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«Fratelli tutti», la lettura ''sociale'' di don Nino Pangallo, direttore della Caritas diocesana di Reggio Calabria-Bova (TERZA PARTE)

Samaritani oggi. Per fare il bene c'è sempre bisogno degli altri

di Redazione Web 05/11/2020

di Antonino Pangallo - Dopo aver evidenziato le ombre della fraternità, Papa Francesco nel capitolo II dell’enciclica Fratelli tutti commenta la parabola del Samaritano (Lc 10,25-37). Tutti possono trovare nella un’icona nella quale specchiarsi. “Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente” (64).

La pagina evangelica non rivela un’etica, diremmo oggi, buonista. “Il racconto, diciamolo chiaramente, non fa passare un insegnamento di ideali astratti, né si circoscrive alla funzionalità di una morale etico-sociale. Ci rivela una caratteristica essenziale dell’essere umano…: siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore. Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga “ai margini della vita”. Questo ci deve indignare, fino a farci scendere dalla nostra serenità per sconvolgerci con la sofferenza umana. Questo è dignità” (68).

Oggi come ieri va smascherata l’indifferenza: “davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada” (67).

Quando si dimentica che l’altro è il mio custode ed io lo sono per lui, si smarrisce l’orizzonte della fraternità e si diviene briganti, fratricidi, come Caino, “le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito”(70)

I briganti come rullo compressore sono capaci di colpire singoli ed interi popoli, imponendo la loro cultura; commerciano carne umana; colpiscono i vulnerabili in nome di interessi propri ed hanno come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”(75).

Il dottore della legge ed il levita appartengono alla schiera di coloro che vanno di fretta, evitano il disagio per non scomodarsi, disquisiscono sui massimi sistemi e, magari, versando lacrime di coccodrillo, continuano per la propria strada; “il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio” (74).

Diventati incapaci di compassione, gli uomini che si professano credenti, possono evitare l’altro. “Ci sono tanti modi di passare a distanza, complementari tra loro. Uno è ripiegarsi su di sé, disinteressarsi degli altri, essere indifferenti. Un altro sarebbe guardare solamente al di fuori”(73).

L’uomo percosso ed il samaritano rivelano l’altra parte dell’umanità, quella di coloro che si trovano ai margini, percossi ed umiliati, è la condizione oggi di interi popoli, è la nostra condizione: “l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada” (71).

Il paradosso si compie. La compassione arriva da uno straniero miscredente. Eppure, è proprio colui che è evitato, in quanto estraneo, a vedere il disagio, a provare compassione, ad aprire una fraternità che smonta gli schemi.

Papa mette in guardia da una interpretazione spiritualista. “Ogni giorno ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa… Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto; anche se tante volte ci troviamo immersi e condannati a ripetere la logica dei violenti, di quanti nutrono ambizioni solo per sé stessi e diffondono la confusione e la menzogna. Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene” (77).

C’è un particolare rilevante. Il Samaritano ha bisogno di una rete, di una struttura di sostegno. “Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità” (78).

In definitiva, “ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano” (69).

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