Trent’anni senza una verità giudiziaria definitiva. Trent’anni di domande, documenti, inchieste e memoria civile. La figura del capitano Natale De Grazia continua a essere un punto di riferimento per chi si occupa di ambiente e legalità. Ne parliamo con Enrico Fontana, che nel 1994 coniò il termine Ecomafia e che da allora non ha mai smesso di chiedere verità.
Trent’anni senza Natale De Grazia, verità che attende giustizia
Il 13 dicembre ricorre l’anniversario della morte del capitano Natale De Grazia, che per primo intuì l’intreccio criminale dietro i traffici di rifiuti radioattivi nel Mediterraneo. Ne parliamo con Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente, colui che nel 1994 coniò la parola «Ecomafia».

Un dialogo a tutto campo tra passato e presente: dal ricordo di un servitore dello Stato lasciato solo a indagare su «interessi forti» e servizi deviati, fino all’eredità morale lasciata alle nuove generazioni. «De Grazia ci credeva» racconta Fontana, «e il suo sacrificio ha permesso di trasformare il disastro ambientale in un delitto punito dal Codice penale».
Siamo alla vigilia del 13 dicembre: sono passati esattamente trent’anni dalla notte in cui il capitano De Grazia perse la vita. Tre decenni senza una verità giudiziaria definitiva sulle cause della morte e sui mandanti. Qual è il sentimento prevalente oggi in Legambiente: rabbia, rassegnazione o ancora speranza di giustizia?
In questi trent’anni abbiamo sempre, sempre coltivato l’impegno perché sulla morte di Natale De Grazia e sulla sua attività d’indagine si arrivasse finalmente a fare verità e giustizia. Non abbiamo mai ceduto di un millimetro da questa convinzione e continuiamo a farlo, l’abbiamo sempre fatto.
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È questo il titolo proprio delle iniziative che a lui sono dedicate in vista del trentesimo anniversario della sua morte e dell’impegno quotidiano di tutta Legambiente, a cominciare dal circolo Legambiente di Reggio Calabria e dall’impegno che abbiamo avuto a livello nazionale con il Comitato per la Verità e la Giustizia. Lo facciamo soprattutto per i familiari di Natale De Grazia, che non a caso è stato inserito nell’elenco di Libera delle vittime innocenti delle mafie che sono ancora senza verità e giustizia, ma lo facciamo nell’interesse generale del Paese. Perché dietro le vicende su cui indagava Natale De Grazia ci sono pagine ancora troppo scure su cui bisogna fare chiarezza il prima possibile, nell’interesse di tutti.
Il caso De Grazia è spesso definito un «mistero di Stato». Lei che ha seguito la storia dell’«Ecomafia» fin dall’inizio, crede che lo Stato italiano abbia fatto abbastanza per proteggere i suoi servitori migliori in quegli anni, o De Grazia fu lasciato solo?
C’è un periodo storico in cui si colloca la morte di Natale De Grazia ed è agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo illegale dei rifiuti, che al suo caso ha dedicato una relazione approvata all’unanimità nel 2013, in cui chi indagava allora su queste vicende non aveva il sostegno dello Stato nella sua massima espressione. Erano singoli magistrati che lavoravano in uffici giudiziari secondari, procure presso le preture, o investigatori come lui che hanno dovuto affrontare anche ostracismi di varia natura, di vario tipo, su cui poi, grazie anche all’intervento, ad esempio, del procuratore Scuderi, si è fatta finalmente luce e gli è stata restituita la possibilità di indagare. Non era soltanto una volontà di occultare: c’era proprio una grave, grave sottovalutazione, e c’è stata per tanti anni, dei fenomeni illegali che ci sono dietro i traffici illeciti di rifiuti. Almeno fino al 2001, quando, grazie al delitto di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti, che abbiamo fortemente voluto come Legambiente, lo Stato si è messo nelle condizioni di indagare davvero, finalmente, in maniera efficace. Ci fosse stato quel delitto già allora, come chiedemmo da subito con il nostro lavoro, probabilmente la vicenda di Natale De Grazia e la sua inchiesta avrebbero avuto tutt’altro esito.
Nel 1994 lei coniava il termine «Ecomafia» e l’anno successivo De Grazia moriva mentre indagava sulle «navi a perdere». C’era, all’epoca, la percezione che l’asticella dello scontro si fosse alzata così tanto? Avevate capito che si stava toccando un nervo scoperto che coinvolgeva non solo i clan, ma anche servizi deviati e traffici internazionali?
Il termine Ecomafia, che abbiamo utilizzato per il primo rapporto realizzato insieme all’Arma dei carabinieri, nasce da un colloquio con uno dei magistrati che allora indagava su alcune delle questioni che si sono intrecciate poi con le indagini del capitano De Grazia, il dottor Nicola Maria Pace, che allora guidava la Procura presso la Pretura di Matera. Un’altra pagina, quella del Centro Enea della Trisaia, su cui non si è fatta fino in fondo chiarezza. Ma prima ancora del Rapporto Ecomafia, con il dossier sulla Rifiuti SpA che presentammo il 3 giugno 1994 come Legambiente, denunciammo l’intreccio tra pseudo-imprenditori, politici corrotti, clan della camorra e logge massoniche deviate. Facemmo nomi e cognomi. C’era questa consapevolezza, che si stessero toccando interessi forti, ma del resto era già successo anni prima con lo scandalo delle navi dei veleni, a metà degli anni ’80, quando lavoravo a Paese Sera, che aveva svelato l’esistenza di questi traffici illegali a livello internazionale verso paesi come la Nigeria, il Venezuela, il Libano, con navi che dovevano tornare cariche dei rifiuti che avevano trasportato o cercato di trasportare in questi paesi. E anche a livello internazionale c’era questo allarme forte, denunce anche al Parlamento europeo su come l’Africa, alcuni paesi africani, il Sud America e altri paesi del Medio Oriente fossero stati trasformati in discariche illegali di rifiuti prodotti dai paesi industrializzati. Non c’è molto da stupirsi, perché è proprio in quegli anni, nella seconda metà degli anni ’80, che esplode la produzione di rifiuti pericolosi derivanti dall’industria chimica e cominciano a crescere i volumi dei rifiuti radioattivi prodotti dalle centrali nucleari. Questa enorme massa di rifiuti ha costi di gestione molto elevati, che continuano a crescere. E questi costi spingono tanti soggetti, tante realtà economiche e imprenditoriali, spesso con la copertura anche degli Stati in cui questi rifiuti si producevano – dall’Europa agli Stati Uniti, per esser chiari – a trovare rotte e luoghi di smaltimento diversi, semplicemente dove si poteva pagare pochissimo per liberarsi di quelle scorie e di quei veleni. Mare compreso.
Le coordinate delle navi affondate, i documenti spariti, il dossier su Ilaria Alpi: molte inchieste si sono incrociate con quella di De Grazia per poi finire in un nulla di fatto. A 30 anni di distanza, ritiene che quei relitti siano ancora lì a parlare, o pensa che l’occasione per trovare le prove sia ormai persa per sempre?
Il fatto stesso che quelle inchieste si siano concluse dal punto di vista giudiziario con un nulla di fatto, ma abbiano consentito di raccogliere una mole enorme di documenti che sono agli atti del nostro Parlamento, che sono oggetto di un lavoro di ricerca instancabile fatto da ricercatori universitari come Andrea Carnì, dal lavoro che continuiamo a fare noi e continuiamo a pretendere come associazione, come Legambiente, dall’impegno che abbiamo condiviso con Libera, ecco, questa enorme mole di documenti va ripresa in mano. È una delle cose che noi chiediamo con forza in questo trentesimo anniversario, perché le indagini fatte allora possono essere sviluppate oggi con tecnologie, metodi, competenze, capacità che allora, 30 anni fa, non c’erano. E anche con una consapevolezza che 30 anni fa non c’era, confermata da centinaia, centinaia di inchieste che invece hanno dato risultati, stanno continuando a dare risultati, dimostrano che questi traffici internazionali in forme e in maniere diverse proseguono ancora oggi. Quindi non c’è nulla di perso. Bisogna anzi riprendere quelle attività d’indagine, rileggere — e questo lo chiediamo con forza all’attuale Commissione Ecomafia — rileggere, riprendere in mano quella documentazione, rispondere alle domande ancora senza risposta per le anomalie che sono state messe agli atti dalle relazioni che si sono susseguite negli anni, a partire da quelle fatte quando in Commissione parlamentare d’inchiesta lavorava l’allora parlamentare Alessandro Bratti, che ha fatto un lavoro straordinario di ricerca di verità. E poi ripartire con le indagini, i monitoraggi, per andare a mappare quello che è successo davvero nel nostro mar Mediterraneo. Questo lo chiediamo con forza al governo italiano, al Parlamento europeo, alla Commissione europea.
Se De Grazia fosse qui oggi, su cosa indagherebbe? Le rotte dei rifiuti tossici sono cambiate o il Mediterraneo resta ancora la discarica illegale d’Europa?
Il Mediterraneo in questi anni drammatici purtroppo è diventato la discarica di tante vite umane. Le rotte internazionali dei rifiuti, anche per il clamore che hanno avuto queste vicende a livello internazionale, per la crescita dell’attenzione e della sensibilità che c’è stata, per le risposte che sono arrivate anche dalle Nazioni Unite — penso in particolare al ruolo attivo importante dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’ambiente — hanno sicuramente costretto i trafficanti a cercare altre rotte e altre destinazioni. Rimane l’Africa, comunque, ancora oggi una meta di destinazione di traffici, in particolare di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, di materiali plastici, anche contaminati, ma è emersa anche una diffusione di questi traffici verso il sud-est asiatico. Recentissime inchieste, febbraio di quest’anno, fatte a livello internazionale dall’Europol, hanno dimostrato l’esistenza di traffici internazionali di rifiuti verso l’Europa dell’Est. Quindi i fenomeni sono cambiati, si sono evoluti, anche la presenza della criminalità organizzata è cambiata: all’inizio solo camorra, oggi molta ’ndrangheta. Quindi, se fosse ancora con noi Natale De Grazia e continuasse a fare il suo lavoro, avrebbe senz’altro una grande attenzione su queste vicende che trent’anni fa non c’erano. Queste nuove filiere di traffici internazionali vedono molto impegnata, ad esempio in Italia, l’Agenzia per le dogane e dei monopoli e, a livello mondiale, il coordinamento delle agenzie per le dogane e dei monopoli. Perché, lo ripeto, a differenza di quello che accadeva trent’anni fa, oggi, grazie anche all’impegno forte della società civile, alle denunce che abbiamo fatto, alle risposte che abbiamo preteso, c’è un’attenzione su queste vicende che trent’anni fa non c’era.
Molti giovani non erano nemmeno nati quando De Grazia morì. Perché un ragazzo di vent’anni oggi dovrebbe conoscere la storia del capitano? Qual è il messaggio più importante che questa figura ci lascia?
A un giovane di oggi va spiegato quello che è successo in un decennio che è uno più oscuri nelle vicende che hanno caratterizzato la gestione illegale dei rifiuti pericolosi e radioattivi a livello mondiale e anche nel nostro Paese, dalla metà degli anni ’80 alla seconda metà degli anni ’90. Dieci anni di misteri, di morti sospette, di omicidi drammatici come quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, di vicende come quella di Natale De Grazia, perché questa zavorra, questo peso oscuro, continua a gravare ancora oggi fino a quando non si accertano responsabilità e non si fa verità e giustizia. E la storia di Natale De Grazia è una storia straordinaria di una persona che è morta pochi giorni prima di compiere 39 anni, appassionata del mare, appassionata dell’ambiente, appassionata della vita, che guardava i giovani sempre con grande forza, con grande coraggio, e che dimostrava col suo impegno quotidiano quanto sia importante, quanto fosse importante allora come oggi, crederci in quello che si fa. Ecco, Natale De Grazia ci credeva in quello che faceva, l’ha fatto fino in fondo, ed è un messaggio forte in un mondo in cui è difficile trovare persone che danno l’esempio. Lui ha dato l’esempio. È vero, l’ha pagato con la vita, perché è stato accertato da una relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta che la sua morte non è stata dovuta a cause naturali, ma quasi certamente a cause tossiche. Questo è emerso, siamo riusciti a ottenerlo nel 2013.

È vero, è stato un sacrificio enorme, ma è stata una persona che allora come oggi può aiutare i giovani a comprendere la forza dell’esempio. Servono persone che aiutino i giovani oggi a credere in quello che fanno. Siamo riusciti in questi trent’anni a fare molti passi in avanti nella lotta alla criminalità ambientale, all’Ecomafia, a ottenere l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale, a trasformare finalmente il disastro ambientale in un delitto, l’inquinamento ambientale in un delitto. Tutto questo trent’anni fa non c’era, tutto questo oggi c’è, anche grazie al sacrificio di Natale De Grazia.













