Corpus Domini: mons. Borghetti (Albenga-Imperia), “l’Eucaristia vissuta, il nostro corpo dato e il nostro sangue versato inaugurano sempre albe di una nuova umanità”

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“Il ‘corpo’ e il ‘sangue’ dicono il dono totale di sé: Cristo offre la sua vita per la salvezza dell’umanità. È un atto di amore radicale, un sacrificio d’amore che si compie sulla Croce, ma che viene anticipato sacramentalmente nella Cena del Signore nei segni del pane spezzato e del calice del vino: banchetto sacrificale, sacrificio conviviale. Il gesto di spezzare il pane è il gesto visibile che rappresenta quel dono. Nella liturgia, il sacerdote spezza l’ostia consacrata per ricordare il corpo di Cristo crocifisso, frantumato. Non è solo un simbolo di morte: è anche segno di comunione, di condivisione. Il pane, spezzato e condiviso, diventa nutrimento per molti, unendo i fedeli in un solo corpo, la Chiesa e quando un frammento dell’ostia viene immerso nel calice, si esprime l’unità inseparabile del Corpo e del Sangue di Cristo, presenti entrambi nell’Eucaristia. È la frazione del pane, antica tradizione che sottolinea la completezza del dono e la comunione con il Cristo Risorto”. Lo ha detto ieri sera, nella solennità del Corpus Domini, mons. Guglielmo Borghetti, vescovo di Albenga-Imperia, nell’omelia della messa concelebrata con i parroci della città alla presenza di molti fedeli e delle autorità civili e militari nella cattedrale di Albenga.
Il vescovo ha sottolineato: “Gesù ha donato Sé stesso completamente. Il suo sacrificio d’amore non è stato imposto, ma scelto liberamente per la redenzione del mondo. Questo gesto diventa esempio per ogni cristiano: donare la propria vita come Cristo ha fatto sulla croce, per puro amore. La legge suprema dell’esistenza, secondo la fede cristiana, è il dono di sé: vivere non per sé stessi, ma per Dio e per gli altri come Cristo. L’Eucaristia memoriale del suo sacrificio d’amore ci nutre per comunione e ci plasma per adorazione, ci trasforma in Lui”.
“In questo tempo difficile ed inquietante per il moltiplicarsi di violenza, rabbia e guerra abbiamo bisogno di uomini e donne capaci di generosità radicale, allenati alla cultura del dono di sé – ha sottolineato il vescovo -. Il dono è gesto eversivo. In una società dominata dall’’homo oeconomicus’, il dono di sé è un gesto controcorrente, capace di ispirare anche nuovi modelli sociali. Non si tratta di un atto individuale, ma una forma di resistenza all’utilitarismo e all’individualismo. È un modo di vivere che mette al centro la relazione, la gratuità e l’apertura all’altro. La vita sacerdotale, la vita consacrata, il matrimonio cristiano, il volontariato, la cura, la donazione di tempo o di organi sono esempi concreti di questa logica alternativa. Certo. Non si tratta semplicemente di fare qualcosa per gli altri, ma di essere per gli altri, in un atteggiamento di disponibilità profonda e autentica”. Il presule ha concluso: “Nel tempo della ‘erosione della empatia’, della visione individualista della persona umana, della cultura dell’efficienza, l’Eucaristia vissuta, il nostro corpo dato e il nostro sangue versato inaugurano sempre albe di una nuova umanità sensibile alla reciprocità, alla relazione con Dio e i fratelli nel segno della totale offerta di sé stessi”.

Fonte: Agensir
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