In Calabria, parlare di welfare significa inevitabilmente confrontarsi con una realtà segnata da carenze strutturali e organizzative; tra queste la scarsissima presenza di comunità socio-sanitarie. Si tratta di presidi che in altre regioni italiane, rappresentano un punto di riferimento per persone fragili: anziani non autosufficienti, individui con disabilità, persone con disturbi psichici o dipendenze.

In Calabria invece, questo tassello fondamentale del sistema di assistenza, è quasi del tutto mancante o insufficiente rispetto al fabbisogno reale; il modello resta centrato sull’ospedale e, i reparti di neuropsichiatria infantile, già sovraccarichi, non possono sostituire il ruolo delle comunità, che dovrebbero garantire continuità assistenziale e un ambiente protetto.
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È importante che la comunità calabrese sia resa partecipe di una difficoltà profonda che, i professionisti impegnati con i minori, vivono ogni giorno; non si tratta di un problema astratto, ma di situazioni concrete e dolorose, in cui un bambino o un ragazzo ha bisogno di cure e attenzioni che la famiglia, da sola, non può garantire. In questi momenti, per tutelare davvero il benessere e il futuro di un minore, diventa necessario inserirlo in un contesto comunitario capace di offrirgli l’assistenza sanitaria e il sostegno che merita.
L’assenza di comunità socio-sanitarie in Calabria, non è solo un problema organizzativo, ma una questione di diritti. Significa negare a cittadini fragili la possibilità di vivere con dignità e di ricevere cure adeguate; una lacuna che è un imperativo etico e politico poiché, senza comunità, non è possibile una vera inclusione sociale. Ad oggi, è una mancanza che pesa non solo sulle famiglie, ma anche sulle istituzioni che, di fronte a casi di ragazzi con gravi disturbi psichiatrici, si trovano costretti a disporre il trasferimento in strutture fuori regione gravando sull’economia calabrese, con conseguenze significative sui minori che vengono sradicati dal loro contesto di vita, allontanati dalla famiglia e dalla rete sociale di riferimento.
Per i genitori di questi ragazzi, accompagnare i figli in comunità lontane comporta non solo ingenti costi economici, ma anche profondi sacrifici personali e, in molti casi, la distanza rende impossibile incontrarli con regolarità, costringendoli a rinunciare al naturale desiderio di vicinanza e quotidianità familiare.
Guardando al futuro, l’ auspicio è quello che si possa concretizzare un investimento in comunità socio-sanitarie diffuse sul territorio calabrese, capaci di rispondere ai bisogni locali e di ridurre le disuguaglianze rispetto ad altre regioni italiane dove, la collaborazione tra pubblico e privato sociale, la formazione di operatori specializzati e la costruzione di reti di continuità assistenziale rappresentano passi concreti.
Trasferire fuori regione ragazzi con disturbi psichiatrici non è solo un problema organizzativo, ma un segnale di una fragilità più profonda. Restituire ai minori il diritto a cure adeguate, senza dover lasciare la propria terra, significa costruire un welfare più equo e inclusivo; una sfida che riguarda l’intera comunità semplicemente perché, la salute dei più giovani, è il fondamento di ogni società.
* G.O. Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria













