Il saggio “Vite digitali” del giornalista Gigio Rancilio, pubblicato da Vita e Pensiero, offre un’analisi dettagliata della nostra esistenza costantemente connessa. Raccogliendo l’eredità dell’omonima rubrica curata per otto anni sulle pagine di Avvenire, l’autore esplora le dinamiche della società onlife, in cui analogico e digitale si sovrappongono. Attraverso un approccio documentato, l’analisi affronta i nodi centrali del dibattito contemporaneo: dalle sfide educative poste dall’uso della tecnologia, all’impatto dell’intelligenza artificiale e dei social media sulle relazioni umane, fino all’esame del fenomeno degli influencer religiosi e della solitudine. L’intento del volume è fornire gli elementi per comprendere le trasformazioni in atto e osservare la Rete mantenendo al centro la persona, senza cedere a facili allarmismi.
L’eredità della rubrica e le sfide della società onlife
«È questo l’internet che sognavamo? È questo l’internet che meritiamo?». Questa è la domanda che affiora dalle pagine di “Vite digitali”, nuovo libro di Gigio Rancilio (Vita e Pensiero, pp. 164, euro 15), giornalista che per oltre otto anni, in quasi quattrocento puntate della rubrica “Vite Digitali” su Avvenire, ha raccontato il mondo digitale con uno spirito particolare: «semplificare, senza banalizzare». Rancilio è un cronista che ha scelto di stare dentro la Rete ogni giorno, con competenza, con la curiosità di chi vuole capire, con la responsabilità di chi svolge la professione giornalistica ed ha quindi il dovere di comunicare agli altri ciò che avverte. Nell’introduzione Rancilio racconta che il compito che gli era stato affidato era «raccontare il mondo del digitale con la sensibilità del quotidiano cattolico, senza mai dimenticare la centralità dell’uomo». Il suo nuovo libro nasce dalla selezione e dall’aggiornamento di quelle rubriche, con l’aggiunta di alcuni capitoli inediti, il risultato è un diario ragionato di questi anni complicati in cui analogico e digitale si sono fusi in quella condizione che il filosofo Luciano Floridi ha definito «onlife». I temi sono molti e soprattutto molto interessanti per chi vive una missione educativa: il rapporto tra figli e tecnologia, le fidanzate virtuali come sintomo di una solitudine dilagante, i bias cognitivi che ci governano ben più degli algoritmi, lo strapotere dei video brevi, la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i social, le fake news, la libertà di internet sotto attacco in decine di Paesi, il ruolo ambivalente dell’intelligenza artificiale. Rancilio li affronta uno per uno, con il passo del divulgatore attento ai fatti e ai dati, senza cedere alla tentazione del facile (e inutile) allarmismo. Quando racconta i casi di cronaca legati alla morte di giovanissimi e alla tecnologia, il giornalista lo fa ricostruendo anche ciò che i media spesso hanno trascurato di raccontare, come, per esempio, le indagini che hanno smentito il collegamento con presunte sfide mortali online: «Se la paura, seminata in piccole dosi, può aumentare la consapevolezza, portata sui media e diffusa in grandi dosi, fa solo danni», spiega.
Il ruolo e le contraddizioni degli influencer cattolici
Il libro riserva pagine interessanti anche al fenomeno degli influencer cattolici, o “missionari digitali” come sono stati definiti del Sinodo. Rancilio riconosce il bene che molti di loro fanno, però evidenzia anche alcune criticità: personalismo, banalizzazione della fede, polarizzazione e scontri pubblici tra cattolici che confondono i fedeli; cita anche uno studio della Chiesa brasiliana che ha scoperto come i cinque maggiori influencer cattolici del Paese hanno dedicato il novanta per cento dei loro post a sé stessi e solo il dieci per cento al Vangelo.
Le relazioni virtuali e la gestione della solitudine
Tra le pagine più importanti (secondo il parere di chi scrive) ci sono quelle sulla solitudine legata al digitale, perché lì Rancilio racconta l’altra anima della vita onlife: gli incontri virtuali nel metaverso in cui persone ferite dal lutto si ritrovano ogni settimana per parlare di morte; le vedove che conversano con chatbot che imitano i mariti defunti; milioni di ragazzi che cercano compagnia nelle fidanzate virtuali. Davanti a queste vicende Rancilio non giudica, ricorda che, come osserva la gerontologa Christina Victor, «le nostre relazioni sociali si basano sulla reciprocità e ci danno l’opportunità di contribuire oltre che di ricevere». Anche l’intelligenza artificiale, annota Rancilio, non crea solitudine, perché risponde a un bisogno che le nostre società hanno maturato per molti motivi, «molti dei quali sono stati generati da comportamenti umani prima che dalle macchine».
La figura del contadino digitale contro le logiche dei social
Una delle intuizioni più felice del libro è l’immagine del “contadino digitale”, del seminatore che non smette di seminare anche quando i terreni non sono fertili. Citando il filosofo Silvano Petrosino, Rancilio distingue tra seduttori e maestri: «Il seduttore ti garantisce il godimento, ma non ti rende mai fecondo». I social, infatti, traboccano di seduttori, ma ciò di cui si avverte bisogno è di seminatori pazienti, disposti a mettere al centro le persone e non i like.
Le lezioni conclusive per una permanenza consapevole in Rete
Il capitolo conclusivo, in cui Rancilio raccoglie ciò che ha imparato in trent’anni di vita digitale (la sua e la nostra), è il testamento professionale di un giornalista che non si è mai stancato di porgere domande. Quattro lezioni semplici, quasi un mini decalogo: dire grazie e rispettare gli altri anche online, riconoscere che i social ci hanno mostrato ciò che non volevamo vedere di noi stessi, lottare contro i nostri bias cognitivi e, soprattutto, avere più pazienza. Vite digitali è un libro che coltiva qualcosa di raro: il dubbio intelligente e la fiducia che un’altra internet sia ancora possibile.











