accedi | registrati | 17-4-2021

La psicologa Giusy Zinnarello parla dei disturbi del comportamento alimentare (Dca) come "manifestazioni psicopatologiche complesse"

Rapporto alterato col cibo, che cosa c’è dietro il sintomo?

di Giusy Zinnarello * 31/03/2021

I disturbi del comportamento alimentare (Dca) sono manifestazioni psicopatologiche complesse, caratterizzate, soprattutto per quanto riguarda l’anoressia e la bulimia nervosa, da anomalie nel rapporto con il cibo, da un eccesso di preoccupazione per la forma fisica, da alterata percezione dell’immagine corporea e da una stretta correlazione tra questi fattori e i livelli di autostima. Si stima che in Italia ne siano affetti circa due milioni di adolescenti (sia femmine che maschi).
Per tali motivi si parla a riguardo di un’epidemia sociale sicuramente connessa alla presenza di modelli culturali e di costume, tanto che i Dca sono stati definiti una patologia culture bounded. Le pressanti richieste socio-culturali di stereotipati canoni di bellezza hanno il loro notevole peso nell’incidenza del fenomeno, è di virale diffusione l’idea che solo chi rientra in determinate misure e proporzioni fisiche può essere amato e accettato. La comunità scientifica, tuttavia, è concorde nel sostenere che l’eziopatogenesi dei Dca è multifattoriale e coinvolge anche fattori di rischio genetici e ambientali. Per le anoressie e per le bulimie che esordiscono in età adolescenziale, in un’ottica sistemico-relazionale, è importante prendere in esame anche la storia e le dinamiche familiari ricostruendo lo sviluppo del disturbo in una prospettiva trigenerazionale. Il sintomo è spesso una chiave d’accesso alla comprensione del funzionamento familiare, dei vincoli e delle risorse del sistema, della storia dei legami familiari e delle emozioni che tutto questo mobilita. Si tratta di un territorio complesso in cui si consuma la sofferenza di molti adolescenti e giovani e delle loro famiglie che può esitare in tragedia se non si riesce a intervenire tempestivamente. Un territorio boscoso, fitto di rovi, abitato da restrittive diete alimentari, dal pensiero ossessivo e ruminante sul cibo, da abbuffate compulsive e condotte compensatorie: clisteri, vomito autoindotto, uso eccessivo di lassativi e diuretici, attività sportiva spropositata.
È il territorio doloroso dell’indifferenziazione del sé, dell’angoscia di separazione, del valore simbolico del cibo che si fa veicolo di profondi significati psicodinamici e relazionali, dei confini familiari invischiati, della paura di crescere, della ricerca esasperata di performance perfezionistiche, del senso di impotenza e del bisogno di controllo, della lotta di potere tra genitori e figli, dei sensi di colpa che rimbalzano dentro triangoli relazionali spesso rigidi e disfunzionali. È il territorio ambivalente del culto del corpo e allo stesso tempo della guerra dichiarata al proprio corpo: visi spigolosi e emaciati, cute secca, corpi sottili e talmente denutriti da sembrare asessuati. La cura richiede di esplorare questo territorio complesso alla ricerca di significati celati dietro la sintomatologia ed è sempre cura dei legami e delle relazioni che coinvolge l’intero sistema familiare e cerca di sciogliere i nodi che spesso portano a questo blocco evolutivo. Secondo Onnis c’è alla base un tentativo inconscio di arrestare il tempo della crescita in quello che ha definito «tempo sospeso» di cui il corpo anoressico e bulimico offre una suggestiva metafora. In un’impresa congiunta tra terapeuta e famiglia si cerca la costruzione di una nuova storia che tutti condividano, una nuova narrativa familiare che possa rimettere in moto il tempo e sostenere il percorso di svincolo e di differenziazione del figlio mentre ci si sente rassicurati da un adattivo senso di appartenenza.

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