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Calabria, Zona Rossa: chi saprà interpretare l'insofferenza?

Misura ingiusta, ma no a barricate. Ora, un dialogo nuovo con Roma.

di Federico Minniti 08/11/2020

La Calabria è finita nel girone semi–dantesco della Zona Rossa: per quindici giorni, sarà lockdown “soft”. Tutto uguale a marzo, tranne l’apertura delle scuole fino alla prima media. Questo ha destato – non poca – indignazione: una levata di scudi di una “armata Brancaleone” bipartisan di cui non ne sentivamo, davvero, l’esigenza.
 
Comprendiamo benissimo, infatti, che la “scadenza” del 3 dicembre per la Calabria sarà un palliativo: se la causa della chiusura non è la curva del contagio (che posiziona l’ultimo lembo dello Stivale ben lontano dai numeri critici registrati anche nelle vicine Campania e Sicilia), bensì lo stato di sofferenza del sistema sanitario calabrese è impossibile riuscire in quindici giorni a fare ciò che andava fatto negli ultimi trent’anni. La serrata calabrese, stante a queste condizioni, sarà l’ultima a cessare.
 
L’ennesimo Dpcm è l’«usurpatore» della libertà calabra: questo è un dato oggettivo. Forse l’unico. Perché, numeri alla mano, mal si comprende il motivo di questa scelta. Il professore Domenico Marino, brillante accademico reggino, ha messo nero su bianco tutte le incongruenze dell’ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, che comunicava – sic et simpliciter – la chiusura a data da destinarsi della vita sociale in Calabria. «Utilizzare solo il parametro Rt per gestire le misure di contenimento è un errore abbastanza marchiano; – scrive Marino che snocciola numeri interessanti – la Calabria ha oggi un tasso di riempimento delle terapie intensive intorno al 22%, tra i più bassi in Italia, (dato Agenas), un rapporto fra tamponi e contagiati che è inferiore al 10% (in Italia è intono al 15%) abbiamo un tasso di mortalità (morti su 1.000.000 abitanti) che è intorno a 63 (per l’Italia è pari a 646, 10 volte superiore!). Il numero di contagiati di abitanti è in Calabria pari 2,8 per mille abitanti a fronte di un 12,2 per mille abitanti dell’Italia».

È scolastico, quindi, comprendere quanto sia ingiusto il provvedimento del presidente Conte. Ancor più perché la tanto vituperata sanità calabrese è nelle mani di commissari governativi da quasi un ventennio. Fatte queste sostanziali premesse, ahinoi, ci sono tutti gli elementi affinché i Masaniello di giornata possano riempire i social network di strali e lamentazioni. Siamo al tragicomico. Perché si sa, dallo Stretto al Pollino, «quando il sole è al tramonto, le ombre dei nani si allungano»: e se dietro l’ultimo Dpcm, c’è l’ombra dello scontro politico, questa volta il prezzo da pagare per i calabresi sembra essere davvero troppo alto.
 
Per gestire anche l’insofferenza, ci vuole responsabilità e lungimiranza. È il tempo di chiedere garanzie per la Calabria, per le sue imprese, per la sua sanità, per la sua spesa sociale (attualmente irrisoria). Chi può interpretare questo sentimento? I prossimi giorni ci diranno se, nella classe politica attuale, c’è qualcuno che sappia invertire la rotta. Altrimenti, senza essere facili profeti, la deriva socio–economica sembra pressocché inevitabile.

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