Nel corso della storia, diverse forme di attivismo hanno avuto il merito di contrastare la leva obbligatoria e incoraggiare il rifiuto di prestare servizio militare
Nel venticinquesimo anniversario della promulgazione della legge che abroga l’obbligatorietà del servizio di leva e istituisce la nascita di Forze Armate fatta di professionisti, certamente è utile una riflessione che ne ricostruisca la storia e il significato. Riteniamo anche utile evidenziare il parallelo e difficile percorso avviato dal movimento pacifista e non violento nato in Italia, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e che ha fatto scegliere a migliaia di giovani la via dell’obiezione di coscienza al servizio militare e quindi l’esperienza alternativa del Servizio Civile, un modo alternativo di servire la Patria. Tale obiezione cesserà nel momento in cui, verrà promulgata la legge 226 del 23 agosto 2004 che stabiliva, a partire dall’1 gennaio 2005, la sospensione della leva obbligatoria.

Così nel dicembre 2004 hanno iniziato il loro servizio civile di 10 mesi gli ultimi obiettori di coscienza e dall’1 gennaio 2005 il servizio civile diventa esclusivamente volontario per ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 28 anni. Abbiamo ancora ben presente il drammatico momento storico che stiamo vivendo caratterizzato da quella che papa Francesco chiamava “la terza guerra mondiale a pezzi”, una profezia inascoltata: “la guerra non è solo fuoco e sangue: è anche silenzio, rimozione, occhi che scelgono di non vedere. Ma ogni volta che restiamo indifferenti, ogni volta che voltiamo lo sguardo, diventiamo complici di ciò che distrugge. È tempo di ribellarci, con la voce, con i gesti, con il cuore: a questo scempio non possiamo più rassegnarci.
La pace non ci chiede il permesso: ci chiede coraggio”. Ecco allora che l’occasione del venticinquesimo della legge sulla sospensione della leva obbligatoria ci consente di alzare la voce, di fare una lettura critica della stessa legge e di tutte le leggi che in qualche modo hanno a che fare con le armi, gli eserciti e di conseguenza le guerre. Chiariamo subito che il nostro contributo accoglie pienamente i dettami della nostra Costituzione e le indicazioni del Magistero della Chiesa che in questi ultimi decenni, a partire da san Giovanni XXIII e soprattutto con Papa Francesco, ha sempre più decisamente condannato le guerre come assurda follia. Ciò premesso constatiamo che la storia del servizio di leva obbligatorio in Italia è molto lunga e articolata. Affonda le sue radici all’epoca pre-unitaria e si conclude infine con la sospensione dal 1° gennaio 2005.
Proviamo a descrivere le tappe principali. Nel 1802, con la Repubblica Italiana napoleonica, viene introdotta la leva obbligatoria per i cittadini maschi tra i 20 e i 25 anni, per un periodo di quattro anni. Nel 1861, con l’unificazione d’Italia, la leva obbligatoria viene estesa a tutto il Regno d’Italia, con durata variabile a seconda del corpo militare. Durante la Prima Guerra Mondiale la leva assume un ruolo fondamentale: milioni di uomini vengono richiamati compresi i giovani adolescenti della cosiddetta classe ’99. Nella Seconda Guerra Mondiale vengono richiamati alle armi circa 5 milioni di italiani. Nel periodo del dopoguerra la leva rimane obbligatoria, ma con una durata ridotta. Nasce il servizio civile come alternativa per gli obiettori di coscienza. Altra tappa importante è quella degli anni ’90 quando assistiamo a una diminuzione progressiva della durata del servizio obbligatorio, con l’introduzione di un servizio “a breve termine” (10 mesi) e “a lungo termine” (12 mesi).
Nel 2001 la Legge 26 febbraio 2001, n. 45, sancisce la sospensione della leva obbligatoria a partire dal 1° gennaio 2005, con l’obiettivo di creare Forze Armate completamente professionali. Oggi, in Italia, con l’entrata in vigore della Legge 23 agosto 2004, n. 226, conosciuta anche come “Legge Martino”, il servizio di leva obbligatoria è stato sospeso dall’1 gennaio 2005 e, di conseguenza, i cittadini italiani non sono più tenuti a prestare servizio militare obbligatorio. Attualmente le Forze Armate italiane sono composte da personale volontario anche se la legge prevede che il servizio di leva possa essere ripristinato in caso di delibera dello stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione e di grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad un’organizzazione internazionale. Il ripristino del servizio di leva potrebbe avvenire solo tramite un decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri.
È evidente quindi che il servizio di leva in Italia è sospeso, ma non abolito e che le Forze Armate italiane sono composte da personale volontario. Le vicende politiche e sociali del Paese hanno fortemente influenzato la storia del servizio di leva obbligatoria in Italia che è stata oggetto di dibattito acceso, con posizioni favorevoli e contrarie. Il servizio di leva è stato utilizzato come strumento di consenso politico e anche per consolidare il potere di governi in carica che dovevano giustificare il ricorso alle armi o il rafforzamento delle spese militari. Non possiamo non ricordare che durante il periodo fascista la leva obbligatoria fu impiegata per rafforzare l’immagine militarista del regime e per inculcare nei cittadini i valori della obbedienza e della disciplina. La leva è stata anche utilizzata per alimentare insicurezza tra la popolazione: lo scopo era sempre quello di far credere ai cittadini la necessità di un sostegno a politiche militariste o a interventi bellici. Nel periodo della Guerra Fredda, la leva obbligatoria venne fatta passare con la necessità di difendere l’Italia dalla minaccia comunista.
Determinante è stato il ruolo della propaganda politica nel sostenere la leva obbligatoria anche attraverso campagne mediatiche e l’utilizzo di retorica nazionalista attraverso le quali si cercava di convincere i cittadini sulla bontà del servizio militare e sulla sua necessità per la difesa del Paese. Come esempio concreto della strumentalizzazione politica del servizio di leva ricordiamo il discorso di Mussolini del 1935 quando definì la leva obbligatoria come “la più sacra e la più nobile” delle istituzioni italiane, esaltandone il ruolo nella formazione del carattere e del senso di patria dei giovani. E in tempi più recenti, durante la Guerra Fredda la televisione e la radio italiana furono utilizzate per diffondere messaggi propagandistici a favore della leva obbligatoria, mostrando immagini di soldati impegnati a difendere il Paese dai nemici comunisti.
Ma nel corso della storia, diverse forme di attivismo hanno avuto il merito di contrastare la leva obbligatoria e incoraggiare il rifiuto di prestare servizio militare. Un esempio è la nascita del movimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare che in Italia ha una storia veramente importante. La Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, prevede, all’articolo 52, che «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge». Non c’è alcun riferimento alla possibilità di obiettare (cosa che invece è prevista dalle carte costituzionali di alcuni Paesi europei). I primi due casi di obiezione di coscienza che si verificano in Italia nel dopoguerra sono quelli di Rodrigo Castiello ed Enrico Ceroni, il primo pentecostale, il secondo testimone di Geova. Ma è il caso di Pietro Pinna, proclamatosi nonviolento, a suscitare il primo dibattito nel Paese, nel 1949, sia per l’intervento di alcune personalità a difesa del giovane, come Aldo Capitini (il filosofo perugino promotore, tra l’altro, della prima Marcia Perugia-Assisi nel 1961), sia per alcune pressioni internazionali sul governo italiano.
Sempre nel 1949 viene presentato il primo progetto di legge per il riconoscimento giuridico de. Negli anni Cinquanta si hanno altri casi di obiezione, per lo più di matrice religiosa e anarchica: il carcere resta l’unica strada per chi obietta al servizio militare. Nel 1955, don Primo Mazzolari pubblica anonimo il suo “Tu non uccidere”. Negli anni Sessanta si verifica una svolta: la presa di posizione di alcuni ambienti cattolici. Comincia nel 1962 Giuseppe Gozzini, il primo obiettore cattolico, la cui obiezione scatena un ampio dibattito e in difesa del quale si schiera Padre Ernesto Balducci, che subisce anche un processo e la condanna nel 1963. Due anni dopo tocca a don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, prendere le difese degli obiettori di coscienza e subire una condanna e un processo: la sua “Lettera ai giudici” rimane un documento limpido e ancora attuale.
Nel frattempo, al “laboratorio fiorentino della pace” partecipa attivamente anche il sindaco Giorgio La Pira che, convinto e instancabile pacifista, nel 1961 fa proiettare il film “Non uccidere” del francese Autant-Lara, che narra una vicenda di obiezione di coscienza e la cui distribuzione è stata vietata dalla censura. Così, mentre anche all’interno della comunità cristiana, seppur a fatica, si allarga il dibattito, il Concilio Vaticano II, nella “Gaudium et spes” del 1965, auspica leggi giuste ed umane da parte degli Stati nei confronti degli obiettori e al n. 79 vengono menzionati gli obiettori di coscienza, raccomandando un trattamento umanitario per chi in nome della coscienza non accetta di imbracciare le armi. Nello stesso anno i Cappellani militari riuniti a Firenze approvano un documento che condanna l’obiezione di coscienza come insulto alla Patria.
La risposta di don Lorenzo Milani, pubblicata su Rinascita, provoca la denuncia verso il priore di Barbiana da parte un gruppo di ex – combattenti. Inizia l’iter giudiziario a carico di don Milani, che scrive a sua difesa “la Lettera ai giudici”, poi tutto raccolta in “L’obbedienza non è più una virtù”. Nel 1967 altre indicazioni importanti: Il Consiglio d’Europa approva una risoluzione sull’obiezione di coscienza e Paolo VI nell’enciclica “Populorum progressio” (26 marzo) plaude alla possibilità data nella legislazione di diversi paesi, di sostituire, per profondi motivi di coscienza, il servizio militare con un servizio civile. Nel 1971, grazie anche alle pressioni dell’opinione pubblica, dei movimenti pacifisti (nel 1969 si costituisce la Lega per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e nel 1973 la Lega Obiettori di Coscienza) e del Partito Radicale, il Senato approva un testo di legge che tuttavia non viene approvato dalla Camera per lo scioglimento anticipato del Parlamento.
Il numero di giovani che preferiscono il carcere all’arruolamento nelle Forze armate cresceva sempre di più. Sono diventati oltre 150 e comincia a costituire un “caso umanitario” la soluzione della loro situazione. Con questa motivazione, il 15 dicembre 1972, viene approvata la legge n. 772 “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza cosiddetta “legge Marcora” (dal nome del deputato democristiano firmatario di una proposta) che ha come effetto immediato, alla vigilia del Natale, quello di schiudere le porte del carcere per quanti vi sono stati rinchiusi in quanto obiettori. È la prima legge in Italia che riconosce la possibilità di rifiutarsi di far parte delle Forze Armate senza incorrere in sanzioni penali o amministrative. Una decisione storica: nella legislazione italiana entra la possibilità di non accettare l’arruolamento nelle Forze Armate in nome del rifiuto delle armi e di sostituire il servizio militare con un servizio civile. L’approvazione della legge non incontra il favore di molti, a causa dei tanti punti criticabili.
Infatti, nella legge 772/72 l’obiezione non si configura come un diritto soggettivo bensì come un “beneficio” concesso dallo Stato a determinate condizioni e con determinate conseguenze. Da questa impostazione di fondo deriva: il potere del ministero della Difesa di respingere la domanda di obiezione, dietro parere di una commissione chiamata a indagare la sincerità delle motivazioni addotte dall’obiettore (commissione subito ribattezzata dagli obiettori “tribunale delle coscienze”); la mancanza di tempi certi per l’espletamento delle formalità burocratiche da parte dell’Amministrazione della Difesa; la durata del servizio civile di otto mesi più lunga del servizio militare, con un’evidente carattere punitivo nei confronti degli obiettori; la gestione del servizio civile affidata proprio al ministero della Difesa; una notevole disparità nelle pene previste per i reati contro il servizio di leva se commessi da obiettori di coscienza. La contrarietà non riguarda soltanto i contenuti della legge, ma soprattutto la sua applicazione.
La stessa Caritas Italiana, l’ente convenzionato col maggior numero di obiettori di coscienza, è costretta per ben due volte, nel 1986 e nel 1996, a proteste plateali forti contro il ministero della Difesa. Mentre il Parlamento non riesce ad approvare alcuna riforma della legge del 1972, la Corte Costituzionale interviene per ben otto volte, tra il 1985 e il 1997, con altrettante sentenze per dichiarare l’incostituzionalità di varie parti di quella legge. La prima storica sentenza è quella del 24 maggio 1985, n. 164, con la quale la Corte riconosce la pari dignità tra il servizio militare e il servizio civile: entrambi i servizi, infatti, sono modi diversi per soddisfare il dovere di difesa della patria sancito dalla Costituzione.
Sempre nel 1985 intervenendo a Loreto, al convegno della Chiesa Italiana, Giovanni Paolo II, afferma che: “La chiesa deve essere accanto ai giovani nella loro aspirazione alla pace nella giustizia e nella libertà: tanto a coloro che adempiono con lealtà al dovere di servire la Patria, quanto a coloro che, sollevando obiezione di coscienza scelgono di prestare un servizio civile alternativo”. Nel 1986, la Corte Costituzionale sancisce che l’obiettore in servizio civile non è assoggettabile alla giurisdizione militare, bensì a quella ordinaria, in quanto l’obiettore ammesso al servizio civile perde lo status di militare. Infine, nel 1989 la Corte dichiara incostituzionale la maggiore durata (otto mesi in più) del servizio civile rispetto al servizio militare. In pratica, grazie a questa sentenza, dall’estate del 1989 il servizio civile dura quanto il servizio militare, cioè 12 mesi e, a partire dagli inizi del 1997, 10 mesi.
Questa sentenza provoca un vero e proprio “boom” nel numero di domande, con un aumento del 140% di istanze presentate nel 1989 rispetto all’anno precedente; da allora, l’aumento delle domande di obiezione non si arresta, raggiungendo il record delle 120.000 richieste nel 1999. Finalmente la XIII Legislatura (1996-2001) riesce, non senza intoppi, a porre fine all’iter della nuova legge, che viene approvata nel giugno 1998. La legge “Nuove norme in materia di obiezione di coscienza” viene promulgata dal Presidente della Repubblica l’8 luglio e pubblicata, col numero di legge 230, sulla “Gazzetta Ufficiale” del 15 luglio. L’attuazione della nuova legge procede a rilento: solo alla fine del 1999, ad esempio, viene emanato il regolamento di organizzazione dell’Ufficio nazionale. Mentre a luglio dello stesso anno il ministero della Difesa stoppa le assegnazioni di nuovi obiettori per mancanza di fondi e il governo è costretto a settembre a stanziare d’urgenza nuove risorse.
Ma il 1999 è anche l’anno in cui il progetto di abolire la leva obbligatoria e di istituire Forze armate esclusivamente professioniste e volontarie comincia a prendere forma. Dopo quasi un anno di iter, nel 2000 il Parlamento approva la legge n. 331 che reca “Norme per l’istituzione del servizio militare professionale”, stabilendo la fine della leva obbligatoria a partire dal 2007.
Nel frattempo, il Parlamento discute un altro disegno di legge collegato con la sospensione della leva militare e che approva definitivamente agli inizi del 2001. Si tratta della legge n. 64/2001 che prevede l’”Istituzione del servizio civile nazionale”. Grazie ad essa, dopo la sospensione della leva militare, i giovani potranno continuare a svolgere il servizio civile da volontari, mentre nel periodo transitorio anche le donne e i riformati alla leva possono accedervi.
Il 20 dicembre 2001 si apre una nuova pagina del servizio civile in Italia: iniziano il servizio civile le prime ragazze volontarie che, qualche giorno prima, hanno ricevuto l’incoraggiamento dal Presidente della Repubblica nel corso di un convegno all’Accademia dei Lincei a Roma nel quale si è parlato delle “nuove Forze non armate per l’Italia di oggi”. Con la legge n. 226 del 23 agosto 2004, il Parlamento ha deciso di anticipare la sospensione della leva obbligatoria all’1 gennaio 2005. Nel dicembre 2004 hanno iniziato il loro servizio civile di 10 mesi gli ultimi obiettori di coscienza. Dal 1 gennaio 2005 il servizio civile diventa esclusivamente volontario per ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 28 anni.
Al termine di questa breve e sintetica riflessione posiamo affermare che più di 200 anni di storia di servizio militare obbligatorio hanno certamente avuto un impatto sociale significativo sulla società italiana, influenzando la vita di generazioni di giovani uomini. Ma la sospensione della leva obbligatoria è stata oggetto anche di un acceso dibattito politico, con posizioni favorevoli e contrarie. Attualmente il futuro del servizio di leva in Italia è incerto e non è escluso che possa essere reintrodotto in caso di mutate esigenze di sicurezza nazionale.
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È tuttavia certo che oggi non si può più pensare a un ripristino dell’obbligatorietà del servizio militare senza comunque garantire ai giovani la possibilità di fare una scelta alternativa a partire da una coscienza illuminata dal sempre più debole diritto di ogni uomo e donna a vivere in pace. Una coscienza speriamo inquieta e non assuefatta, illuminata dagli insegnamenti del Vangelo della Pace e formata dai dettami della nostra Costituzione.
E mentre chiudo questo umile contributo, scritto con la possibilità di usare tutti gli strumenti informatici, dopo aver potuto esercitare liberamente durante la giornata il mio diritto a muovermi in sicurezza, senza la paura di incorrere in un bombardamento, dopo aver cenato con cibo sano e acqua potabile, non posso non pensare che tanta parte della nostra terra è devastata da più di trenta guerre che producono sofferenza e morte. Educhiamo i nostri giovani a servire la patria, che va oltre i nostri confini, scegliendo la via della lotta non violenza, della giustizia e della pace.













