingermi a chiedere aiuto, proprio quando la malattia è sfociata nella sua forma più atroce, 6 mesi fa». La pandemia ha certamente influito sul percorso di Beatrice vissuto attraverso la malattia. Non per niente il Covid – statistiche alla mano – ha portato ad un incremento sostanziale dei disturbi alimentari. «Stare chiusi in casa significa non avere distrazioni e soprattutto vivere nel tuo paradiso/inferno. Hai il cibo sempre a portata di mano e quello che fuori non riesci a mettere in pratica subito, lo fai dentro le mura domestiche. Uscire, distrarsi, non elimina il pensiero, ma in quel momento non ha la possibilità di sopraffarti», sono le parole di Beatrice, che ha deciso di provare a guarire per la persona che le sta affianco. Ha iniziato un percorso terapeutico e tra coraggio e paura, il cammino tortuoso verso la guarigione è in corso. «A volte mi sento in colpa a scaricare i miei problemi sulla persona che mi è vicina, ed è anche per questo che ancora non riesco a parlarne con la mia famiglia. C’è molta ignoranza in giro per quanto riguarda i disturbi alimentari: sono veramente pochi quelli che capiscono cosa c’è dietro. Molti li vedono come un capriccio, un disturbo della vanità. Credo che fare buona informazione in tal senso sarebbe molto importante». La società, poi, con il target moderno della ragazza perfetta, non influisce in modo positivo, ma Beatrice non crede che i disturbi alimentari siano legati ad un particolare momento storico, in quanto «esistono da sempre e sono soggettivi. Io, ad esempio, oscillo da momenti in cui mi sento di voler guarire ad altri in cui mi sforzo di crederci. È come se perdessi il controllo di te, ma poi parlo con la persona che mi è affianco e mi dico: “Perché non provarci”?». È a lui, prima di tutti, che Beatrice sente di dire grazie, insieme alla dottoressa che la segue. «Non so se sono in grado di farlo, ma forse dovrei ringraziare anche me stessa, per sentirmi libera di parlarne con qualcuno. Per questo dico a chi soffre di qualsiasi tipo di disturbo come il mio, di non credere di poter gestire la cosa da soli, di chiedere aiuto e di non sprecare tempo prezioso, perché poi sarebbe troppo tardi».

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