Lo storico parla dell’anomalia di un’inchiesta senza fine: dopo quarantacinque anni sono ancora sconosciuti gli esecutori materiali
Il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, considerato l’erede politico di Aldo Moro (leader Dc ucciso dalle Brigate Rosse), viene assassinato. A tutt’oggi, si conoscono soltanto i mandanti mafiosi dell’omicidio, ma non gli esecutori materiali.

È il paradosso da cui parte Miguel Gotor, storico dell’Università Tor Vergata di Roma, per raccontare la storia dell’assassinio del fratello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel libro: “L’omicidio di Piersanti Mattarella – L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna. 1979-1980” (Einaudi, pagine 432, euro 22) che aiuta a comprendere alcune vicende gravissime e oscure accadute in quegli anni in Italia. Gotor riflette sull’ipotesi che sia un unico filo a unire gli assassinii di Moro, Piersanti Mattarella e Vittorio Bachelet (giurista ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980), considerati uno l’erede politico e l’altro l’erede istituzionale del leader democristiano pugliese.
Lo storico parla dell’anomalia di un’inchiesta senza fine: dopo quarantacinque anni sono stati individuati i mandanti, ossia i vertici della cosca dei Corleonesi, ma sono ancora sconosciuti gli esecutori materiali del delitto. L’anomalia, secondo Gotor, risiede nel fatto che gli autori materiali di simili omicidi, di solito sono consegnati alla giustizia, mentre i mandanti rimangono coperti da un velo di oscurità, destinato ad alimentare dietrologie e misteri senza fine; ma nel caso di Mattarella è accaduto l’esatto contrario.
Nel libro si ricorda la solenne omelia pronunciata dal cardinale arcivescovo di Palermo, Salvatore Pappalardo, il giorno dei funerali: «Perché è stato ucciso Piersanti Mattarella? Una cosa sembra emergere sicura ed è l’impossibilità che il delitto sia attribuibile alla sola matrice mafiosa, ci devono essere altre forze occulte, esterne agli ambienti pur tanto agitati della nostra isola. Palermo e la Sicilia non possono accettare o subire l’onta di essere l’ambiente in cui è maturato l’atroce assassinio».
Parole dure, forti, ma chiare che anticipano gli interrogativi successivi sul delitto Mattarella, che porteranno ad allungare a dimensioni nazionali e internazionali il raggio dell’analisi delle dinamiche del delitto. Gotor nel libro traccia la figura di Piersanti Mattarella, descrivendolo come un politico capace e carismatico, che voleva fare della Sicilia «una regione dalle carte in regola».
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Dopo l’eliminazione “chirurgica” di Moro avvenuta nel 1978, e gli assassinii di Piersanti Mattarella e Vittorio Bachelet i delitti vengono visti, annota Gotor, come un messaggio minaccioso alla classe dirigente della Democrazia Cristiana per ostacolare l’alleanza tra la DC e il PCI. Successivamente Gotor riflette su un possibile rapporto tra l’omicidio di Mattarella con la strage di Ustica e quella di Bologna, mettendo in relazione quell’evento tragico dell’assassinio del preside siciliano non solo con un contesto regionale o nazionale ma anche con uno scenario internazionale












