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A colloquio con il presidente della Cei dopo oltre un mese di ospedale a causa del Covid-19

Il card. Bassetti a cuore aperto: «Io, il virus, la preghiera»

di Redazione Web 21/12/2020

di Giacomo Gambassi * - «Ringrazio il buon Dio per avermi permesso di affrontare questa straordinaria e, al tempo stesso, straziante prova; ma anche di avermela fatta superare». La voce del cardinale Gualtiero Bassetti è serena e pacata mentre racconta la malattia che lo ha colpito a 78 anni. Anche il timbro suona identico a quello di fine ottobre, prima che venisse ricoverato in ospedale a causa del coronavirus, finisse in terapia intensiva per dieci giorni, subisse un improvviso aggravamento e poi iniziasse quel lento, progressivo e per certi versi miracoloso miglioramento che si sta consolidando. È rientrato nel palazzo arcivescovile di Perugia il presidente della Cei dopo un mese di ricovero: prima all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia dove è stato salvato dal Covid; poi al policlinico Gemelli di Roma per il primo tratto di convalescenza. E intende vivere il Natale «con la mia gente», tiene a far sapere nella lunga conversazione con Avvenire. Intanto si prepara a celebrare la Messa del giorno della Natività nella Cattedrale di Perugia: sarà la sua prima uscita pubblica.

Eminenza, che cosa dobbiamo aspettarci da questo Natale dopo un anno così difficile?
Dobbiamo aspettarci una festa meravigliosa e straordinariamente attuale. Don Divo Barsotti, tanti anni fa, ci invitava a celebrare il Natale «non come attesa dell’ultima manifestazione del Cristo e nemmeno come semplice ricordo di un avvenimento passato» ma a viverlo pienamente come un «nostro incontro con Lui» nel tempo presente. Si tratta, infatti, di un incontro che avviene oggi, nel 2020, e che ci proietta in un futuro gaudioso che non è terreno ma è in cielo. Quest’incontro con Dio si rinnova continuamente perché, diceva sempre don Divo, ogni Natale è una «novità assoluta per l’uomo » e ci esorta a tenere a mente due aspetti fondamentali. In primo luogo, Gesù nasce in una stalla a Nazareth: Dio non si è manifestato in un convegno di intellettuali o in una riunione aziendale, ma tra gli ultimi e i semplici. In secondo luogo, Gesù nasce in una famiglia con un padre e una madre che, oggi più che mai, rappresenta un modello di vita per tutti i cristiani. Papa Francesco ha indetto un anno speciale su san Giuseppe. Sarebbe molto bello che le famiglie meditassero sulla sua figura e sul ruolo del padre all’interno delle famiglie odierne. Abbiamo un grande bisogno di donne e uomini che, senza fuggire dalle responsabilità o al contrario senza trasformarsi in padroni, sappiano mettersi a disposizione del progetto di Dio con semplicità, umiltà e carità.

Molti padri e madri, però, hanno una situazione lavorativa critica o addirittura hanno perso il lavoro durante la pandemia.
La crisi sociale aperta dalla pandemia è una ferita grave per la nostra società che riguarda tutti: anche coloro che non hanno problemi lavorativi. Il lavoro è sacro, non dobbiamo dimenticarlo. Non è solo una fonte di reddito ma fornisce dignità alla persona ed è fondamentale per la vita delle famiglie. Questa crisi aggrava un tessuto sociale del mondo contemporaneo che è già da tempo lacerato e sfibrato. Una lacerazione che sta progressivamente facendo venir meno il significato profondo di fraternità, comunione e del vivere insieme. Ecco perché l’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti ha un valore profetico. Non riusciremo mai a uscire da questa duplice crisi, economica e sanitaria, con una mentalità individualista oppure cercando nuovi untori nei presunti responsabili della crisi. La pandemia è una grande prova per tutti noi. Una prova in cui ciascuno di noi è chiamato a testimoniare la propria fede e l’amore per l’altro.

Lei ha vissuto in prima persona il contagio, l’ospedale, la terapia intensiva, il fisico che poteva cedere, poi i progressi. Che cosa è il coronavirus?
È un corpo estraneo che prende possesso della tua persona e ti svuota dal di dentro. È terribile: non soltanto ti toglie le energie fisiche ma anche quelle psicologiche e direi spirituali. Ti riduce all’improvviso a una larva.

Nella prova, come una grave malattia, c’è chi sostiene di sperimentare il silenzio di Dio. E lei?
Direi di no. Finché mi è stato possibile, ho continuano a pregare non solo per me ma anche per tutti coloro che soffrono e a invocare l’aiuto del Signore chiedendo perdono delle mie mancanze. Quando si è prossimi a rendere conto della propria vita, vengono in mente le enormi possibilità di bene che Dio ti ha prospettato e che non hai sfruttato per i tuoi limiti o le tue omissioni. È come se volessi recuperare tutto quanto non sei riuscito a fare.

Le parole di Ugo Foscolo e san Giovanni della Croce hanno accompagnato i suoi momenti più drammatici in ospedale.
Sono come tornato alle mie basi culturali e spirituali. Mentre facevo l’esame di coscienza, immaginavo la fine della mia vita così come la descrive Foscolo nelle Grazie, poema che ha visto la luce nella villa di Bellosguardo nella mia carissima e amata città di Firenze. Foscolo paragona l’esistenza umana a una danzatrice che «discende un clivo onde nessun risale». Ecco, pensavo alla mia vita come fosse quel colle. Un colle che è stato anche bello, dove ho incontrato profetici esempi di santità e di dedizione totale al Risorto, ma che in quel momento scendeva, scendeva... senza accenno di risalita. Al contempo mi sono reso conto di quanto fosse vero ciò che sosteneva san Giovanni della Croce: alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla carità. Per questo, quando ho compreso che il corpo reagiva alle cure grazie all’intervento della mano potente del Signore e alla professionalità di eccellenti operatori sanitari, ho avvertito il desiderio di spendermi ancora di più per ogni mio prossimo, a cominciare da chi è povero, fragile, debole, emarginato, dimenticato. Infatti la pandemia ci insegna che va affrontata anche con la solidarietà, con l’altruismo disinteressato, con l’attenzione agli ultimi. E aggiungerei con un’azione politica in cui tutti concorrono al bene dell’Italia, mettendo al bando le contrapposizioni, i tornaconti elettorali, gli interessi di parte. È l’ora dell’unità, non delle divisioni sterili o pretestuose.

Una mobilitazione orante ha scandito la sua malattia insieme a quella di tutti i contagiati dal Covid.
Ho sentito la forza e l’efficacia della preghiera che è conforto. Nella fase più acuta, quando ogni energia viene meno, puoi solo abbandonarti al Padre. Mentre ero sotto il casco e sembrava che la testa scoppiasse, la preghiera è stata un’offerta. Ripetevo: «Signore, tutto per te». Allora ho capito quanto è scritto nella sala grande del santuario francescano della Verna, nella diocesi di Arezzo- Cortona-Sansepolcro, dove frate Leone dice a san Francesco stimmatizzato: «Padre, vedo che hai grande sofferenza. Vuoi che ti legga un brano della Scrittura?»; e il santo risponde: «Ormai per me ciò che conta è guardare Cristo. E Cristo crocifisso».

Il Papa le è stato vicino, come testimoniano le sue ripetute telefonate.
Ho saputo che ha chiamato e ha sempre detto che stava pregando. L’ho sentito come un padre e un amico. Soprattutto ho percepito la preghiera di intercessione di Pietro che invoca Dio per un povero successore degli apostoli in difficoltà.

Papa Francesco ha definito medici e infermieri i «santi della porta accanto»; lei li ha chiamati «angeli».
Ho sperimento come in ospedale sovrabbondi l’amore. Ho incontrato medici in pensione che sono tornati in corsia per questa crisi sanitaria; dottori che non conoscono orari quando c’è un’emergenza; giovanissimi che si stanno specializzando e che ti manifestano la propria passione di donarsi; infermieri e infermiere “ragazzini” da cui dipendi in tutto e per tutto e che si fanno in quattro per te. Durante i turni di notte li ho scorti anche a pregare. Ecco il volto nobile della gioventù. Ho assaporato la bontà che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo. Una bontà che sorprende.

Sarà presidente della Cei ancora per un anno e mezzo. Come affronterà l’impegno?
Dicevano i latini: motus in fine velocior. Occorre essere più veloci sul finale. E san Francesco, poco prima di morire, spiegava ai suoi: “Cominciamo a fare qualcosa…”. Se il Signore mi darà la forza, mi propongo di fare il più possibile insieme con tutti i confratelli vescovi e con le donne e gli uomini di buona volontà che lo desiderano.

Potrà anche dare seguito all’incontro per la pace nel Mediterraneo che lei ha voluto e che lo scorso febbraio ha riunito per la prima volta a Bari i vescovi del bacino?
È stato l’inizio di un impegno che va sicuramente continuato e che si è interrotto, nella sua dimensione pubblica, a causa della pandemia. Tuttavia in questi mesi, durante la crisi sanitaria, abbiamo continuato a lavorare per il prosieguo di questa esperienza. E ad ottobre ci siamo visti a Roma con il Comitato scientifico per organizzare gli impegni futuri. A breve vorrei dare vita ad alcuni eventi. Intanto mi rallegro per la visita del Papa in Iraq, prevista il prossimo marzo e così caldeggiata dal patriarca Sako che tanto si è speso per il nostro appuntamento sul Mediterraneo. Il Pontefice ci indica ancora una volta la rotta. Spetta a noi seguirla.
 
* Avvenire

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