Falcomatà, Renzi e il Pd: l’analisi del «vuoto»

Vuoti a perdere e fasi da riempire. La politica è ancora tutta lì. La resa dei conti è appena iniziata

14%. A tanto si attesta il Partito Democratico in Calabria alle consultazioni elettorali di domenica. Triplicati dal Movimento Cinquestelle (43%) e superati da Forza Italia (21%).

È fin troppo scontato che, superata la sbornia delle urne, stia scattando il «tutti contro tutti». Non fa eccezione (a proposito di cose scontate) neanche la Calabria dove non mancano la corsa ai “distinguo” tra le fila del Pd locale. Una fuga in avanti guidata da Giuseppe Falcomatà, sindaco metropolitano di Reggio.

La politica, si sa, è fatta di vuoti da colmare e di vuoti a perdere. In un caso si cerca di racimolare consenso, nell’altro ci si finge osservatori disinteressati. Un po’ come recita l’adagio cinese: «Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico». Così è succeso nel Pd di Matteo Renzi dove il rottamatore è finito “impallinato” da quanti – nel corso degli ultimi anni – hanno covato malumori e rancori nei confronti del segretario.

Le dimissioni di Renzi (annunciate e posticipate dopo l’assemblement del nuovo governo) vanno lette in quest’ottica: i “caminetti”, come l’ex sindaco di Firenze ha definito le componenti del partito pronti a mollarlo, esistono anche in Calabria. Con l’azzeramento della segreteria nazionale, inoltre, sembra tramontare l’ascesa politica di Angela Marcianò, componente fiduciaria del toscano, ma esclusa (per via dei veti incrociati) dalla bagarre elettorale alle politiche.

Così, su scala regionale e locale, piuttosto che leggere il dato delle urne come un calo (pauroso) dei consensi, può capitare che un partito che perde l’8% dal 2013 e riesce a eleggere solo 3 parlamentari (di cui nessun reggino) pensi che la colpa sia esclusivamente legata alle scelte di Renzi.

«In Calabria il Partito Democratico non vince più una competizione elettorale dal 2014. Le ultime grandi affermazioni risalgono alle amministrative reggine e alle regionali. Ora è giunto il momento di aprire una riflessione seria». Queste le parole di Falcomatà; a proposito della serietà della riflessione ci verrebbe da aggiungere: meglio tardi che mai.

Il vessillo-Pd alla Regione e nel capoluogo dello Stretto, secondo Falcomatà, è l’ultimo risultato vincente. Dato inequivocabile, ma perché poi è avvenuto il tracollo? In pieno renzismo (tanto criticato, ma cripticamente replicato) il giovane sindaco non ha dubbi, citando Krono e il Conte Ugolino, lancia un messaggio ai colleghi di partito: «Non è il momento del rancore, è il momento di prosciugare il terreno a chi, per istinto di sopravvivenza e autoconservazione, ha dilaniato il Partito con lotte intestine e sterili guerre di posizione».

Nessun rancore, ovvio, ma chi finora ha gestito il Pd levi il disturbo. Sulla stessa scia, ma con tenore diverso l’intervento di altri maggiorenti dei democratici, tra cui Demetrio Naccari Carlizzi, cognato dello stesso Falcomatà ed ex assessore regionale ai Trasporti, che puntano il dito proprio contro l’altro “vincitore” del 2014, ossia Mario Oliverio: «Quando mancano meno di 18 mesi dalla conclusione della finora non brillante esperienza regionale, – scrivono Demetrio Naccari Carlizzi, Clelio Gelsomino, Fabio Guerriero, Stefano Soriano e Marco Vallone – riteniamo si possa e si debba cambiare passo. L’uomo solo al comando è un modello superato ed inadeguato. L’individuazione di 4/5 temi caratterizzanti la conclusione della legislatura devono essere l’elemento condiviso intorno al quale si ricostruisce la credibilità della politica e del Pd».

Da un lato quindi “quelli del 2014” chiedono più protagonismo in virtù del loro (ultimo) successo elettorale, dall’altra “gli altri” chiedono più partecipazione proprio nell’azione di governo del Pd in Calabria. Il fattor comune è la necessità di «cambiare passo».

Non si è fatta attendere la replica del segretario regionale, Ernesto Magorno: «Sconfitta netta, che pesa sulle spalle del gruppo dirigente del Pd Calabria, innanzitutto del segretario regionale, e di cui per intero intendiamo assumercene la responsabilità politica. Ci accingiamo – specifica Magorno – ad affrontare la stagione congressuale che, con uguale tempistica, ci impegnerà a livello nazionale e regionale e il nostro sforzo è quello di riempire questa fase di contenuti e di nuove proposte che restituiscano a tutti noi il vigore dell’appartenenza e l’orgoglio della militanza».

Vuoti a perdere e fasi da riempire. La politica è ancora tutta lì. La resa dei conti è appena iniziata.

Un psicodramma, in casa Pd, abbondantemente annunciato (quantomeno in Calabria) all’indomani delle candidature a Camera e Senato: da un lato una fazione che ha disertato i comizi, adesso chiede a gran voce il congresso. Dall’altra ci sono Renzi e i suoi (quali? quanti? perché?) che ad essere rottamati non ci pensano nemmeno lontanamente. Nel mezzo c’è un territorio, quello calabrese, in cui il distacco dall’attuale classe dirigente cresce giorno dopo giorno. E i «vuoti» aumentano.

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