Da pochi mesi alla guida della Procura di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli traccia le linee del suo mandato, affrontando le sfide di un territorio complesso in cui la ‘ndrangheta resta un freno allo sviluppo e alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Dottor Borrelli, qual è la sua visione per questo incarico e quali ritiene siano le principali sfide per la Procura di Reggio Calabria?
Occorre dare continuità e stabilità all’attività di contrasto alle cosche ‘ndranghetistiche, valorizzando il lavoro svolto negli anni scorsi e rendendo più sistematica la ricostruzione degli assetti mafiosi sul territorio. È un lavoro complesso, ma necessario per comprendere i nuovi equilibri delle organizzazioni criminali e anticiparne le strategie. Particolare attenzione va posta ai traffici di stupefacenti, che rappresentano oggi la principale fonte di ricchezza delle organizzazioni.
Ascolta l’episodio del Podcast Good Morning Calabria con il procuratore Giuseppe Borrelli ?️?
La Calabria è un hub fondamentale del traffico internazionale di droga proveniente dall’America Latina, e le indagini su questo fronte devono essere considerate prioritarie, non solo come settore autonomo, ma anche in relazione diretta con le attività delle associazioni mafiose. La criminalità organizzata, con il suo potere di intimidazione, rappresenta ancora oggi il principale freno allo sviluppo economico e sociale della regione. Un’economia mafiosa, pur generando flussi di denaro, finisce per soffocare la libera iniziativa, escludendo chi opera nella legalità e disincentivando la competitività. Finché esisteranno poteri criminali in grado di condizionare l’economia, il territorio non potrà crescere in modo sano e trasparente.
Negli ultimi mesi si sono registrati nuovi episodi di intimidazione. Quale segnale vogliono lanciare le consorterie criminali?
La Calabria rappresenta un’eccezione nel panorama nazionale. Mentre in altre regioni le organizzazioni mafiose preferiscono agire nell’ombra, infiltrandosi nel sistema economico legale e mantenendo una violenza solo implicita, la ‘ndrangheta continua a esercitare un controllo diretto del territorio. La violenza e la minaccia restano strumenti di potere e di comunicazione. Esplosioni, incendi, danneggiamenti e attentati sono atti che servono a ricordare alla popolazione chi comanda realmente e a riaffermare il controllo criminale.

Questa ostentazione di forza, tuttavia, richiederebbe da parte dello Stato un impegno straordinario e l’impiego delle migliori risorse disponibili, sia dal punto di vista qualitativo sia quantitativo. Purtroppo non sempre è così. Gli organici della polizia giudiziaria sono ridotti e mancano strumenti e mezzi adeguati per affrontare la complessità del fenomeno. La stessa sede della Procura, oggi, è palesemente inadeguata a sostenere l’attività giudiziaria: lavoriamo in spazi limitati e con strutture obsolete. Dalla mia finestra vedo il nuovo Palazzo di giustizia, in costruzione da decenni: la sua incompiutezza è il simbolo di una carenza di attenzione che penalizza l’intero sistema.
Quanto è importante la collaborazione tra Procura, forze dell’ordine, enti locali e associazionismo nella lotta alle mafie?
Pensare che la magistratura o la polizia possano sconfiggere da sole la criminalità organizzata è un’illusione. La presenza della ‘ndrangheta in Calabria ha radici profonde: storiche, economiche, culturali e sociali. Arrestare decine o centinaia di persone serve, ma non basta. Gli equilibri mafiosi tendono a ricostituirsi automaticamente se non vengono meno le condizioni che li rendono possibili. Per questo è indispensabile un impegno collettivo.
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La mafia vive anche grazie al silenzio e all’omertà, che spesso derivano dalla paura ma anche dalla convinzione, radicata in molte persone, che nulla possa cambiare. Bisogna spezzare questo isolamento. Servono luoghi di partecipazione dove i cittadini non si sentano soli e dove la scelta della legalità diventi una forza condivisa.
L’associazionismo, in questo senso, è decisivo: rappresenta lo spazio civile in cui si può costruire fiducia e solidarietà. Quando la società civile si muove compatta, anche l’azione della magistratura diventa più efficace, perché si inserisce in un contesto di sostegno e responsabilità comune.
Ha sottolineato l’importanza della denuncia. Quale messaggio vorrebbe lasciare ai cittadini, rispetto alla percezione che spesso si ha della giustizia come realtà lontana o poco vicina alla vita quotidiana?
La magistratura italiana, nel suo disegno costituzionale, è stata e deve continuare a essere presidio di uguaglianza e garanzia per tutti. Non solo davanti alla legge, ma anche nella creazione di condizioni che consentano pari opportunità ai cittadini, indipendentemente dal punto di partenza. Credo che la magistratura abbia garantito imparzialità e difesa dei diritti, ma deve riconoscere anche le proprie responsabilità: molte inefficienze del sistema dipendono da noi stessi.

Dobbiamo lavorare per garantire tempi rapidi e risposte concrete, sia per le vittime sia per chi è accusato. La giustizia, per essere credibile, deve essere tempestiva e comprensibile. Il mio obiettivo è contribuire, con l’aiuto di tutti, a rendere la giustizia più efficiente, moderna e vicina ai cittadini, perché solo un sistema giudiziario che funziona può restituire fiducia nello Stato e rafforzare la convivenza civile.













