Dietrich Bonhoeffer rappresenta una delle figure più complesse e affascinanti del Novecento religioso ed europeo. Pastore luterano e teologo tedesco, non si limitò alla speculazione accademica ma scelse di incarnare la fede attraverso una concreta opposizione al regime nazista. La sua esistenza, spezzata dall’impiccagione nel campo di concentramento di Flossenbürg pochi giorni prima della liberazione, rimane una testimonianza indelebile di coerenza morale. Oltre al martirio, ciò che ancora oggi interroga le coscienze è la sua eredità teologica: una riflessione maturata in gran parte tra le mura di un carcere, che indaga il ruolo del cristianesimo in un “mondo diventato adulto” e richiama i credenti a una fede che non sia fuga dalla realtà, ma piena immersione nelle responsabilità del tempo presente.
Dalla cattedra alla congiura contro Hitler
Dietrich Bonhoeffer nasce a Berlino il 4 febbraio 1906 da una famiglia della borghesia protestante. Dentro la drammatica ed esemplare vicenda biografica di Bonhoeffer, il pensiero appare coniugato, in modo inscindibile e certamente inusuale per un teologo, con l’azione. Giovane e brillante docente universitario, Bonhoeffer abbandonò nei primi anni Trenta l’università per l’attività pastorale, entrando nella fila della Chiesa confessante, l’ala minoritaria della Chiesa evangelica tedesca che si oppose a Hitler. Qui egli stimolò senza sosta la resistenza ecclesiale contro il nazismo decidendosi ad entrare a far parte di una congiura militare contro Hitler culminata in un fallito attentato. Incarcerato Bonhoeffer fu impiccato dai nazisti a seguito di questo evento il 9 aprile del 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg.
Un cristianesimo per il mondo adulto
Interessanti le riflessioni contenute nelle lettere spedite dal carcere all’amico e biografo, che le pubblicò nei primi anni Cinquanta con il titolo Resistenza e Resa, sul tema del “cristianesimo non-religioso” e del “mondo divenuto adulto”. Queste riflessioni hanno dato vita ad una storia degli effetti quanto mai ampia e diversificata nel dibattito teologico che si è incentrata prevalentemente sul confronto tra cristianesimo e modernità e sull’antitesi tra fede e religione. Bonhoeffer è così apparso, in ambito evangelico, come colui che ha compreso sul piano pastorale il senso della polemica luterano-barthiana contro la “religione” in nome della fede, e al tempo stesso ha intuito le chances che il processo di secolarizzazione può riservare per una rinnovata interpretazione del cristianesimo nel contesto sociale. Non è un caso se su questa linea Bonhoeffer è stato considerato un antesignano della teologia della secolarizzazione e della morte di Dio. Ma anche in ambito cattolico l’opera Bonhoeffer è stata recepita sulla scia del Concilio Vaticano II e del richiamo all’autonomia delle realtà terrene presente nella Gaudium et spes, e su questa base ha ispirato un rinnovamento sia sul versante teologico che su quello ecclesiale.
Oltre la teologia liberale
Che cosa rimane, quindi, dell’eredità che Bonhoeffer ci ha consegnato? Indubbiamente molto dal punto di vista della sua opera. Bonhoeffer è stato fondamentalmente un outsider nel panorama teologico in cui ha operato. Segnato dalla teologia liberale egli colse la crisi di questa corrente, aprendosi alle istanze rinnovatrici della teologia dialettica di Karl Barth. Al tempo stesso individuò un percorso teologico originale attorno al tema del rapporto tra Chiesa e mondo, e alla necessità di riportare il kérygma cristiano al centro. Si trattava di una problematica ecclesiologica e pastorale sul rapporto tra teologia e antropologia: la Chiesa come il luogo della presenza del Cristo e dell’autocomprensione dell’uomo, tendo contro quindi delle categorie sociologiche e filosofiche. Nelle opere della fase intermedia della sua vita, come Sequela e Vita comune, Bonhoeffer rilegge la necessità della vita comunitaria per il cristiano alla luce del profilo esigente della chiamata di Gesù.
La responsabilità di restare fedeli alla terra
Dell’eredità di Bonhoeffer rimane poi, certamente, anche la forza e il coraggio della sua testimonianza cristiana che è una luce nella notte oscura della Germania hitleriana. Si tratta di una testimonianza autentica, perché pagata a carissimo prezzo. La mancata assunzione di una precisa responsabilità, per Bonhoeffer, diviene insostenibile. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità e agire di conseguenza. Stare alla finestra significa essere complici. Scriveva alla fidanzata Maria von Wedemeyer dalla Cella 92: Non intendo la fede che fugge dal mondo, ma quella che resiste nel mondo e ama e resta fedele alla terra malgrado tutte le tribolazioni che essa ci procura. Il nostro matrimonio deve essere un sì alla terra di Dio, deve rafforzare in noi il coraggio di operare e di creare qualcosa sulla terra. Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo…. E questo è senz’altro un altro dei motivi per cui la figura di Bonhoeffer continua oggi ad attrarre e ad affascinare.












