Febbre da so(cia)litudine, ecco perché Dio ha costituito un popolo

In tempi in cui lo slogan dominante sembra “first me”, la fede cristiana rilancia la sua scommessa controcorrente
Giovani solitudine

Finché resteremo frammenti dispersi, saremo fragili; se accoglieremo l’antica elezione che ci fa corpo e non somma di atomi, la nostra fragilità diverrà canto corale

Il vento individualista che da decenni alimenta le nostre società si illude di poter dare senso e salvezza a singole biografie: profili curati sui social, fenomeni digitali, identità che si misurano a colpi di like. Eppure l’esperienza quotidiana – dalle guerre ai cambiamenti climatici, fino alle nuove solitudini urbane – grida che “non ci si salva da soli”. È la stessa intuizione che la Rivelazione consegna da sempre: Dio non stringe patti con monadi isolate, ma convoca un popolo e propone un cammino.



Lo ricorda con limpidezza il Catechismo: «piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo» (n. 781). È l’antidoto divino all’idolatria del “do-ityourself”: la salvezza passa per relazioni intrecciate, non per performance solitarie. Il Concilio Vaticano II ha ripreso questa logica nel cuore della Lumen gentium. Al n. 9 si legge che la Chiesa nasce come «nuovo popolo di Dio», chiamato a essere «germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza» dentro la storia. Qui la scelta divina di Israele diventa promessa universale: il “noi” della fede non è un club esclusivo, ma un corpo aperto destinato a includere ogni nazione. La radice biblica è chiara fin dall’Esodo: «Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6), ribadita poi in Dt 7,6: «Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio».

Pietro raccoglierà questa eredità di pensiero nella Prima Lettera, definendo i battezzati «stirpe eletta… popolo di Dio» (1 Pt 2,9): la vocazione personale s’incarna in una storia collettiva. Del resto, anche la tradizione ebraica avverte il pericolo di privatizzare il divino. Il rabbino Abraham Joshua Heschel, alla conferenza “Religion and Race” del 1963, ammoniva: «Qualunque dio che sia mio ma non tuo è un idolo». L’idolatria, in questo caso, non è da intendere come venerazione di statue, ma riduzione dell’Eterno ai confini del mio io o del mio gruppo. Nel 2023, papa Francesco, parlando ai referenti del Cammino sinodale italiano, ha ricordato che «la Chiesa è il santo Popolo fedele di Dio» e ha invitato a «fare Chiesa insieme», superando la tentazione di pochi “attori qualificati” e di molti spettatori passivi.

La sinodalità non è dunque un optional organizzativo, è il respiro stesso della fede che prende sul serio il “noi” evangelico. Per questo, l’Instrumentum laboris del Sinodo 2023 parla di un Popolo «in cammino» e di una corresponsabilità che riguarda tutti i battezzati. Non si tratta di distribuire porzioni di potere, ma di riconoscere che la voce dello Spirito si ascolta solo con l’orecchio corale. C’è qui una lezione decisiva anche per la polis: laddove il mercato globale atomizza e le appartenenze identitarie si rifugiano nel muro contro muro, la Chiesa riceve il compito di mostrare che la differenza non genera conflitto, bensì armonia e collegialità. Come le dodici pietre sul pettorale del sommo sacerdote, ogni tribù conserva il suo colore, ma tutte pulsano sullo stesso cuore.

Così la logica pasquale abita di luce nuova anche la dimensione sociale: il Risorto non appare a Tommaso in privato, ma quando egli rientra “otto giorni dopo” nella comunità. La ferita si sana nel grembo del noi. In tempi in cui lo slogan dominante sembra “first me”, la fede cristiana rilancia la sua scommessa controcorrente: prima il popolo, perché solo un popolo può essere sacramento di comunione. Ed è proprio questo popolo, abitato dallo Spirito, a poter rispondere alle sfide che ci travolgono: l’ecologia integrale, l’economia che uccide gli scartati, i conflitti che moltiplicano profughi.


PER APPROFONDIRE: Formazione, il racconto delle giornate teologiche a Reggio Calabria


Finché resteremo frammenti dispersi, saremo fragili; se accoglieremo l’antica elezione che ci fa corpo e non somma di atomi, la nostra fragilità diverrà canto corale, anticipo di quella liturgia “con un solo animo e una sola voce” di cui parla Paolo ai Romani. Allora sì che il mondo potrà intuire che Dio ha scelto di salvare un popolo – e in quel popolo ciascuno di noi.

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