L’11 dicembre del 2001 Reggio Calabria perdeva il suo primo cittadino più amato. Ventiquattro anni dopo, il nome di Italo Falcomatà continua a risuonare come simbolo di speranza, rinascita e passione civile.
L’11 dicembre 2001, un giorno che Reggio non dimentica
Ventiquattro anni fa ci lasciava Italo Falcomatà. Era l’11 dicembre 2001, un giorno freddo e triste per la città di Reggio Calabria, che si risvegliò orfana del suo Sindaco, il Sindaco della “primavera” reggina. Un vuoto incolmabile, quello lasciato dall’indimenticato primo cittadino, definito dall’allora arcivescovo di Reggio Calabria – Bova, Vittorio Mondello come il «Sindaco di tutti».

«Italo Falcomatà ha veramente amato Reggio, la sua città, per la quale – sottolineava ancora l’arcivescovo del tempo – ha speso le sue migliori energie e superato enormi difficoltà che avrebbero spinto chiunque a desistere dal cammino intrapreso».
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«La sua statura morale non è di alcuni. Appartiene alla Città, perché lui è stato il Sindaco di tutti», ancora Mondello, oggi vescovo emerito dell’arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova che conserva nitido il ricordo di quella stagione, non a torto definita “Primavera” di Reggio Calabria.
Un’eredità che resiste nel tempo
In questi anni si è scritto e detto molto su Italo Falcomatà. Eppure, il suo ricordo resta impresso nel cuore di chi lo ha conosciuto e continua a vivere nella memoria delle nuove generazioni, che ne sentono ancora pronunciare il nome con rispetto e ammirazione. Su un aspetto sono tutti concordi: Falcomatà è stato un sindaco con la “S” maiuscola. Anzi, “il Sindaco”, come amavano chiamarlo i reggini.
Del resto, lo sottolineava – in maniera quasi profetica – il direttore del tempo di Avvenire di Calabria, don Filippo Curatola, già qualche giorno dopo la prematura scomparsa di Italo Falcomatà, sull’edizione del 18 dicembre 2001 del nostro giornale. Nel ricordare il “sorriso”, immancabile, che dispensava tra la gente, scriveva: «Ci parlerà per altre stagioni del suo ottimismo e del coraggio, ci dirà della sua tenacia e delle opere realizzate, del volto nuovo donato alla città e al suo futuro, ci racconterà delle battaglie vinte e della sua signorilità, ci illuminerà con la purezza dei sentimenti e il nitore del suo linguaggio. Ci farà compagnia il suo sorriso quando andremo a respirare l’aria dello Stretto lungo la Via marina che sicuramente gli sarà intitolata, o penseremo che sia ora di fare i conti col nostro passato, con una città che egli ci ha riportato ad amare».
«Italo Falcomatà – ancora le parole di Curatola – ha nutrito sempre quello che chiamerei il culto della parola e il privilegio del dialogo, il parlare con tutti e l’affrontare ogni tipo di problema. Non è stato zitito quando la mafia ha tentato di intimorirlo, né quando i teatranti della corruzione avrebbero voluto sfiorarlo. Non ha taciuto nemmeno dinanzi al profilarsi dell’ultimo nemico…». Un’eredità che resiste nel tempo.
Il mestiere di uomo. La stagione del sindaco: il ricordo di monsignor Mondello
In occasione delle esequie che furono celebrate in una gremita Basilica Cattedrale, toccante fu il ricordo dell’allora arcivescovo, monsignor Vittorio Luigi Mondello che ricordò – nella sua profonda omelia – il sindaco, ma anche l’amico Falcomatà, con le seguenti parole che riproponiamo integralmente:
«Vorrei, con un rapido cenno, richiamare — fratelli e figli carissimi — questi due tratti della sua personalità. Falcomatà “uomo” e “sindaco”. Per una coincidenza che la Provvidenza ha permesso, il tempo della sua azione amministrativa a Reggio è coinciso quasi pienamente con il tempo del mio Ministero Episcopale in Diocesi. Pur nella corretta distinzione degli ambiti della nostra azione, a motivo dei rispettivi ruoli vissuti, abbiamo avuto modo negli anni trascorsi di incontrarci frequentemente, di dialogare, di scambiarci i nostri punti di vista.
Sento, perciò, innanzitutto, di poter testimoniare che Italo Falcomatà è riuscito ad interpretare in maniera elevata la sua capacità di vivere fino in fondo il suo “mestiere di uomo”. La sua innata signorilità, la delicatezza del tratto, la forza dei sentimenti virili e delicati insieme, il sorriso perenne, la straordinaria cultura, unitamente al calore coinvolgente della sua umanità lo hanno reso amabile a tutti: per lui l’altro, ogni altro, era una persona verso cui sapeva chinarsi con la ricchezza del suo cuore.
Due culti, sotto questo profilo, visse con zelo: il culto della famiglia e quello dell’amicizia. La sua famiglia è stata il suo mondo, che ha amato e custodito gelosamente: un mondo la cui ricchezza, la cui unicità, il tempo della malattia gli aveva fatto ancora più acutamente avvertire.
Famiglia come gioia della condivisione nuziale con la moglie; famiglia come gioia, responsabilità, attenzione e perfino tenerezza del suo essere padre. Permettetemi di dire che, se tutto lo abbiamo perduto, il vuoto più grande resta nel cuore dei “suoi”: un vuoto che l’abbraccio della città lenisce, ma non può colmare; la luce della fede illumina, ma non cancella.
L’altro è stato il culto dell’amicizia. “Amicus certus in re incerta cernitur”, diceva l’antica poetica: è nei momenti difficili che si sperimenta chi ci è amico. Falcomatà non solo ebbe moltissimi amici; ma seppe essere amico. Discreto, premuroso, senza mai essere invadente, coltivò l’amicizia come una pianta preziosa. Ed ora, con quello della famiglia, ci lascia in eredità il culto dell’amicizia.
Falcomatà uomo, vi dicevo; Falcomatà sindaco. Non sta a me ripercorrere tappe, momenti, difficoltà, stagioni, opere, segni di un’azione amministrativa che indubbiamente sarà ricordata come una delle più esemplari, delle più efficaci, delle più corrette, delle più condivise.
A me come Pastore della Diocesi tocca solo richiamare, per dovere di onestà e testimonianza, che Italo Falcomatà lascia la città di Reggio molto migliore di quanto l’avesse ricevuta.
Entrando a Reggio come Vescovo, avvertivo la distanza tra la gente e il “palazzo”; mi trovavo dinanzi a cittadini disorientati, stanchi, quasi incuranti della propria città; oggi, mentre Falcomatà compie il suo ultimo viaggio, la città “cammina”. È riuscito il sindaco in un difficile prodigio: ha condotto i reggini dal rifiuto all’amore per la città. Se oggi possiamo dirci nuovamente innamorati di Reggio, dobbiamo riconoscerlo: il merito è in gran parte suo. Del suo impegno, della sua fede negli ideali, della sua onestà, della sua capacità, del suo sacrificio.

Il sindaco Falcomatà ha veramente amato la sua città per la quale ha speso le sue migliori energie e superato enormi difficoltà che avrebbero spinto chiunque a desistere dal cammino intrapreso. Non potrò mai dimenticare i meticolosi resoconti che mi faceva, venendo insieme ai componenti della Giunta Comunale per gli auguri di Natale e di Pasqua, non solo di quanto il Comune andava realizzando, ma anche dei programmi futuri per rendere sempre più bella questa sua “Reggio nobile e bella”». (Foto tratta dall’archivio della Fondazione Italo Falcomatà)













