Contro la povertà servono relazioni

Nessun portale potrà fare ciò che fa un essere umano quando ti guarda e ti dice: «Non sei solo, ti accompagno»
Povertà e relazioni

La povertà non è soltanto insufficienza di reddito: è, spesso, una condizione di disposizione diseguale alle istituzioni

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Nell’editoriale di Leonardo Becchetti, “La vera risposta anti povertà” (Avvenire, 12 dicembre 2025), c’è un punto che vale più di molte dichiarazioni programmatiche: la lotta alla povertà non fallisce solo quando mancano risorse, ma anche quando manca la possibilità concreta di trasformare quelle risorse in fruizione effettiva, cioè in infrastruttura relazionale. La differenza, spesso, non la fa un nuovo bonus, bensì la presenza di una mano competente che accompagna, traduce, sostiene, rimette in moto.

Becchetti fotografa un paradosso che chi opera sul campo riconosce immediatamente: “ingredienti” e dispositivi ci sono — misure, piattaforme digitali, CAF, sportelli, servizi, reti territoriali — ma una quota rilevante di persone in condizione di vulnerabilità resta fuori. Non perché ignori l’esistenza degli strumenti, bensì perché non riesce ad attraversare il percorso di attivazione: lo interrompe, si blocca, rinuncia. È il fenomeno della mancata fruizione delle tutele disponibili: ciò che potrebbe essere garantito resta sulla carta e non diventa possibilità vissuta. E la diagnosi dell’economista è netta: “Gli ingredienti ci sono, ma manca una relazione di accompagnamento”.

Qui l’editoriale smette di essere solo economico e diventa profondamente sociologico. Perché la povertà non è soltanto insufficienza di reddito: è, spesso, una condizione di disposizione diseguale alle istituzioni; un’asimmetria nel modo in cui le persone riescono a entrare nei linguaggi amministrativi e a reggere l’attrito della complessità. Becchetti lo dice senza giri di parole: “la relazione… non è solo uno strumento: è essa stessa parte della cura”. È una frase che ridimensiona la tentazione tecnocratica di scambiare la digitalizzazione per cura, come se SPID, CIE, portali e iter potessero sostituire l’accompagnamento umano.

La domanda, allora, è inevitabile: quanto è attualizzabile in Calabria? La risposta deve essere realistica. Qui la distanza tra diritto formale e diritto effettivo si misura nella materialità dei territori: aree interne con mobilità difficile, presìdi discontinui, servizi sovraccarichi, competenze digitali diseguali, famiglie che reggono da sole ciò che dovrebbe essere sostenuto da una comunità. In questo contesto la procedura non è neutra: diventa un filtro sociale che premia chi possiede tempo, reti e alfabeti burocratici, e penalizza chi vive già l’accumulo delle criticità. Quando il filtro si irrigidisce, la condizione di svantaggio si trasforma in autoesclusione: non domanda, non completa, non insiste. Non perché “non vuole”, ma perché spesso non riesce.

E c’è un ulteriore elemento che, in Calabria, pesa di più: la povertà raramente è monodimensionale. È un intreccio tra precarietà, vulnerabilità abitative, salute, solitudini, carichi familiari, sofferenze psichiche. Per questo l’accompagnamento non può essere ridotto a una gentilezza: è un dispositivo di efficacia, perché consente alle misure di diventare percorsi e non episodi. È quanto conferma anche il rapporto presentato lo scorso 16 dicembre a Cassano, “Ancorati alla speranza”, promosso dal nostro Vescovo, mons. Francesco Savino, e dal neo-direttore della Caritas, padre Giuseppe Cascardi.

Becchetti usa un’immagine esigente: quella dei “Samaritani” che si fanno prossimi e costruiscono legami. Ma proprio qui bisogna evitare l’equivoco dell’eroismo individuale. Si tratta, invece, di strutturare la prossimità come dispositivo di welfare capacitante: riconosciuto, formato, coordinato e sostenibile. Senza questo passaggio, l’accompagnamento resta affidato alla generosità intermittente; con questo passaggio, l’accompagnamento diventa una politica.


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Tradurre tutto questo nel nostro ecosistema locale significa smettere di inseguire la moltiplicazione dei punti di contatto e puntare su una regia territoriale capace di mettere in filiera le energie istituzionali e comunitarie: punti di presa in carico chiari, dove la persona non venga rimbalzata ma accompagnata, aiutata a tenere insieme documenti e scadenze, e ascoltata nella sua condizione reale. Significa anche riconoscere che accompagnare richiede competenze: orientamento, traduzione, sostegno motivazionale, gestione delle difficoltà. Infine, significa valutare ciò che spesso sfugge: lo scarto tra garanzie previste e garanzie effettivamente utilizzate, cioè quante persone avrebbero titolo e non riescono ad attivarsi, e perché.

Per questo il passaggio conclusivo dell’editoriale va assunto come criterio di programma, non come consolazione: nessun portale potrà fare ciò che fa un essere umano quando ti guarda e ti dice: “Non sei solo, ti accompagno”. In Calabria questa frase non può restare intenzione: deve diventare metodo. Perché contro la povertà non basta moltiplicare strumenti: serve un tessuto stabile di accompagnamento, riconosciuto e praticabile. Oggi più che mai. E siamo in ritardo.

*Area Progettazione e Osservatorio delle Povertà e delle Risorse Caritas Diocesi di Cassano all’Jonio

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