L’evangelista offre una figura di Maria a tutto tondo: Creatura privilegiata, Donna e Madre che entra nel mistero di Dio con tutta la Sua umanità
Qualche tempo fa un mio amico mi faceva notare quanto la figura della Beata Vergine Maria sia rilevante nel cammino di fede del cristiano anche attraverso il ritmo delle celebrazioni liturgiche: non c’è infatti un mese del nostro calendario in cui non sia ricordata attraverso un titolo particolare. Ricco di presenza della Vergine è il periodo di Avvento-Natale, non solo per la solennità dell’Immacolata Concezione e per il relativo brano dell’“Annunciazione” (Lc 1.26-38), ma anche perché in questo tempo la liturgia propone i brani evangelici della nascita di Gesù e della Sua infanzia, in particolare “la presentazione al tempio” e “il ritrovamento di Gesù tra i dottori”, dove Maria è protagonista.

Se si vuole delineare la figura della Madonna si deve necessariamente fare riferimento a questi brani del terzo Vangelo, partendo proprio da Lc 1,26-38. Per tradizione, poiché ha fatto scrivere tante pagine e ha alimentato tante discussioni teologiche dentro e fuori la Chiesa, il punto di partenza è il titolo con cui l’angelo saluta la Fanciulla di Nazareth: kecharitōmenē. Questo termine è un participio passivo di charitoō, verbo fattivo che si può tradurre con “fare grazia”. Il passivo unito al perfetto, che indica un’azione avvenuta nel passato i cui effetti continuano nel presente, indica che la Vergine è stata colmata dalla grazia di Dio, grátia plena come traduce la Vulgata di Girolamo e come meglio specifica l’angelo al versetto 30: “hai trovato grazia presso Dio”. L’importanza di questo titolo non deve oscurare, né fare passare in secondo piano altri titoli e altri aspetti, che tratteggiano il personaggio della promessa Sposa di Giuseppe e che sono fonti da cui ogni fedele cristiano può attingere per nutrire la sua spiritualità e la sua devozione.
Nello stesso brano l’evangelista Luca presenta l’Interlocutrice dell’angelo come una presenza attiva, nel dialogo Ella non resta impassibile ma, attraverso le Sue reazioni e Suoi interventi verbali, si manifesta Donna in ricerca della volontà di Dio ed “Ancella” disponibile ad essere trasformata dalla Sua Parola: la grazia eleva la natura e la rende capace di corrispondere alla chiamata di Dio. In un breve colloquio la Vergine compie un vero cammino di fede come dimostrano i tre “nomi” che Le vengono attribuiti: al versetto 27 il narratore la chiama “Maria”, nome che Le hanno dato i Suoi genitori, che fa riferimento all’acqua e quindi alla fecondità e alla vita; al v. 28 l’angelo La chiama kecharitōmenē, indicando lo stato di privilegio e il dono di Dio; al versetto 38 Lei stessa si definisce “serva”, per indicare la risposta libera e gratuita al progetto di Dio.
Maria viene raccontata come “missionaria”, quando va a trovare la cugina Elisabetta (Lc 1, 39-56), “testimone” prolunga il saluto dell’angelo e porta il Frutto della visita di Dio, il quale raggiunge la pienezza dell’accoglienza nell’esplosione di lode e di ringraziamento del Magnificat. Il dono di Dio in Lei Le permette di prendere coscienza della Sua umiltà e di riconoscere la modalità dell’intervento divino che dona la Sua misericordia a quelli che lo temono, anticipando in qualche modo le beatitudini che Gesù proclamerà nel “discorso della montagna”.
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Maria viene caratterizzata come Donna esemplare che accoglie la volontà di Dio, la custodisce e la medita quando si rivela non facile da comprendere negli avvenimenti che segnano l’inizio della vita di Gesù: “Maria da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). I due verbi che il narratore usa meritano particolare attenzione: il primo, “custodire”, imperfetto, descrive un’azione del passato, non ancora finita, mentre si sta svolgendo nella sua durata, indica che l’azione di Maria è continua; il secondo, “sumbállousa, la traduzione letterale è “mettendo insieme”, è un participio che definisce il primo in senso modale. Maria conserva non solo nel senso che non “lascia cadere a terra nessuna delle sue parole” (1Sam 3.19), ma “le mette insieme nel suo cuore”: come i pezzi di un mosaico rivelano l’immagine solo se sono messi al posto giusto, così le cose che si dicono di Gesù rivelano pienamente il loro significato solo se messe al posto giusto nel nostro cuore. È solo questo luogo che consente di custodirle nell’attesa che un pezzo mancante ne riveli la pienezza del significato.
La meraviglia, lo stupore e il dolore sono compagni di Maria non come elementi esterni ed occasionali, ma come passaggi di crescita che nel Suo percorso La definiscono “Discepola” del Figlio. Nel brano della “presentazione al tempio” (Lc 2,21-37) viene esplicitata la reazione di meraviglia dei genitori, ma viene taciuta la reazione della Madre alla profezia di Simeone: ciò che a Lei provocherà tanta sofferenza permetterà di svelare i pensieri di molti cuori. Dolore che Ella manifesta esplicitamente nell’episodio successivo quando ritrova Gesù tra i dottori. Il terzo evangelista per farci comprendere meglio le parole di Maria descrive lo stato d’animo dei genitori: furono ’exeplágesan, che si traduce con “furono sbigottiti”, è una forma passiva del verbo ekplessō ed indica uno stordimento che è talmente forte da far perdere, in un primo momento, la nozione di ciò che sta avvenendo. Davanti a qualcosa che non riesce a comprendere, il saluto particolare dell’angelo, il ritrovamento di Gesù, Maria reagisce allo stesso modo: si chiede quale sia il significato.
In questo caso, però, Ella, per la prima volta, fa emergere una sofferenza, “tuo padre e io addolorati”: questa è l’unica volta, forse perché può ripararsi dietro Giuseppe. Ancora una volta, all’incomprensione non reagisce con il rifiuto ma con l’accoglienza del cuore. Bastano poche pagine all’evangelista per offrirci una figura di Maria a tutto tondo, Creatura privilegiata, Donna e Madre che entra nel mistero di Dio con tutta la Sua umanità.













