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“Ci si dispera da soli; ma per sperare bisogna essere almeno in due o tre… Bisogna essere un ‘noi’”. Ne è convinto il biblista Luca Moscatelli, intervenuto ieri pomeriggio alla prima sessione del XXVI Convegno nazionale di pastorale della salute “Con i sofferenti pellegrini di speranza”, promosso fino a domani a Roma dall’Ufficio nazionale Cei.
“Essere, meglio diventare sempre più, fratelli e sorelle è il riflesso della comune paternità divina; e ci conferma nella fiducia, nella speranza e nell’amore con Lui e tra di noi. La posta in gioco è antropologica e teologica insieme – ha spiegato il biblista -. Fare comunità è la condizione della consolazione, della resistenza nella fiducia, nella speranza e nell’amore. Soprattutto questa è evangelizzazione. E’ il nostro compito, la nostra testimonianza; illuminata e orientata da una moltitudine di ‘consolatori’ di cui è disseminata la storia. Anche oggi, anche qui”. E se oggi, “in tempi di individualismo” che molti denunciano come “strutturale” e “sistemico”, costruire un “noi” è “assai difficile”, secondo Moscatelli occorre provarci: “Voi ci provate, e così sostenete lo sforzo di tutti: possiamo provarci, chiedendo a Dio forza e orizzonte per non rassegnarci ad andare ciascuno per la sua strada, a non lasciare indietro scarti e rifiuti, anzi ad andare a cercare chi è giudicato perduto, e quindi si trova senza più speranza. Finché ci sarà qualcuno che ha ottime ragioni per disperarsi – ha concluso il biblista -, non dovremmo darci pace: è a rischio il Vangelo della paternità buona di Dio”.
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