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Così il doposcuola gestito dalla parrocchia si sposta in androni e sottoscala. Con attività ''alternative''

Arghillà, parte la didattica a distanza «di strada» tra i lotti

di Federico Minniti 10/12/2020

La didattica a distanza (Dad) non è uguale per tutti. Se ne sono accorti ad Arghillà, ghetto urbano di Reggio Calabria. I numeri sono allarmanti: il 40% degli studenti non si sono ripresentati alla “prima campanella” della scuola primaria a settembre, mentre molti altri - quasi 6 su 10 - si sono arresi di fronte alle difficoltà della Dad.
Un’impresa titanica vivere le lezioni online per chi soffre di disconnessione. Manca il wi-fi, la rete mobile scarseggia e i dispositivi non sono neanche il massimo. La povertà economica aggrava la povertà educativa. Un dato di fatto che amareggia, ma non può lasciare inermi.

E, infatti, non sono rimasti con le mani in mano le donne e gli uomini della parrocchia di Sant’Aurelio che ormai da tanti anni - attraverso l’associazione “Il Tralcio” - si occupano del doposcuola dei casi segnalati dai Servizi sociali del Comune. Ma in realtà, i volontari di Arghillà non fanno “selezione” e prima del lockdown i locali de “Il Tralcio” scoppiavano di vita. Per invertire la rotta, don Nino e i suoi hanno deciso di mettersi lo zaino in spalla e fare il percorso opposto a quello, da sempre, fatto dai loro ragazzi. Il doposcuola si sposta e finisce negli androni e nei sottoscala dei casermoni di Arghillà Nord. Una sorta di didattica a distanza «di strada». Tanti gli scopi da raggiungere: dal supporto scolastico al recupero della capacità di socializzazione fino alla prevenzione del disagio giovanile che, nella fascia delle scuole superiori, è tristemente imperante. Qualche animatore, durante la nostra passeggiata tra i lotti, si lascia sfuggire che «droga e prostituzione minorile sono all’ordine del giorno».

La progettualità imbastita si arricchirà anche di un presidio medico gratuito, guidato dalla dottoressa Tita La Rocca, attraverso il quale si potrà effettuare uno screening sanitario completo. «L’abbiamo chiamo “Il sottoscala dei diritti” e non è un caso: con questa attività vogliamo tenere uniti i diritti inviolabili come la salute, l’istruzione e il gioco dei nostri bambini e ragazzi» , ci spiega don Nino Iannò, parroco di Sant’Aurelio in Arghillà. «Abbiamo notato come la vita nei cortili stava continuando - prosegue don Nino - per cui abbiamo scelto di abitare gli spazi di quanti sono stati dimenticati da tutti. C’è un’ottima collaborazione con la scuola per intrecciare i dati e censire dettagliatamente i bisogni della popolazione studentesca del territorio». In questa avventura di strada è stato coinvolto anche il Csi Reggio Calabria che, proprio ad Arghillà, sta sviluppando - da diversi anni - una polisportiva di comunità. Un esperimento in solitaria che non teme la quarantena.

«Abbiamo già provato a vivere lo sport pur rispettando le distanza imposta dai Dpcm - spiega Paolo Cicciù, presidente del Csi reggino - e ci siamo resi conto il gioco rappresenta un ottimo strumento per restare ancorati soprattutto ai più fragili». Il gioco è un ottimo vettore per agganciare i famigerati neet, cioè quei ragazzi che non studiano né cercano lavoro, la cui età media ad Arghillà è tragicamente crollata: «Non vogliamo arrenderci nel pensare che quei giovani siano condannati ad essere “perduti” », conclude il presidente-allenatore del Csi.

Mentre il parroco e il mister girano tra i lotti, Mariella Quattrone, presidente de Il Tralcio, ci racconta tutte le sue preoccupazioni: «Ci siamo resi conto che era necessaria una rilettura del territorio: analizzando le diverse situazioni, abbiamo notato che il secondo lockdown sta avendo effetti ancora più negativi di quello precedente con tantissimi ragazzi, alcuni dei quali avevano un approccio positivo verso le lezioni, non hanno neanche iniziato l’anno scolastico». « Vogliamo trasformare l’animazione sportiva in gioco didattico - spiega l’educatrice - per farlo proveremo a portare in strada quegli strumenti ormai familiari a tanti studenti, come i tablet, ma che da queste parti sono meno reperibili». Le donne e gli uomini di Arghillà sono in gioco, adesso quello che serve è una presa di responsabilità di tutta la Città che deve scegliere di scendere in campo: «Abbiamo bisogno d’aiuto; andare per le strade è la nostra missione, ma per raggiungere tutti c’è la necessità di gambe e braccia che ci sostengano», conclude don Nino Iannò.

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