Avvenire di Calabria

L'intellettuale e docente universitario critica la "moda" del momento rispetto al lavorare da casa pur avendo la sede di servizio al Nord

South working, la critica. Castrizio: «Non ci siamo proprio»

di Daniele Castrizio

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

È ormai prassi comune che il mondo anglosassone ci imponga quotidianamente nuovi e mirabolanti termini inglesi. La mia impressione è che il fine ultimo di questo stillicidio di stupidaggini sia quello di indirizzare il pensiero occidentale, come i tonnaroti guidano i tonni verso la camera della morte lungo percorsi obbligatori. Il problema, a mio avviso, non risiede solo nel fatto di utilizzare una lingua straniera: il vero guaio è che la lingua britannica ha la capacità di condensare in una frase concetti molto complicati, obbligando chi la pronuncia ad accettare il processo logico che sta alla loro base. Perciò, per esempio, il catcalling (letteralmente: chiamare il gatto!), a ben guardare, è un concetto che va ben oltre quello di “molestia”, e che impone l’adesione al modello del politically correct, vero e proprio campo minato su cui ci troviamo tutti a camminare. In parole povere: l’utilizzo del concetto, e non dell’espressione catcalling, non permette più il discernimento individuale, vero nemico del mondo

anglosassone e della sua mania di controllo totale; non dà modo di poter distinguere e modulare le condotte umane, mettendo sullo stesso piano di condanna comportamenti inoffensivi e vere e proprie molestie.

Questo ragionamento, che, lo so bene, mi attirerà molte critiche da parte dei tanti innamorati del mondo anglosassone, si può applicare ugualmente al concetto di south working, che la pandemia ha di recente portato alla ribalta. Anche in questo caso, a mio avviso, il south working è cosa diversa dal “lavorare rimanendo nella Magna Grecia”, giacché il presupposto fondamentale dell’espressione anglosassone è che il lavoratore che proviene dal sud Italia debba per forza lavorare per una impresa del nord, ma che, grazie all’home working (altro termine orrendo), possa operare dalla sua casa, posta nel “natio borgo selvaggio”.

Cari amici, non ci siamo proprio: si continua in modo imperterrito a voler ignorare la totale mancanza di economicità di questa ennesima angheria perpetrata dai “padroni del vapore”. Il problema fondamentale rimane sempre quello: la formazione dei giovani avviene a spese delle famiglie e delle amministrazioni del sud, ma i benefici economici vanno alle imprese del nord.

Questo è inaccettabile, anche se è dalla fine della Seconda guerra mondiale che le cose vanno così. Con una differenza sostanziale, che si è palesata in modo più evidente nel corso degli ultimi anni: se prima il nord produttivo aveva bisogno di manodopera non specializzata, adesso chiede al sud cervelli e competenze specialistiche. Il danno è duplice: le regioni del sud investono per formare questo vero e proprio capitale umano, ma non solo non possono usufruirne per la propria crescita, ma si vedono depauperate della classe dirigente del futuro. Un vero e proprio darwinismo all’incontrario: i migliori vanno al nord, e qui restano coloro a cui solo il clientelismo e la Andrangheta potranno dare un lavoro. No, amici: non ci siamo proprio.

Articoli Correlati

Scilla South

Domenica in edicola. South working, opportunità o moda attuale?

Avvenire di Calabria torna in edicola o in parrocchia assieme ad Avvenire, quotdiano dei cattolici italiani. L’apertura di questo numero è dedicato al tema del South working con un’intervista esclusiva a Walter Ruffinoni, Ceo di NTT Data per l’area Emea; in vista della festa del Primo maggio, inoltre abbiamo sentito due imprenditori reggini di due generazioni diverse: Pino Falduto e Francesco Biacca. Non manca poi la voce al sindacato con Rosi Perrone.

This website uses cookies to ensure you get the best experience on our website.