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Concilio Vaticano II, la grande bellezza della Comunione

Il vescovo emerito di Reggio Calabria valuta la recezione del ''Vaticano II'' nella diocesi reggina-bovese

di Vittorio Luigi Mondello 10/12/2020

Cinquantacinque anni fa si chiudeva il Concilio Vaticano II. Ci concentreremo su due particolari argomenti che hanno relazione con ciò che i teologi chiamano la “recezione” del Concilio, ma sono affrontati tenendo conto della mia personale esperienza di pastore che ha seguito lo svolgersi del Concilio da giovane presbitero e poi da vescovo in questi ultimi 43 anni.
Parleremo di «cosa dice la Chiesa di se stessa» e «come la comunità cristiana ha vissuto il post Concilio».

Cosa dice la Chiesa di se stessa.
È chiaro come già all’inizio la Costituzione Dommatica sulla Chiesa (LG 1, 1) i Padri Conciliari si sono posti la domanda: Chiesa cosa dici di te stessa? E hanno dato la seguente risposta: «La Chiesa è, in Cristo, come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».
Sappiamo bene come fin quasi alle soglie del Concilio la Chiesa, seguendo il Bellarmino, veniva presentata come una società perfetta.
Il Vaticano II, senza negare questa presentazione, la completa con l’affermazione «la Chiesa è, in Cristo, come un sacramento». Molti Padri non accolsero favorevolmente tale presentazione sostenendo che il popolo non l’avrebbe capita e perciò avrebbe pensato che il Concilio intendeva presentare la Chiesa come un ottavo sacramento.
La Commissione incaricata dell’estensione del documento non accettò tale osservazione perché il testo chiaramente affermava che la Chiesa era “come” un sacramento. In tal modo si voleva sottolineare che come i sacramenti sono realtà umanodivine così anche la Chiesa è una realtà umano-divina. Chiarisce poi tale concetto affermando «o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Ciò significa che la Chiesa continua la missione che il Padre ha affidato al Figlio e che questi ha affidato alla Chiesa per realizzare quella comunione dell’umanità con Dio e di tutti gli uomini (non solo cristiani) tra di loro.
Questa natura comunionale è dono del Padre che partecipa, tramite il Figlio e lo Spirito Santo, la propria comunione alla Chiesa e all’intera umanità. Perciò, citando San Cipriano, la Lumen Gentium può concludere: “Così la Chiesa universale si presenta come «un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (n.4). Tutto ciò significa che essendo la comunione dono della Santissima Trinità, la Chiesa non può darsi da se stessa tale dono né potrà mai perderlo. Ci domandiamo perciò: questa presentazione ha influito sul rinnovamento cristiano dei credenti? Ho l’impressione, che mi viene dalla mia esperienza di pastore, che spesso si consideri ciò che non è vera comunione per autentica comunione e si sottovaluti ciò che è vera comunione con alcune manifestazioni che solo esternamente possono apparire tali, ma che in realtà sono semplici soddisfazioni personali. Potrei presentare tante mie esperienze di vita pastorale, ma lo spazio concessomi non me lo consente.

Come la Comunità cristiana ha vissuto il post-Concilio.
Una prima risposta la si può trovare in ciò che ho scritto sopra. Ora, invece, vorrei mettere in risalto un problema che va oltre il Vaticano II, perché tante cose nell’odierna società sono cambiate rispetto al tempo del Concilio.
Mi riferisco soprattutto ai rapporti della Chiesa con il mondo di oggi e specialmente con coloro che si proclamano atei. Oggi le forme di ateismo si differenziano da quelle del tempo del Concilio. In alcune cose, però, il Concilio rimane attuale. Esso non intende condannare (né accettare) ogni forma di ateismo, ma vuole entrare in dialogo con essa.
Nella Costituzione Pastorale, Gaudium et Spes, il Vaticano II sottolinea soprattutto la necessi- tà che i credenti abbiano e testi-monino una fede autentica e profonda: «Questa fede deve manifestare la sua fecondità, col penetrare l’intera vita dei credenti, anche quella profana, col muoverli alla giustizia e all’amore specialmente verso i bisognosi. A rivelare la presenza di Dio contribuisce, infine, moltissimo la carità fraterna dei fedeli, che unanimi nello spirito lavorano insieme per la fede del vangelo e si mostrano quale segno di unità» (GS n.21).
Il commentatore di questo n. 21 (Giovanni Ancona) afferma che la Gaudium et Spes «in risposta all’ateismo insiste sulla testimonianza autentica di quanti sono battezzati; una testimonianza che è motivo di credibilità per quanti hanno difficoltà a credere in Dio. Ciò significa, in concreto, che i membri della Chiesa son chiamati a vivere in modo maturo e con realismo la propria esistenza credente» (in Commento ai Documenti del Vat.II, Ed. EDB, vol.8, 2020, p. 201).

Da queste incomplete riflessioni scaturisce con evidenza che il rinnovamento della Chiesa voluto dal Vaticano II non si realizza a partire dal cambiamento delle strutture (dei Dicasteri Vaticani, dalla diminuzione delle parrocchie…ecc.) ma dal vivere in pienezza il dono della comunione e dal testimoniare tale comunione con una autentica testimonianza di vita.
Purtroppo ancora oggi, come ho già detto, non è pienamente compreso il significato della comunione e non si dà , spesso da parte di ecclesiastici di ogni grado e di laici impegnati nel sociale, una risposta adeguata ai tempi che stiamo vivendo. Collaborare alla costruzione della comunione e testimoniare la fede con la vita è il vero modo di attuare i suggerimenti del Vaticano II e renderli attuali per il nostro tempo.

* arcivescovo emerito di Reggio Calabria- Bova

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