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Il ricordo di don Rosario Pietropaolo, abate di Bagnara, che accoglie in eredità l'insegnamento di monsignor Domenico Cassone

Don Cassone, «un sacerdozio in punta di piedi»

di Redazione Web 15/12/2020

di Rosario Pietropaolo* - Entrato nella sala dove è deposto, mi viene incontro il candore sereno del suo volto; in tanti anni mai avevo visto un viso così bianco.

D'impulso mi inginocchio raccogliendomi in preghiera; ho come la sensazione di trovarmi dinnanzi ad un "santo". Un candore come di neve, da cui è difficile staccare gli occhi. E mentre riprende il chiacchierio delle solite cose, lo rivedo nei suoi lunghi anni di Abate di Bagnara, quando con passo soffice, quasi felpato, ti avvicinava sorridente e discreto. Un sacerdote il cui stile è stato sempre la discrezione, mai che abbia alzato la voce - quelle rare volte in cui le circostanze glielo imponevano il tutto si limitava al corrugarsi delle fronte, all'avvicinarsi delle folte sopracciglia! - un sacerdote il cui nome non ha occupato le cronache ma la vita, appartato e presente.

Quando lo invitai a tornare a Bagnara - da qualche anno aveva lasciato la parrocchia - per condividere la gioia dei cinquanta anni del suo sacerdozio, accettò di buon grado, ma visse con evidente disagio alcuni momenti della giornata: in municipio per il conferimento della cittadinanza onoraria, pur sapendo dell'affetto dei presenti, era impacciato come un bambino, e alla "Casa della Gioventù", che da quel giorno porta il suo nome - perché da lui voluta e costruita - non riusciva a stare fermo. Come chi sente di essere fuori posto, perché non amava stare al centro dell'attenzione; «che mi hai combinato...», mi sussurrò in un attimo in cui stavamo soli.

Lo stesso essere a disagio, quasi confuso, di quando arrivava in auditorium San Paolo per qualche celebrazione tutto trafelato, all'ultimo istante, e tutti noi preti a fargli ressa attorno, ad aiutarlo e lui si schermiva benevolmente, il viso avvampato di rossore. Il suo posto era in chiesa, accanto all'altare, non sulla scena.

Così ha trascorso la sua vita don Cassone, nel nascondimento dell'umile, con la serenità di colui che nel groviglio del quotidiano riesce a vedere l'agire di Dio, di colui che della carità si fa servo, sempre e comunque. Ha vissuto tutto il suo ministero sacerdotale in punta di piedi.

Fu lui a farmi vincere le molte esitazioni quando Monsignor Sorrentino mi chiamò per succedergli come Abate di Bagnara. In uno dei nostri colloqui - nella casa di suo fratello a Ferrito - alle mie perplessità rispose: «Al Vescovo si ubbidisce, e poi sei giovane, hai tanta forza... farai bene...» e abbassò la fronte rimpicciolendosi ancora di più nella poltrona.

Mi colpì in quel discorrere la forza di animo, la serenità con cui lui - dopo quasi trenta anni - lasciava la parrocchia.

Era la povertà totale, non solo del denaro - non ne aveva mai!; non solo delle cose; ma di tutto, anche di quello che era la ragione del suo vivere: servire il popolo di Dio. Viveva povero, tutto dava, a chiunque chiedesse; le sue tasche sempre vuote e le mani bucate; più di una volta i fratelli dovevano intervenire e provvedere alle sue necessità più urgenti.

La sua povertà totale andava di pari passo con la carità concreta e discreta; mai che si sapesse niente; neanche quando qualche "povero" ne approfittava. Reagiva in quei casi con un sorriso: la semplicità dell'uomo di Dio.

Si è privato di tutto, anche del calice che questa comunità parrocchiale di Bagnara gli donò per il cinquantesimo di sacerdozio: il giorno dopo ne fece dono alla Chiesa di Ferrito perché fosse usato nelle celebrazioni solenni. Della vita cercava l'essenziale, l'unica cosa che conta: l'amore di Dio e dei fratelli.

Ci lascia una preziosa eredità, di gesti piccoli e ricchi di carità, di fiducia nella provvidenza di Dio, di umiltà e nascondimento, ma insieme di costante impegno e testimonianza, di dono di sé. Un'eredità che raccogliamo con animo riverente e grato, e con la volontà di continuare, tutti insieme, sulla strada da lui tracciata.

*abate di Bagnara Calabria

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