Manifesti censurati. Il dibattito: «194, strumenti mai applicati»

Pubblichiamo volentieri questo intervento di don Marco Scordo e di Mario Nasone. Essi sostengono delle tesi ampiamente condivisibili e rimarcano delle gravi assenze istituzionali, da parte dello Stato, sul servizio alla vita e al sostegno della natalità. La Chiesa reggina, anche per questo motivo, ha sempre sostenuto il Consultorio familiare diocesano – che ha sede proprio nella parrocchia di don Marco, San Sebastiano Martire al crocifisso – in quel luogo, davvero prezioso, la comunità diocesana sostiene la vita nascente e supporta le donne che decidono di non abortire.

È proprio vero, non servono le crociate (soprattutto per temi così sensibili come l’aborto, ma le crociate non servono mai e in nessun caso), serve semmai approfondire, conoscere: per questo l’Arcidiocesi sta elaborando un documento, fondato su un confronto con esperti, che servirà a dare un ulteriore supporto al necessario dialogo su questo tema. Tuttavia, vale la pena ricordare, che l’occasione del comunicato stampa di sabato scorso non aveva in primo piano la tematica dell’aborto, ma quella della libertà delle idee.

Condivido, infine, il riferimento a don Italo Calabrò: l’uomo del dialogo, della provvidenza e del sostegno alla fragilità. Spesso ho sentito dire a Mario Nasone, ed anche ad altri figli spirituali del compianto sacerdote reggino, che “don Italo è di tutti”. Condivido pienamente questa affermazione: don Italo è di tutti, e di tutti deve restare. Per questo è essenziale tutelarlo dalle strumentalizzazioni, soprattutto da quelle politiche. Non possiamo più permettere che don Italo diventi una bandiera da sciorinare in campagna elettorale, anche in questo caso il silenzio è complice. L’eredità del sacerdote è di tutti ed è per ciascuno, nessuna bandiera ideologica deve essere appiccicata addosso a don Italo, sacerdote di tutti.

don Davide Imeneo

 


Contro l’aborto non servono censure e nemmeno crociate

di don Marco Scordo * e Mario Nasone ** – La decisione del sindaco di rimuovere i manifesti della onlus “pro life” ostacola a nostro avviso un diritto costituzionale, quello della libera espressione del pensiero. Con altrettanta chiarezza diciamo però che non sono questi i messaggi ed i modi  che possono contrastare la piaga dell’aborto, che rappresenta comunque un fatto doloroso, soprattutto per le donne che lo scelgono. 

Un appello non solo inutile ma anche controproducente, che tende a colpevolizzare chi fa questa scelta, che comunque è garantita da una legge che mirava a contrastare l’aborto clandestino ed a tutelare la salute delle donne. 

Piuttosto al di là delle polemiche sterili, servirebbe riprendere in mano insieme, Comune e Diocesi, la problematica delle fragilità (non solo economiche) delle donne e delle famiglie, che portano anche alla scelta drammatica dell’aborto, attraverso un convergente piano d’interventi. Un tavolo di collaborazione vero e concreto per approfondire questa tema, che con la pandemia anche nel nostro territorio si è aggravato.

 Un fenomeno presente da sempre nella storia del nostro Paese, che Papa Francesco, ricordando la sua esperienza in confessionale con le donne ferite e pentite per l’interruzione della gravidanza, ha anche recentemente condannato come soppressione della vita umana, invitando però ad esercitare la massima misericordia verso chi lo ha praticato, accompagnando le donne in questi difficili momenti. Una scelta drammatica di donne lasciate spesso sole di fronte a questa scelta, con una società che di fatto non agevola,anzi sembra mettere ostacoli all’accoglienza della vita – e l’inverno demografico ne è un segnale drammatico. Eppure la legge 194 ai primi articoli si prefiggeva di tutelare la maternità, prevedendo tutta una serie di aiuti e sostegni economici per le donne che non volevano ricorrere all’aborto. Strumenti mai partiti o addirittura smantellati negli anni, mentre il dibattito che si è fermato solo sul tema dell’obiezione di coscienza di medici e sanitari. 

Chi ascolta, chi aiuta le donne a pensare delle alternative alla interruzione della gravidanza? Un esempio emblematico: agli Ospedali Riuniti di Reggio da tempo sono sparite quelle figure professionali, come le psicologhe e gli assistenti sociali, chiamate a fare colloqui di aiuto e sostegno, con statistiche invece che  parlano di aumenti di aborti anche di  minorenni, spesso ripetuti. E che dire dei Consultori pubblici, che  si stanno svuotando di queste figure per il loro pensionamento anticipato. Sul campo sono presenti solo le esperienze avviate a suo tempo dalla Diocesi con Don Italo Calabrò ( la Casa di Accoglienza per ragazze madri, il Consultorio Diocesano), che tante vite ferite hanno accolto e centinaia di bambini hanno fatto nascere ed aiutato a crescere. Altrettanto importante è il risultato raggiunto dal Forum delle associazioni familiari con il Family Act. 

Ma questo non basta. Serve una nuova cultura della vita. Come diceva il grande magistrato Minorile Carlo Alfredo Moro, per accogliere un bambino serve l’utero materno, ma anche un utero sociale. Non slogan quindi ma scelte politiche e pastorali che promuovano la vita.

* Parroco di San Sebastiano al Crocefisso
** Presidente Centro Comunitario Agape

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