accedi | registrati | 14-4-2021

E sulle famiglia: «Ripensarla come spina dorsale della nostra comunità. Non è solo destinataria, ma soggetto della nostra missione»

Intervista all'arcivescovo Morrone: «Ripartiamo dalla Comunità»

Dialogo a tutto tondo con il futuro pastore della arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova

di Davide Imeneo 06/04/2021

A due settimane dalla nomina ad arcivescovo metropolita di Reggio Calabria - Bova, abbiamo intervistato monsignor Fortunato Morrone, sacerdote della arcidiocesi di Crotone - Santa Severina, scelto dal Papa per subentrare a monsignor Giuseppe Fiorini Morosini alla guida della Chiesa reggina. Dopo la sorpresa della nomina e le emozioni dei primi giorni, abbiamo chiesto all’arcivescovo eletto come sta vivendo la sua preparazione al ministero affidatogli da papa Francesco: «Posso dire con gioiosa trepidazione ha affermato monsignor Morrone - d’altra parte nessuno è all’altezza della chiamata, il Signore ha fiducia di ciascuno di noi, e scommette 70 volte 7 su di noi...questo mi da una grande serenità. E poi a Reggio Calabria c’è una grande Chiesa che mi accoglie. Senza infingimenti - lo dico col cuore – sono pronto a mettermi in cammino, imparerò a camminare con voi, ma col ritmo che ci regalerà lo Spirito Santo».

Il suo servizio episcopale inizia in un periodo piuttosto difficile per tutti: stiamo attraversando la pandemia…cosa sta cambiando nel mondo dal suo punto di vista?
Forse abbiamo preso finalmente consapevolezza che non siamo Dio. Questo sembra ovvio per noi cristiani, ma non ci riflettiamo mai a sufficienza. Siamo strutturalmente polvere, anche se siamo figli e figlie dell’unico Padre. Siamo creature all’interno di un ecosistema di cui siamo parte integrante. Ma rispetto ad altre creature, noi siamo chiamati ad essere custodi e non padroni, così insegna la Dottrina sociale della Chiesa rilanciata creativamente dall’enciclica Laudato sì.
La globalizzazione, nonostante la sua ricchezza socio culturale, segnata adesso dalla pandemia, ha provocato sul versante economico ulteriore povertà in tutte le nazioni, mettendo in crisi alcune certezze acquisite anche a livello pastorale. La rivoluzione della tecnica poi, in questi ultimi 30 anni, ha fatto lievitare l’illusione dell’onnipotenza.
D’altro canto la natura e la sua straordinaria forza, espressa in questo invisibile virus che “fa il suo lavoro”, ha permesso, almeno a chi non vive veramente in superficie, di riposizionarsi.
Nella fragilità e, purtroppo, nello smarrimento e nel dolore di molti, abbiamo riscoperto l’ossigeno dell’aiuto reciproco, della solidarietà. Penso con affetto a tutti coloro che hanno sofferto e soffrono per questa pandemia e a tutti coloro che con generosità hanno alleviato queste sofferenze.
Abbiamo così constatato, come ci ha ricordato papa Francesco, che viviamo davvero in un’unica Casa ed in un destino creaturale comune.

Secondo lei come cambierà la pastorale dopo il Covid?
Non è più possibile immaginare una pastorale che prescinda dall’idea della nostra responsabilità nei confronti del Creato e di tutte le persone che lo abitano. Sì, dice il Salmo, «i cieli sono i cieli del Signore, ma ha dato la terra ai figli dell’uomo»: cioè a tutti...nessuno escluso perché nessuno sia escluso, cioè scartato. Mi sembra che l’insegnamento della Laudato si’ sia fondamentale: la prospettiva di un’ecologia integrale spinge, se così posso dire, verso una pastorale integrale. Una pastorale, cioè, dallo sguardo ampio, pienamente cattolico, ecumenico ed universale. Abbiamo bisogno di impostare una pastorale che si proietti in avanti senza più portarci dietro pesi, strutture, pennacchi che appesantiscono il cammino. La crisi pandemica ha imposto di riflettere su ciò che non ci serve più: per annunciare il Vangelo dobbiamo essere più leggeri. La chiusura delle chiese nel primo lockdown ci ha costretti a non vivere “in presenza” la celebrazione eucaristica. Forse alcune persone hanno scoperto che la partecipazione abituale al rito era routine, o una forma di appartenenza sociologica, una consuetudine familiare, o anche un legame affettivo identitario alle feste religiose.
Ora, all’improvviso tutto questo è stato sospeso, e siamo stati “costretti” a svegliarci dal torpore della consuetudine. Quanto ancora accade deve farci riposizionare sulla verità della liturgia, ed è un’opportunità di Grazia per noi cattolici.
Ciò che dovrebbe attrarci alla Sacra liturgia è la verità annunciata da Gesù alla Samaritana, cioè che la gloria di Dio, che abita nei nostri templi deve poi abitare le nostre coscienze, i nostri stili di vita, l’esistenza tutta. Di conseguenza nelle nostre chiese, nello splendore delle celebrazioni, il cui culmine è l’Eucaristia, la nostra vita viene inverata, sanata e riconciliata nello Spirito di Gesù. Da qui riparte la vita dei credenti per la missione, “ite missa est”, annunciate a tutti che Dio, il Padre di Gesù, si prende cura di tutti, nessuno escluso.
Il Covid ci ha sicuramente messo in crisi, ma adesso puntiamo al meglio per rilanciare ciò che è al centro della pastorale e della liturgia: la vita comunitaria, che gli strumenti digitali non possono assolutamente sostituire. C’è voglia di stare insieme, che dobbiamo intercettare e fare nostra. Le persone si nutrono di amicizie vis a vis, questo ci rende umani. Ecco, da qui le nostre comunità possono ripartire.

C’è un’emergenza educativa in atto... la Chiesa come può educare meglio?
Penso che non possiamo non collegare l’emergenza educativa con il fatto che il nostro è un tempo di passaggio: un passaggio epocale. Siamo tra il vecchio mondo moderno e un nuovo mondo che non è ancora definito, ma che porta i segni della fraternità universale e dunque pienamente aperto alle relazioni, all’incontro e ci auguriamo non più strutturato sulla dialettica dello scontro. Certamente c’è un crescente multiculturalismo, migliora il dialogo interreligioso e quindi cresce anche il desiderio di un mondo nuovo più pacifico e sostenibile. La sfida educativa dovrebbe tenere presente, tra i tanti, questo aspetto e avere il coraggio di “generare processi” - come ci ricorda papa Francesco - senza avere l’ansia dei risultati e di mete chiare, distinte e perfette. Bisognerebbe avere dinanzi il desiderio di generare uomini e donne liberi, pacificati interiormente e fra di loro, per cui più che di un’emergenza, io parlerei di sfida o opportunità educativa, il cui metodo faticoso ma necessario, come ancora ci ha insegnato papa Francesco, è il discernimento comunitario.
Questo renderebbe le nostre comunità ecclesiali più attente ai giovani, alle loro storie, prima ancora dei principi che sono comunque necessari. Chi vive il mondo educativo, chi ha vissuto e chi vive ancora accanto ai giovani, sa per esperienza che soprattutto nel rapporto con loro si gioca la nostra credibilità ecclesiale e presbiterale in modo particolare. Non si tratta semplicemente di trovare nuove proposte accattivanti, nuovi percorsi a volte seducenti, e neppure di porsi la vecchia antica, ma sterile domanda, anche se legittima: “che possiamo fare per avvicinare i giovani alla Chiesa?”. La generatività cristiana chiama anzitutto ad essere credibili, cioè coerenti col Vangelo: qui veramente ci “giochiamo” i nostri giovani. D’altra parte raramente i ragazzi, soprattutto oggi, stigmatizzano la poca originalità della proposta ecclesiale. Forse in passato, anche ai miei tempi, era più ricorrente un’osservazione critica, ideologica, mentre in maniera sempre maggiore mi pare che oggi mettano in evidenza le incoerenze, i paradossi, le incongruenze tra l’umanità che Gesù ci ha mostrato, da lui vissuta, e quella che noi trasmettiamo con il nostro stile ecclesiale.
Essere generativi significa innanzitutto prendere sul serio l’osservazione del Papa espressa in occasione del documento preparatorio del Sinodo sui giovani, ispirata alla regola di San Benedetto: «spesso ai più giovani il Signore rivela la soluzione migliore ». Se eludiamo le loro domande, bollandole in modo superficiale come disagio o vuoto esistenziale, andiamo incontro a un profondo gap di cui già da tempo stiamo sperimentando la portata. Riadattando il noto monito di Paolo VI ricordiamoci che i giovani hanno bisogno di vedere in noi adulti anzitutto dei testimoni e pertanto anche dei maestri.

Papa Francesco ci ha donato due linee direttrici per questo tempo. Siamo nell’anno di San Giuseppe e, contemporaneamente, il Papa ci chiede di rileggere l’Amoris laetitia. Come orientare la nostra pastorale nei confronti di adulti e famiglie per rispondere efficacemente alle indicazioni del Papa?
Voglio esprimere la mia gratitudine a papa Francesco, con le parole della sua lettera apostolica Patris Corde, riconoscendolo uomo dal “coraggio creativo”. Sono parole che lui ha utilizzato per San Giuseppe, ma io le leggo come postura del suo stile credente. Sin dall’inizio il Pontefice ci ha invitato a non occupare spazi, ma attivare percorsi, quello che credo si stia già facendo, lo vediamo anche nelle nostre comunità diocesane: l’accompagnamento dei fidanzati e delle giovani coppie di sposi, con l’attenzione ai loro momenti di crisi o alle sofferenze della separazione e del divorzio, e ad un approccio più accogliente del Vangelo verso coloro che, per varie ragioni, convivono, e per questo potrebbero aprirsi a ripensare il loro amore alla luce del Vangelo, che in qualche misura abita il loro cuore.
Nella Patris corde sono posti alcuni aspetti dell’uomo Giuseppe, persona che vive di sola fede, quindi un padre amato, padre nella tenerezza, padre nell’obbedienza, padre dell’accoglienza. Ecco in queste espressioni c’è un progetto di vita per tutti noi adulti: scopriamo che nel prenderci cura e nella dedizione coraggiosa e creativa c’è la possibilità della riuscita della nostra vita. Questo è veramente un dono prezioso per tutti.
Inoltre, che il Papa abbia voluto riproporre il percorso tracciato con Amoris Laetizia è un segno importante, una grande pro-vocazione. Certamente al Pontefice sta a cuore il percorso iniziato già con il Sinodo dei vescovi sulla famiglia del 2015, e le famiglie hanno il bisogno concretamente di essere messe al centro dell’attenzione della nostra azione pastorale, dei nostri percorsi. Dobbiamo ripensare alla famiglia come la spina dorsale della nostra comunità, non solo in quanto destinataria, ma soprattutto come soggetto della missione della chiesa. Il metodo è quello di accompagnare, discernere, integrare le fragilità, come indicato nel capitolo ottavo di Amoris laetitia, una sfida di altissimo profilo e di grande respiro evangelico.

Lei ha una articolata esperienza come docente, formatore ed educatore dei futuri presbiteri. Cosa vuole dire oggi e sacerdoti di Reggio-Bova?
Intanto ringrazio i presbiteri della nostra bella Chiesa per la loro dedizione alla causa del Regno di Dio, cioè al sogno grandioso che contempliamo e adoriamo nella vicenda di Gesù culminata nel suo mistero Pasquale. Ma in questo ringraziamento ci sono certamente anche i religiosi le religiose, i consacrati e le consacrate, votati alla profezia nella Chiesa, non per ultimi i diaconi permanenti e i seminaristi.
È noto che questa antica arcidiocesi ha donato alla Chiesa universale e a quella calabra in particolare, figure esemplari di presbiteri. Solo in quest’ultimo secolo: san Gaetano Catanoso, don Italo Calabrò, ma anche la bella testa pensante di don Domenico Farias, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare. Con il suo magistero di scienza, di vita, è stato un punto di riferimento culturale per intere generazioni di giovani. Per non dimenticare due tra i tanti arcivescovi: monsignor Ferro e monsignor Lanza. Quindi... cosa posso dire? Mi immetto in questo fiume di Grazia.
Ecco ai miei amici presbiteri che sono chiamati a reggere con me il ministero della Grazia, dico con il cuore in mano - che siamo semplicemente dei graziati per essere stati chiamati a lavorare in prima fila nella Vigna del Signore. Questa sua chiamata è l’unico vero titolo di vanto. Tutti gli altri titoli ecclesiastici ed ecclesiali, se non sono retti da questo umile riconoscimento, rischiano sistematicamente di mondanizzarci. Papa Francesco più volte ci ha ammonito sulla tremenda tentazione del carrierismo, parla di sacerdoti rampanti, è una tentazione dalla quale nessuno può tirarsi fuori, dobbiamo tenerla lontana, così come anche quella del dio denaro. Cadere in queste tentazioni può capitare, l’unzione sacerdotale non ci rende immuni, ma si possono affrontare ed evitare se ci custodiamo gli uni gli altri nell’amicizia presbiterale, vivendo con convinzione la fraternità: pur con tutte le nostre fragilità, il popolo di Dio e coloro che non hanno ancora accolto il Vangelo, vedendoci uniti possono glorificare Dio. Agli amici presbiteri, che nella Messa crismale hanno rinnovato la loro gioiosa adesione al Signore, chiedo umilmente di interiorizzare questa esortazione e comando del Signore Gesù: «Tra voi non sarà così, ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere primo tra voi sarà vostro schiavo, come il Figlio dell’uomo che non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Qui c’è tutta l’Eucaristia che noi celebriamo.

La figura carismatica di John Henry Newman ha accompagnato i suoi studi. Quali aspetti del santo inglese farà propri nel suo Ministero episcopale?
Il motto cardinalizio di questo grande uomo di chiesa, grande credente, grande intellettuale, insomma un uomo a tutto tondo, suona così «cor ad cor loquitur». Il cuore è qui inteso quale luogo intimo, dialogico della persona, chiamata da Dio a uscire fuori dal sé egotico per aprirsi alla diversità dell’altro, accogliendo come dono arricchente la sua esistenza. La sua stella polare, Gesù di Nazaret, logos- verità incarnata, nonostante tutte le incomprensioni e le cattiverie subite, lo ha reso uomo del dialogo con gli uomini e le donne del suo tempo, quello vittoriano, a tutti i livelli: filosofico-culturali, accademici, ecclesiali. Mi permetto qui salutare e ringraziare le autorità accademiche di Reggio, che gentilmente mi hanno indirizzato un caldo saluto di “primo benvenuto”. Con loro non posso non condividere la passione educativa per i nostri giovani e sull’esempio di Newman sarò ben lieto di intessere un costruttivo dialogo a beneficio del nostro territorio. Così come auspico si potrà fare con tutte le autorità che operano nell’ambito della nostra arcidiocesi.
«Dio lavora per chi non lavora per se stesso», cosi il cardinal san John Henry Newman, scriveva ad un suo amico, costatando con gratitudine, quasi in un giro di boa sulla sua vita, come Dio opera e scrive sulle nostre righe distorte. A quest’espressione credente, così forte, ho cercato di ispirare la mia vita fin qui, ma soprattutto adesso orienta i miei pensieri in vista del mio servizio episcopale.
Colgo l’occasione per augurare santa Pasqua del Signore Gesù a tutto il popolo di Dio presente nell’arcidiocesi di Reggio-Bova, e in particolare a monsignor Morosini e ai vescovi emeriti, certo che sarò presente nella loro preghiera, come loro nelle mia.
A Maria Santissima, donna dell’ascolto e del servizio, Madonna della Consolazione, affidiamo tutte le nostre speranze più belle.

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