Don Matteo Balzano: don Di Noto, “ascoltare le vite fragili e rivolgere attenzione a chi vive situazioni di disagio per cercare insieme le vie d’uscita”

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“Si chiamava don Giampaolo… si chiamava don Matteo… Si tolse la vita don Giampaolo, così come don Matteo. E speriamo che don Giovanni, don Francesco, don Fortunato e tanti altri non la facciano finita e si ritrovino con un ‘preghiamo’ detto ad alta voce in un funerale”. Lo scrive don Fortunato Di Noto in una riflessione inviata al Sir sul suicidio di don Matteo Balzano, del quale oggi sono stati celebrati i funerali. “Altre storie interrotte, soffocate e dimenticate, dovrebbero interpellarci. Vite colme di fragilità e inquietudine, sole e non capite, silenziose perché forse non ascoltate”, afferma don Di Noto. Depressione, burnout, fraternità “non autentica”: molte le cause che possono portare un sacerdote a decidere di togliersi la vita. “Tanta bellezza sacerdotale, ma anche tanto disagio – riflette il prete siciliano -. Conosciamo, ed è un grande dono per se stessi, per le comunità e per la Chiesa intera, la bellezza di chi vive il sacerdozio ministeriale con autenticità, serenità e lode, a servizio dell’altro e non nel farsi servire dall’altro. Ma una particolare attenzione deve essere rivolta a coloro che vivono in situazione di disagio e non sembrano trovare vie d’uscita”. Queste vie d’uscita, l’esortazione di don Di Noto, “continuiamo a cercarle insieme: dalla fraternità sacerdotale, alla comunione sinodale; nell’apprezzare le diversità che non ci esclude ma ci include con amichevole ‘correzione fraterna’ per vivere il Regno di Dio”. E ancora: “ripercorrere e rimodulare la regola di vita personale e sacerdotale: lode, Parola, Eucarestia, comunità; trovare un direttore spirituale, se ancora ce ne sono ed esistono; accogliere la fragilità non come una condanna ma come una benedizione consapevole per convertirsi, sempre”.
L’antidoto “per non cadere nella solitudine – avverte il sacerdote – sta nell’ annodare relazioni di amicizia stabile e consolidata con i confratelli e con le comunità di Vangelo a noi affidate, che fuggono l’effimero e che stabiliscono ‘consolidate amicizie nel Signore’ dove la pienezza della vita, felice e gioiosa, in questo mondo turbolento e in frantumi, ci dia sempre la brezza mattutina del dono del sacerdozio ministeriale che cerca l’amore e l’unità, anche amando i nemici. Non siamo funzionari di Dio – conclude il sacerdote – e questo fa molto la differenza”.

Fonte: Agensir
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