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“Signore, siamo in un luogo di memoria e di preghiera, che porta incisi, nei monumenti e nella terra, i volti e i nomi di tanti caduti; anche di quelli ignoti, ma che il tuo Cuore conosce. Vediamo i loro sguardi di giovani, proiettati al domani ma derubati di un futuro sognato, costruito, atteso… per cui combattevano una guerra, inutile strage come ogni guerra. Vediamo lacrime infinite solcare i volti delle loro madri, trapassarne come una spada le anime, riempirne per sempre gli occhi, rivolti ormai solo al passato. Vediamo i sorrisi dei loro figli, spenti da immediata orfanezza; e vediamo il sorriso di quei figli che mai vennero al mondo. Perché la guerra uccide la vita di ogni creatura e di ogni famiglia, di ogni città e di ogni popolo, la vita dell’oggi e del domani”. Queste le parole iniziali della preghiera composta e recitata questa mattina da mons. Santo Marcianò, ordinario militare per l’Italia, durante la messa presieduta in occasione della riapertura del rinnovato Sacrario di Oslavia, alla presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto e del capo di Stato maggiore della Difesa, gen. Luciano Portolano. “Anche oggi, Signore, vediamo la guerra. Vediamo le stesse lacrime accese e gli stessi sorrisi spenti. Vediamo i giovani, morti come i nostri caduti: quelli accolti da mani pietose e quelli ammucchiati, senza la dignità di un luogo sacro come questo. Vediamo coloro che hanno dato la vita per la Patria e coloro che restano uccisi per difendere la vita di fratelli indifesi, deboli e poveri, in altri luoghi e altre patrie. Vediamo tanti luoghi e tante patrie sfigurati dalle bombe, tanta natura ferita, come ferita è la bellezza delle città, e come sono feriti i cuori di chi non avrà più città né casa. Vediamo tanti morti in case, strade, scuole, ospedali: anziani e ragazzi, sani e malati, bambini, le cui mani armate non impareranno ad accarezzare”. Nella sua preghiera il presule affida i bambini al Signore a cui chiede una carezza di pace per i cuori induriti dall’odio, dalla vendetta, dall’egoismo, dal rifiuto della speranza e dalla presunzione di sentirsi “dio”, in modo da poter vivere un futuro di speranza, di gioia e di pace.
Fonte: Agensir













