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Monsignor Radaelli: «Fine vita, nessuno è ''sacrificabile''»

di Francesco Ognibene 20/12/2020

Perché la Chiesa italiana ha ritenuto di intervenire ora con una sua riflessione sul fine vita? Monsignor Carlo Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente della Commissione episcopale per il Servizio della carità e la salute, segue da tempo l’elaborazione del documento «Alla sera della vita». E ci spiega intenti e obiettivi: «Il testo era in elaborazione già da tempo. Volendo essere attento alla realtà, ha accompagnato l’evoluzione delle problematiche sul fine vita: pensiamo alla discussione sul suicidio assistito, o al dibattito intorno alla pandemia. E ora ribadisce l’attenzione che la Chiesa italiana rivolge alla concretezza dei problemi su dignità del morire, fine vita, malattia...».

Cresce la popolazione anziana e fragile: Come va gestita questa crescente vulnerabilità?
La situazione, che la pandemia ha enfatizzato, ci dice l’attenzione che non solo la Chiesa ma tutta la società debbono avere verso le persone a prescindere da età, situazione di salute o familiare, sociale, economica. Il prolungamento della vita – di per sé una grazia – richiede un’attenzione particolare alla persona, alle sue condizioni di salute, sociali e relazionali.

Quali questioni pastorali pone alla Chiesa l’ultimo tratto della vita?
L’accompagnamento della persona non può essere solo spirituale e sacramentale ma complessivo interessando gli uomini e le donne nella loro integrità e rivolgendosi a quanti più di altri sono vicini a chi si trova nella sera della vita: penso ai familiari, agli operatori sanitari, a coloro che sono attivi nelle reti di accompagnamento sociale.

La pandemia ha rilanciato i temi del limite e della morte. Cosa stiamo imparando?
La fragilità. La scienza e la tecnica si sono molto evolute, ma non sarà mai risolto il tema della morte, e quello della vita sarà sempre forte in una prospettiva che va al di là della morte terrena. La sensazione di fragilità deve essere accompagnata dalla dignità della vita ricevuta come dono, della vita che ha speranza, della vita che non passa con la morte fisica. Anche nella fragilità siamo importanti perché veniamo da Dio, dal suo Amore. Siamo figli di Dio.

Come evitare che si arrivi a considerare alcune vite sacrificabili perché più fragili?
Rischia di passare l’idea che c’è chi vale meno di altri, ma questo non vuol dire che una persona perché anziana può non essere curata. Curare non significa necessariamente guarire ma 'prendersi cura della persona' offrendo tutte le opportunità di sostegno e accompagnandola perché se la vita sta concludendosi avvenga nel rispetto della dignità.

Tre anni fa il Parlamento approvava la legge sulle Dat, ora è in discussione un nuovo testo che contiene anche aperture all’eutanasia. Qual è il giudizio della Cei?
La Chiesa è contraria all’eutanasia ma anche attenta all’autodeterminazione della persona sapendo però che la vita non è un bene disponibile: non si può chiedere di essere aiutati a porre fine alla propria esistenza. La risposta non è solo condannare l’eutanasia. Dinanzi a morte e sofferenza si possono percorrere altre strade: il documento insiste sulle cure palliative, nel senso del prendersi cura della persona perché non soffra e sia accompagnata.

Nei Paesi dove si è aperto a forme di 'morte a richiesta' si sta procedendo verso la legalizzazione di forme di eutanasia come diritto anche per malati non terminali. È inevitabile che accada anche da noi?
Se passa l’idea che l’importante è la qualità della vita e non si tiene conto della qualità della morte (che significa aiutare a vivere questo momento terminale – che fa parte della vita – con una vicinanza capace di togliere per quanto possibile sofferenza e dolore) si potrebbe arrivare a decidere che una persona ha meno qualità della vita di altri, giungendo a indurre qualcuno a sentirsi di troppo.

Quale annuncio fa la Chiesa oggi sul fine vita?
Il tramonto della vita diventa un’alba, perché la nostra vita non finisce con la morte fisica ma continua, nella speranza. L’annuncio è quello del Vangelo della vita eterna: non veniamo dal niente e non siamo destinati al niente ma veniamo dal disegno d’amore di Dio e siamo destinati a una vita pienamente felice con Lui.

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