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Il nome della Ong è proposto in queste ore come soluzione al commissariamento ad acta, anche se Gino Strada non ha assunto il timone

Emergency in Calabria c’è già. E cura gli «invisibili»

di Federico Minniti 17/11/2020

È la notizia della settimana: Gino Strada sì, Gino Strada no. Il fondatore di Emergency potrebbe essere l’uomo «di rottura» rispetto al passato fatto di pressapochismo e poltrone. La disponibilità c'è, manca però ancora l'accordo. Qualcuno, però, storce il naso: la Calabria non è l’Africa, dicono con un riduzionismo urticante. In realtà, Emergency in Calabria c’è già. Eppure da un bel po’: esattamente 9 anni. Abbiamo deciso di fare un salto a Polistena, in provincia di Reggio, per vedere cosa fanno Mauro Destefano (che è il coordinatore di progetto) e gli altri operatori dell’ambulatorio che si occupa degli «invisibili».

Non vi occupate solo di «pozzi» allora...

In realtà (ride) siamo uno dei pochi studi medici integrati presenti in Calabria, tra l’altro all’interno di un bene confiscato alla ‘ndrangheta. Garantiamo, tutti i giorni e gratuitamente, prestazioni di medicina generale e infermieristiche per tutte quelle persone che non hanno la possibilità di accedere facilmente al Servizio sanitario nazionale. A questo si aggiunge un orientamento socio–sanitario e uno sportello di supporto psicologico. Ultimamente facciamo anche un servizio– navetta: partiamo dalla nuova tendopoli di San Ferdinando...

Che effetto ti hanno fatto le parole di Spirlì?

Preferisco non cadere nelle polemiche. Credo che il presidente facente funzioni sappia dov’è l’ambulatorio a Polistena, ma non lo abbiamo mai visto passare a vedere cosa facciamo.

Cosa vuol dire affrontare l’emergenza– Covid accanto ai braccianti “rinchiusi” nei container?

Dentro una paralisi decennale si è aggiunta un’emergenza a cui nessuno era preparato. Il Coronavirus non ci rende tutti uguali, ma acuisce le differenze. Molte persone vivono in contesti abitativi promiscui, come una tenda da condividere con altre sei persone. E con un solo bagno. Per loro è impossibile attenersi alle limitazoni in atto. È un problema prima sociale, poi sanitario. Ma ugualmente grave.

Oltre la pandemia. Come giudichi i servizi sanitari sul territorio dove operate? Cosa servirebbe per «cambiare marcia»?

Rispettare l’articolo 32 della Costituzione: «Tutte le cure vanno garantite a qualsiasi individuo». La soluzione–madre è il potenzialmento della medicina territoriale: parliamo, ad esempio, dell’assistenza domiciliare o alla prevenzione sanitaria. Non basta, soltanto, parlare di “umanità”: serve maggiore collaborazione tra Istituzioni e le realtà che operano in prima linea.

Possiamo dire che a Polistena c’è un modello da imitare? Parliamo di medicina di prossimità?

Sì, è vero. Quello che facciamo andrebbe cristallizzato: pensiamo che questo modello debba essere applicato dalla sanità pubblica. Quanto sarebbe bello uno studio del medico di base che eroghi servizi integrati? Quante volte manca un vero e proprio “orientamento” dei pazienti verso il proprio percorso di cura o su quelli che sono i suoi diritti. Probabilmente questo periodo, legato alla diffusione epidemiologica, ci consente di vedere in modo più chiaro il percorso da intraprendere per salvare la Sanità. Che, poi, vuol dire salvare tutti noi.

Un strada da percorrere insieme. Ci racconti il vostro rapporto con la Chiesa e il Terzo Settore?

Da soli non arriviamo da nessuna parte: o si lavora in rete oppure non si può rivolvere nulla. È fondamentale per dare forza alla fase due del nostro intervento: quello di migliorare le condizioni di vita di chi si affaccia al nostro ambulatorio.

Dalla cura all’inclusione. Ci vuoi parlare del “Modello Drosi”?

In realtà è la normalità. Affittare delle case a lavoratori stagionali stranieri. È possibile farlo e, nella Piana di Gioia Tauro, queste “normalità” fino a poco tempo fa “impossibili” si stanno moltiplicando. Insomma, l’utopia del paese solidale di Mimmo Lucano è assolutamente replicabile.

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