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La riflessione di don Stefano Iacopino che da 11 anni presta servizio come cappellano della struttura

Avvento di «speranza» al Gom di Reggio Calabria

di Redazione Web 09/12/2020

Da qualche settimana come cristiani stiamo vivendo uno dei Tempi Forti dell’anno liturgico: l’Avvento, Tempo bello, tempo di speranza, che rinnova il cuore di ogni uomo e donna, di ogni cristiano che si prepara a celebrare la grande festa della nascita di Cristo Salvatore.
Quest’anno ci stiamo preparando a vivere un Natale “straordinario”, umanamente parlando in negativo, ma sappiamo benissimo che è proprio nei momenti difficili che si scopre la presenza di Dio, la sua vicinanza in modo straordinario: Lui opera in modo incessantemente in mezzo a noi.
Il vegliare, il vigilare che la liturgia sottolinea, ci fa capire che in questo momento storico Dio non ci lascia soli.

L’unico che in questo tempo non mantiene “le distanze da DPCM”, ma nel silenzio si avvicina a ognuno di noi, allevia la profonda solitudine che tanti si portano dentro, la disperazione, il bisogno di stringere una mano, ricevere un sorriso…..dona speranza.
Ma come si può parlare di speranza nella situazione di pandemia che stiamo vivendo? Quale segno di speranza posso essere io, uomo, Cappellano nelle Corsie di un Ospedale con oltre 20 UOC di cui 6 COVID?

Da 11 anni vivo fisicamente dentro l’Ospedale, nei locali messi a disposizione dell’Azienda accanto alla Cappella al terzo piano: tanti non ci credono che un sacerdote viva H 24 dentro le mura di un padiglione di ospedale; invece si, lì c’è il mio “eremo”, quando riesco a raggiungerlo dopo una giornata nelle corsie….mai come ora capisco la preziosità di una presenza particolare accanto a fratelli e sorelle in Cristo.
Da diversi mesi il mio servizio-missione è cambiato, ha tolto la libertà di movimento, ha limitato i rapporti, ha aumentato le distanze fisiche, sia nei contatti con il personale, con i volontari che con gli ammalati e le famiglie: questa situazione ti porta a capire e vivere la giornata come se le ore non bastassero mai.

In questo tempo fa da padrone la paura: paura di avvicinarti alle persone, o che le persone si avvicinino a te, perchè potrebbero infettarti…e viceversa.
La paura c’è, ma bisogna saper rischiare come ha fatto Gesù, il Medico per eccellenza che si accostava ai lebbrosi…..
Oggi più di prima si vede in ogni malato il “Volto del Cristo sofferente in croce nel pronunciare le ultime parole “Ho sete”: sì, tanti anziani senza la vicinanza dei propri cari, forse per la prima volta (e a volte forse l’ultima) si sentono smarriti, non hanno la forza di chiedere un po’ di acqua. Dopo giorni lontani dai propri cari sono disorientati, non si riconoscono, non riconoscono…. nonostante gli sforzi del personale sanitario che si prodiga per le cure e le terapie necessarie.

Fondamentale in questo tempo è la vicinanza di una figura religiosa, sacerdote, suora, che avvicinandosi in punta di piedi condivide con loro la vita, li ascolta, cerca di eliminare le distanze e di alleviare la solitudine che si portano dentro. Si sentono soli e hanno bisogno di cose materiali e spirituali. Chiedono notizie della famiglia, spesso faccio video-chiamate: reca grande conforto vedere una parente, sentire la voce.
Si sente l’importanza di far parlare il sofferente, farlo uscire dal proprio guscio, farlo guardare oltre il proprio orizzonte, aprirlo al rapporto con Dio. Li invito a dare un senso a quello che stanno vivendo, e nel pregare insieme chiedo al Signore la loro guarigione, ma anche il dono di una fede salda, vivendo la malattia come offerta per l’apertura del cuore.

Cerco nel mio limite di aiutare a portare la croce come il Cireneo, cerco di asciugare le lacrime dal volto come la Veronica, per poi questi volti portarli con me nella preghiera, nell’adorazione eucaristica, nella celebrazione del sacrificio eucaristico.
Nella stessa preghiera chiedo al Signore di allontanare da me la paura del contagio nell’avvicinarmi al malato, anche se prendo tutte le precauzioni possibili e il personale stesso mi dà precise indicazioni su come muovermi. Ringrazio Dio fino ad oggi sono stato protetto, anche se come tutto il personale ho fatto i dovuti controlli. Di fronte a un’emergenza non ci si può far vincere dalla paura. Cerco di guardare il malato con lo stesso sguardo di Gesù.

In tutto questo accanto a me quotidianamente con coraggio, fede, ed anni di esperienza diretta c’è Sr Piera Sala Crist, suora di Maria Bambina che condivide con me questa missione di assistenza religiosa ai malati nelle corsie dell’Ospedale, ogni giorno organizziamo le visite in modo da visitare più reparti possibili, la sua assidua presenza è un grande dono del Signore per me cappellano ma soprattutto per i pazienti e il personale.

In questo tempo di pandemia posso confermare che anche il rapporto con il personale medico e infermieristico, OSS è straordinario (anche se lo è sempre stato): rapporto di grande amicizia, affetto e collaborazione. Ho sempre ricevuto sostegno.
Abbiamo vissuto insieme dei momenti di preghiera, qualche momento vissuto con l’arcivescovo, preghiera che ci aiuta a ricaricarci spiritualmente per proseguire questo difficile cammino, trovare quella forza che solo il cibo spirituale può dare.
Il virus può essere contagioso ma la preghiera, la misericordia riescono ad annientarlo e la benedizione di Dio Padre vince sempre.
Ci prepariamo come dicevo prima, a celebrare il Natale di nostro Signore, una nascita è sempre una gioia, …poi se a nascere è il Figlio Dio nel nostro cuore la gioia è incontenibile.

Purtroppo quest’anno sarà un Natale diverso, come è stata la Pasqua, non ci saranno le celebrazioni nei Reparti, le visite straordinarie, i momenti ricreativi curati dalle varie associazioni di volontariato, ecc… ci saranno le celebrazioni quotidiane in cappella, partecipate da qualche “coraggioso volontario/a” e dal personale: da questa “Fonte” attingeremo per dissetarci e dissetare le arsure spirituali.
Questo ci aiuta a guardare avanti, a dare speranza, il cristiano è un uomo di speranza e di luce: nella sua vita non ci può essere pessimismo.
Noi tutti dobbiamo portare speranza dove non c’è e amore, dove manca. Perché l’amore è creativo e fa miracoli, soprattutto nei piccoli gesti e attenzioni verso le persone. Io spero che l’uomo si ravveda.

Questo virus, ha distrutto le vite di tanti fratelli, ha segnato il cuore di tutti.
Questo tempo doloroso, triste, deve cambiare in tempo di grazia. Se siamo capaci di imparare la lezione, niente andrà perduto di tanta sofferenza, per tutti deve essere occasione per rivedere la nostra vita. La libertà che ci manca, quando sarà riacquistata, deve servire a custodire gelosamente e promuovere la vera libertà per tutti.
Il dolore che tante famiglie stanno vivendo nel dover lasciare da soli i propri cari in ospedale, deve farci apprezzare il valore bello dell’amicizia, della famiglia, dei nostri anziani. Deve farci riscoprire l’umanità che c’è in noi, riaprirci a Dio e avere con Lui un rapporto di profondo amore e fiducia.
Gesù ci ha insegnato con la sua vita che la compassione è il sentimento del cuore del Padre, di cui Lui è l’immagine fatta uomo: il Padre soffre con noi, gioisce con noi, cammina con noi, che siamo creati dal suo amore.
Questo è ciò che siamo chiamati a testimoniare non altro come cristiani, in questa realtà, dove le difficoltà, il dolore, la sofferenza sono di casa.

Sac. Stefano Iacopino

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