Il ruolo della comunicazione nella eredità di Papa Francesco, restare umani

La valigia di Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, è piena di ricordi che restano nel cuore
Paolo Ruffini - Avvenire

Secondo Francesco è essenziale l’empatia con le persone, il farsi carico dell’altro, di chiunque mi si presenti davanti

Quella volta che, da direttore di Tv2000, si è sentito «incoraggiato a costruire una comunicazione in uscita, capace cioè di uscire dal recinto di coloro che già frequentano la Chiesa». Oppure i viaggi, soprattutto quelli nei Paesi di missioni con comunità cattoliche molto piccole, ma anche quelli nei Paesi dove i cattolici sono più numerosi, come in Africa, «dove moltitudini immense hanno confermato nella fede ognuno di noi, mentre il santo Padre confermava loro nella fede». O ancora il viaggio a Bruxelles, in un Paese secolarizzato dove dopo l’arrivo del Papa i giovani si sono autoconvocati contribuendo a riaprire chiese dove nessuno entrava più e facendo aumentare il numero dei battesimi degli adulti.



La valigia di Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, è piena di ricordi che restano nel cuore. Segni indelebili di un Papa come Francesco, che sul piano comunicativo «ci ha chiesto di accettare le sfide del nostro tempo, chiedendoci nello stesso tempo di restare umani». In una recente intervista al Sir racconta che «Papa Francesco ha sempre inteso la comunicazione come relazione. Tutti i suoi messaggi ci dicono che la comunicazione è un incontro vero con la persona, che non è mai un monologo, un messaggio a senso unico, tanto meno propaganda o proselitismo. Per lui la comunicazione è basata prima di tutto sull’ascolto, e non solo sulla capacità di portare un messaggio.

Secondo Francesco è essenziale l’empatia con le persone, il farsi carico dell’altro, di chiunque mi si presenti davanti». Negli ultimi messaggi per la Giornata mondiale elle comunicazioni sociali, Bergoglio ha insistito sulla “cultura digitale”, mettendo tuttavia l’accento sui pericoli di una sorta di disumanizzazione, nei rapporti personali. «Il Papa ha sempre provato a non aver paura di forme nuove di comunicazione, come le nuove tecnologie, ma non ha mai neanche smesso di pensare che il nostro intelletto e il nostro cuore sono legati e non possono essere delegati ad una macchina. La rete, le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiale sono invenzioni geniali dell’uomo, e noi non possiamo pensare di vivere in un altro tempo diverso dal nostro.

Quello che bisogna combattere, però, per il Papa, non è l’intelligenza artificiale, ma la stupidità umana: dobbiamo guidare l’intelligenza artificiale e non esserne guidati. Ci ha chiesto di accettare le sfide del nostro tempo, chiedendoci nello stesso tempo di restare umani: si può sintetizzare così l’atteggiamento di Francesco nei confronti dei progressi tecnologici in materia di comunicazione. L’errore più grande sarebbe quello di volerci separare dalla nostra umanità, e quindi da Dio, pensando di delegare a una macchina – che non è generativa, ma compilativa – la nostra visione del mondo».

Anche il modo di vivere la sofferenza è stato un modo di comunicare un messaggio al mondo, per Papa Francesco, che nel suo testamento ha rivelato di aver offerto l’ultima parte della sua vita per la pace. «A più riprese il Papa ha esortato a disarmare i cuori, ad utilizzare una comunicazione disarmata. Anche il modo in cui ha vissuto l’esperienza della fragilità è stato un modo per reinsegnare a tutti che accettare la sofferenza è già un modo per superarla. I suoi discorsi per la pace e contro la guerra sono una lezione di memoria e di storia, in cui ha ribadito, sulla linea del magistero dei papi che l’hanno preceduto, che solo insieme si può trovare la strada per superare le difficoltà, non odiandosi ma essendo capaci di relazionarsi anche con i nemici».


PER APPROFONDIRE: Addio Papa Francesco: ora tocca a noi…


«Se la comunicazione è vissuta solo in termini di sconfitta e di vittoria, la vittoria diventa fallimentare, perché peggiora i problemi invece di risolverli. Una comunicazione tutta basata sul paradigma della guerra, che esclude parole come il perdono o la pace, si sbriciola presto».

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