33 anni dalla Strage di Capaci, se la memoria illumina la coscienza collettiva

La storia porta con sé un bagaglio morale e una funzione civile, tale da portare gli uomini che studiano a capire il presente per progettare un futuro differente
Capaci

La prevaricazione non può piantare a lungo radici, perché ciò che è guasto va riparato, e le mafie sono un errore

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La terra ha tremato a Capaci sotto una carica di cinquecento chili di tritolo. Sull’autostrada A29 Palermo-Trapani, veniva tirato il cappio mafioso e perdevano la vita Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ventitré i feriti. Sismografi in tilt in tutta la Sicilia, macchine accartocciate in un ammasso di lamiere. Era un giorno apparentemente qualunque del ’92.

Il 23 maggio, il giorno in cui Giovanni Brusca aveva azionato il telecomando per spezzare la vita del giudice antimafia e di chi lo accompagnava. I mandanti non curanti del sangue ingiustamente versato, cinquantasette giorni dopo, il 19 luglio, in via D’Amelio, avevano decretato lo stesso destino per Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Tranina e Agostino Catalano. Le uccisioni di Falcone e Borsellino vennero decise nel corso di alcune riunioni della cupola di Cosa Nostra, presiedute dal boss corleonese Salvatore Riina, durante le quali parteciparono Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola, in seguito altri noti criminali come Matteo Messina Denaro.

Avevano pianificato un piano terroristico, stragista, che simbolicamente doveva attuarsi in quella terra, proprio in risposta alla conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso di Palermo, iniziato nel 1987 con 475 imputati e conclusosi con sentenza il 30 gennaio 1992. Un’operazione incredibile, resa possibile dall’azione del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto e formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lelio. Per la prima volta la mafia veniva messa alla sbarra e condannata, indagata, nomi e cognomi dati alle cronache giudiziarie e giornalistiche, perché l’opinione pubblica li aveva già. Per cui il ’92 doveva essere l’anno della vendetta, corleonesi e sodali non potevano restare inermi, dovevano marcare il campo, dimostrare che lì era “cosa loro” e il loro dominio intoccabile.

Gli omicidi di mafia e il dopo Capaci

Come se non fosse stato oltremodo oltraggioso assistere agli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del segretario regionale della DC Michele Reina, del commissario Boris Giuliano e del giornalista Mario Francese e del lungo rosario di caduti. Il sangue degli innocenti di Capaci non potrà mai essere lavato, così come quello di tutte le vittime delle mafie, ma a quegli eventi va riconosciuto un significato essenziale, perché alle settimane delle bombe e delle lacrime, seguirono indignazione e riscatto, soffiarono i venti di speranza di una terra libera e la memoria di uomini e donne che lottarono fino al sacrificio per i più alti valori di giustizia e libertà, per non essere mai più dimenticati.

Cosa Nostra non si rese conto che quegli uomini in realtà erano semi. La mafia, che pensava di porre fine alla partita uccidendo i servitori dello Stato, da quel momento è stata messa a nudo, è uscita allo scoperto, mostrando una brutalità che rifiuta tutt’oggi ogni forma di umanesimo. E questo ha provocato un movimento di pensiero rivoluzionario molto forte tra i giovani, gli studenti, la gente comune. L’anno successivo, ad Agrigento, Papa Wojtyla stesso avrebbe pronunciato un anatema contro i mafiosi: «Convertitevi, verrà il giudizio di Dio!». Un punto di svolta pubblico, solenne, di contrasto alla mafia, cui sono seguiti gli attentati alle chiese e, il 15 settembre di quell’anno, l’uccisione di don Pino Puglisi.

L’eredità di Capaci 33 anni dopo è il valore di una memoria che resiste e diviene luce. Da ferite a feritoie dove fa capolino qualche scintilla. La comprensione storica muove alla coscienza critica. Un sentimento di giustizia al rispetto delle Istituzioni e delle comunità. La prevaricazione non può piantare a lungo radici, perché ciò che è guasto va riparato. E le mafie sono un errore. La storia porta con sé un bagaglio morale e una funzione civile, tale da portare gli uomini che studiano a capire il presente per progettare un futuro differente.


PER APPROFONDIRE: Con Maria Ausiliatrice è festa del “Grazie” nella speranza


Fare memoria è una responsabilità comune. Nutrire i racconti, prendersi cura di tramandare la storia genera consapevolezza e senso critico, distanza dall’orrore del male. Fare memoria è un esercizio di bene comune.

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