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Uomini e donne, di età diverse, ma accomunati dalla capacità di non girarsi dall’altra parte

«Nessuno escluso mai», voce a chi opera in prima linea

di Redazione Web 15/11/2020

Uomini e donne, di età diverse, ma accomunati dalla capacità di «non girarsi dall’altra parte». Convivere con le povertà, in fondo, è questione di sguardi: attraverso i loro occhi, chi si sente solo, abbandonato, escluso trova una strada da percorrere. Nei loro volti, probabilmente, scorgono quello di Dio. Eppure se questa constatazione li sfiora, i nostri intervistati quasi si schermiscono. Non si sentono all’altezza.

Sara Bottari, ad esempio, guida la Fondazione “La Provvidenza” onlus. «Abbiamo in carico 65 bambini, tra i sei e i 17 anni, per loro facciamo sia un compito di scolarizzazione, ma anche di formazione» spiega la prof prestata, da sempre, al volontariato: «Il nostro lavoro si estende anche alle loro famiglie: l’obiettivo è renderli partecipi della vita dei figli». Un lavoro che prevede un sovraccarico di responsabilità che, però, non spaventa Sara Bottari e i suoi: «Anche dal punto di visto delle necessità economiche, proviamo a rispondere alle loro esigenze: l’accompagnamento è totale. La Provvidenza non si ferma».

Donne a confronto, con le parole di Mariella Quattrone, responsabile della cooperativa “Collina del Sole” che opera nel difficile contesto di Arghillà: «Accogliamo la sfida di papa Francesco, cioè di porsi in ascolto del grido del povero. Per farlo pensiamo a un progetto di accompagnamento alla persona: non fare assistenzialismo, ma investire su un progetto permanente che mette la persona al centro delle proprie azioni ». Oltre gli spot insomma: «È richiesto – sottolinea Quattrone – un impegno importante: essere voce di chi ha bisogno di avere voce».

Sempre nella zona nord della Città, nella vicina Catona, da quasi trent’anni porta avanti il suo servizio l’associazione di volontariato Nuova Solidarietà. «Un pasto, un posto letto, degli indumenti, dei viveri. Questa è la missione della Casa della Solidarietà che, dal 2007, ha ospitato 700 fratelli» spiega il presidente del sodalizio, Fortunato Scopelliti che motiva da dove deriva questo grande impegno verso i più fragili: «Ciò che è importante, è la definizione stessa di solidarietà cioè la costruzione del Bene Comune; dove tutti siamo responsabili degli altri».

Un aspetto sottolineato da Alberto Mammolenti, responsabile del Centro accoglienza “San Gaetano Catanoso”, il tetto per i senza fissa dimora di Reggio Calabria: «Il Papa continua a spronarci: il povero fa parte del nostro essere Chiesa. Siamo tutti fratelli, figli di Dio, e questo ci chiama a preoccuparci del-l’altro: abbiamo bisogno di vivere in quelle relazioni che ci costituiscono persona». Poi un riferimento alla mano d’aiuto necessaria da chi amministra la Cosa Pubblica. «È difficile trovare un sistema di vero ascolto nelle Istituzioni. Eppure – sottolinea Mammo-lenti – le istanze di ciascuno devono essere portati all’interno della comunità per affrontarle insieme».

Con gli ultimissimi c’è spesso anche Stefano Patti di “Progetto Amico”. Le sue parole sono semplici, ma svelano tanti perché: «Tendere la mano vuol dire ridare dignità. Il grido del povero deve trovare risposte nel popolo di Dio: per farlo occorre servire gli ultimi della terra».

«Nessuno escluso, mai». Il testamento spirituale di don Italo Calabrò, fondatore della Caritas diocesana di Reggio Calabria (e sul quale si è aperto il processo canonico per il riconoscimento delle Virtù eroiche) è vivo in riva allo Stretto. A 30 anni dalla sua morte, infatti, le Opere–segno pensate nel ventennio tra gli anni ‘60 e ‘80 sono tutte lì a dimostrare che l’amore vince sempre. «Quando si parla di poveri è un termine generico: dovremmo parlare di persone che soffrono. Questo significa farsi prossimo accanto a loro: oggi, quello che è più urgente, è il bisogno di relazione: avere accanto persone ti ascoltano, capaci di vivere momenti di fraternità» spiega Pietro Siclari, presidente della Piccola Opera Papa Giovanni. «Quello che c’è all’esterno ci preoccupa di più: la Piccola Opera ospita circa 700 utenti, ma non possiamo “accontentarci” di quello che facciamo, piuttosto – sottolinea Siclari – dobbiamo essere attenti a quello che accade al di fuori delle nostre strutture».

Insomma, una voglia insaziabile di bene. Come quello che coltiva un’altra realtà fondata da don Italo Calabrò che ha la sua sede proprio in quella che fu l’ultima casa terrena del sacerdote reggino a un tiro di schioppo dal Castello Aragonese. Stiamo parlando del Centro Comunitario Agape che si rinnova, anche nei suoi volti. A parlarci delle loro attività è la giovane Giulia Melissari che è nata dopo la morte di don Italo, ma parla di lui come se fosse un amico datato: «Già dal ‘68, don Italo Calabrò ha fatto suo il messaggio di fratellanza: il povero ha un nome e cognome e la sua storia. I primi poveri da servire sono quelli vicini a noi: occorrono azioni concrete affinche nessuno venga escluso, mai».

Luciano Squillaci è il vicepresidente del Cereso. Una realtà fondata all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso da un medico, Totò Polimeni, e da un sacerdote, don Piero Catalano. Un altro segno indelebile dell’impegno eccesiale per gli esclusi, in questo caso quanti soffrono di dipendenze: dalla tossicodipendenza all’alcolismo fino a giungere al gioco d’azzardo patologico. «Abbiamo abituato i nostri occhi e i nostri cuori a pensare alla povertà come un male necessario. Anzi, il fatto che ci siano degli esclusi tranquillizza tutti gli altri di essere inclusi » stigmatizza Squillaci che rilancia: «È giunto il momento di limitare le cause della povertà e non fermarci soltanto a chinarsi per lenire le ferite dell’uomo trovato in mezzo alla strada, cioè, traducendolo in termini più laici, è necessario nelle nostre organizzazioni percepire come invalicabili gli articoli 2 e 3 della Costituzione: il principio della solidarietà nell’uguaglianza che non è pari opportunità, ma – conclude Luciano Squillaci – pari dignità».

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