Nelle fiabe non c’è spazio per il “tutto è relativo”: ci vuole solo il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, conoscerle e solo dopo, agire e scegliere di conseguenza
Quest’anno ricorre il 142° anniversario della pubblicazione de “Le avventure di Pinocchio”. Più che una fiaba, la si può definire un romanzo di formazione, in quanto Collodi, attraverso linguaggio e simbologia fiabesca, non fa altro che descrivere il duro passaggio dall’adolescenza all’età matura di quello che viene presentato come un burattino, Pinocchio, pezzo di legno limato dalle mani di Geppetto, fino alla trasformazione in bambino vero, con tutti i disagi e le difficoltà che nella fanciullezza si devono affrontare, per vivere l’ingresso nel mondo adulto.

Persino la Disney ha omaggiato il racconto, creandone la versione animata. In una società che ha poco tempo per raccontare fiabe, come si è evoluto tale genere? Nell’antichità, nato oralmente come strumento culturale per tramandare insegnamenti etici, valori morali e credenze di intere comunità, diventa col tempo il linguaggio comprensibile ai bambini, per imparare a discernere il bene dal male. Tante storie per tanti insegnamenti di vita, numerosi come “le Mille e una notte”, affascinanti come “Le fiabe del focolare”, misteriose come il “Pancatantra”. E oggi, nell’era degli smartphone e di Meta AI, è ancora necessario raccontarsi delle fiabe per imparare a sopravvivere? Fiabe, certo, se ne scrivono ancora, si svolgono tutte in luoghi e tempi riconoscibili, è venuto meno il principio dello spazio e del tempo indefiniti: oggi è meglio dare parametri precisi per far orientare bambini, già abituati al navigatore, installato sui loro cellulari all’avanguardia.
I protagonisti sono eroi moderni: credono nella parità di genere e lottano per essa, sono femministi, mai omofobi, credono nel valore della diversità, non praticano nessuna forma di bullismo, né fisica né verbale, anzi la combattono; amano la natura, mettono in guardia sul cambiamento climatico e promuovono una sana ecologia. Sono attivisti; riescono ad essere terapeuti di se stessi: non hanno paura delle proprie fragilità. Il loro percorso permette loro di acquisire le competenze adeguate per muoversi al meglio nella società e saper essere produttivi e intraprendenti. Non servono più fate madrine o grilli parlanti: tutti sono buoni e cattivi allo stesso tempo: presentano luci e ombre nella personalità.
Non sempre il finale è lieto, a volte le fiabe contemporanee possono presentare conclusioni più realistiche, riflettendo la complessità della realtà. Ebbene, ogni tempo ha il suo linguaggio, che corrisponde ad esigenze nuove; anzi ogni tempo ha la fiaba di cui ha bisogno. Il problema? Il politically correct! Sembra quasi non si abbia più voglia di cose nuove, ma di storie sempre uguali, con la forzatura di una interpretazione nuova che però non gli appartiene. Forse molti autori hanno esaurito la fantasia, perché spesso ci si dedica alla rivisitazione forzata delle vecchie fiabe.
Ci sono simboli, topoi e metafore di cui noi oggi forse abbiamo perso la capacità di interpretazione. Non si può tutto interpretare con gli occhi di oggi, ciò che è nato in un certo contesto storico, culturale e sociale, non è da condannare, ma da accettare, criticare se necessario, ma per andare avanti. Snaturare qualcosa che è frutto di esigenze diverse dalle nostre non è sempre il modo giusto per interpretare la realtà.
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Nelle fiabe non c’è spazio per il “tutto è relativo”: ci vuole solo il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, conoscerle e solo dopo, agire e scegliere di conseguenza: questo insegna Pinocchio. Questa è la vera missione delle fiabe.













