Avvenire di Calabria

Caos alloggi popolari a Reggio Calabria. Muro contro muro tra Comune e associazioni dei beneficiari; servono soluzione diverse

Alloggi popolari, un tetto non basta: dislocare per includere davvero

La Caritas reggina analizza i dati a propria disposizione su analfabetismo in età adulta e abbandono scolastico nei quartieri a rischio

di Federico Minniti

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Caos alloggi popolari a Reggio Calabria. Muro contro muro tra Comune e associazioni dei beneficiari, sbagliato accentrare in un unica area. La Caritas reggina analizza i dati a propria disposizione su analfabetismo in età adulta e abbandono scolastico nei quartieri a rischio.

Le fatiche di quanti vivono in un quartiere di alloggi popolari

Come si vive in quartiere ad alta densità di alloggi popolari? Siamo sicuri che concentrare queste soluzioni abitative comporti automaticamente un innalzamento della qualità della vita dei nuovi assegnatari? E ancora: la comunità come struttura i percorsi di inclusione?

Seppur il tema tocchi da vicino tanti reggini, spesso è la Caritas diocesana di Reggio Calabria una dei pochi soggetti che prova a dare risposte, accanto alle parrocchie territorialmente coinvolte, a quanti bussano alla propria porta.

Di alloggi popolari e contesti di disagio ne abbiamo parlato con Nella Restuccia, responsabile del Centro di ascolto diocesano Caritas “Monsignor Ferro” di Reggio Calabria. «Indubbiamente - ci spiega Restuccia - se dovessi stimare la provenienza delle persone che si rivolgono ai nostri Centri d’ascolto, una buona parte, circa il 70-75% arriva da tre aree della città in cui si concentrano molti alloggi popolari. Mi sto riferendo ad Arghillà Nord, Rione Marconi e Ciccarello».

Aggiunge la responsabile del Centro d’ascolto diocesano: «C’è un altro aspetto peculiare: la tendenza all’analfabetismo in età adulta e all’abbandono scolastico è altissimo in queste aree, decuplicato rispetto al resto della città». Davanti agli occhi di Nella Restuccia spesso arrivano donne sole coi propri figli: «Hanno i mariti detenuti e non lavorano». Non sono casi limite, «ci sono tantissime storie “a reddito zero”» spiega.

Di fronte a questa umanità così fragile, la Caritas prova a mettere in atto la creatività della Carità con forme disparate di servizio alla persona: «Siamo riusciti a rinsaldare l’azione dei Centri d’ascolto parrocchiali che riescono così a dare una prima essenziale risposta sul territorio». Ovviamente tutto questo non basta: «È allarmante anche il dato sanitario: senza voler generalizzare spesso mancano le forme base di prevenzione».

Insomma, «il rischio è di ghettizzare quelle famiglie che, attraverso un alloggio popolare, spesso sperano di avviarsi verso una “vita normale”». Dal fronte Caritas c’è una lettura per il territorio: «Sarebbe opportuno che la politica prendesse seriamente in considerazione l’opportunità di diversificare l’ubicazione degli alloggi popolari: dislocarli su tutto il territorio comunale vorrebbe dire automaticamente migliorare le condizioni di vita dei beneficiari».

Il perché di questa deduzione, Restuccia lo sintetizza così: «È normale che i diversi quartieri che sarebbero chiamati a includere 3-4 famiglie potrebbero organizzarsi in modo più incisivo». Secondo la responsabile del Centro d’ascolto “Monsignor Ferro” sul tema, infatti, nessuno può sentirsi deresponsabilizzato: «Tutt’altro; la vicenda alloggi popolari non riguarda solo i beneficiari, bensì tutta la comunità che ha il dovere cristiano di sostenere quanti versano in condizioni di fragilità socio-economica».

La protesta delle associazioni

In riva allo Stretto ci sono diverse realtà associative che si battono per il diritto alla casa; sono radunate sotto la sigla dell’Osservatorio del Disagio abitativo. Tra queste c’è “Un mondo di mondi” il cui portavoce è Giacomo Marino che abbiamo intervistato.

Che idea si è fatto della sentenza del Tar sugli alloggi popolari a Reggio Calabria?

Le due sentenze di fine dicembre 2022 purtroppo evidenziano che il settore degli alloggi popolari del Comune di Reggio Calabria non funziona. C’è da dire che queste sentenze si rifanno ad altre due precedenti (gennaio 2021 e aprile 2022) inapplicate in merito all’Emergenza abitativa in cui il Tar chiedeva al Comune di assegnare gli alloggi ai beneficiari aventi diritto.

Solo un problema amministrativo?

Tutt’altro. È una difficoltà cronica che si concretizza nell’assenza di verifiche sugli immobili e di attuazione del turnover previsto dalla normativa, giusto per favore qualche esempio. La nostra non è una posizione di critica a priori, ma abbiamo visto naufragare in questi anni tutte le promesse che sono state fatte ai cittadini. A noi sembra, e speriamo di sbagliarci, che il Comune non voglia far funzionare questo settore…

Accuse gravi, possibile che non ci sia un barlume di speranza?

Guardiamo in faccia la realtà. La graduatoria dell’Emergenza abitativa è stata pubblicata nel 2020 per 28 famiglie che versano in condizioni socioeconomiche gravissime. Sono passati due anni e, nonostante l’ok della Regione Calabria, per cinque di loro non è stato assegnato nessun alloggio.

Ma la quota di assegnazione è stata definita a novembre scorso…

Due mesi non sono poco viste le condizioni di queste famiglie: cosa si sta aspettando a farlo? Lo scorso 4 luglio è stata approvata una Delibera di Giunta comunale in cui si afferma che ci sono 57 alloggi immediatamente disponibili (18 del Comune e 39 dell’Aterp). Tutto ciò che non rientra nel riparto del 5% andrà a bando. Con un ulteriore cortocircuito burocratico…


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Perché?

La graduatoria del bando indetto nel 2019 è stata pubblicata l’8 ottobre del 2022: ci sono 210 famiglie vincitrici che ancora oggi attendono l’alloggio. Lo spauracchio è il precedente del bando 2005 (con graduatoria pubblicata nel 2012). In 10 anni (nell’intervallo 2012- 2022) sapete quanti alloggi popolari sono stati assegnati? Sette famiglie su 1.000 vincitrici. Parliamo dello 0,7% dei beneficiari.

Basterebbe “sfruttare” meglio i Beni confiscati con finalità atte all’edilizia popolare?

Possono essere sicuramente una risorsa. Ma serve fare un chiarimento: i beni confiscati rientrano in un’operazione di Social Housing che si rivolge a un target diverso dai beneficiari degli alloggi popolari. Ma anche su questo il Comune ha promesso tanto, ma ha mantenuto poco.

Un’altra polemica?

Non sono polemiche, ma dati di fatto. I Beni confiscati non sono un’alternativa agli alloggi popolari, lo dice la legge. Negli anni passati (prima consiliatura Falcomatà), il Comune di Reggio Calabria ha stornato un finanziamento di 11 milioni di euro proveniente dal Decreto Reggio e finalizzato per la costruzione di alloggi popolari per i beneficiari del bando 2005 adducendo come “soluzione” il numero sufficiente dei Beni confiscati per rispondere a quella esigenza. Niente di più sbagliato: infatti, i Beni confiscati sono beni indisponibili che non possono essere assegnati ai vincitori della graduatoria ordinaria poiché non possono essere riscattati.

E che fine hanno fatto quei fondi?

Noi stiamo continuando a sollecitare che vengano utilizzati per le finalità previste. Non serve costruire, bensì acquistare 150 appartamenti che andrebbero a sostenere tutte quelle famiglie reggine che ne hanno diritto.

Le parole del Comune di Reggio Calabria

Francesco Gangemi è l’assessore all’Edilizia residenziale pubblica del Comune di Reggio Calabria, da poco più di un anno, e in questo periodo ha riscontrato «problemi atavici». Tra questi spiccano gli alloggi occupati abusivamente. Abbiamo provato a capirne di più.

Come si risolve il problema degli abusivi?

Il problema è complesso. Come passo iniziale abbiamo incaricato una società di consulenza che ha il compito di “mappare” il patrimonio di edilizia pubblica locale a Reggio Calabria.

Una sorta di censimento?

Esattamente. Questo si affianca alla Legge regionale che dà la possibilità agli occupanti abusivi degli alloggi popolari di sanare la propria posizione. Ovviamente tutto questo riduce (e di molto) il numero di case disponibili per quanti sono in graduatoria.

Liste spesso interminabili…

A Reggio Calabria ci sono due graduatorie attive. La prima è gestita dalla Commissione provinciale alloggi, già pubblicata nell’ottobre 2021, e la secondo è legata all’Emergenza abitativa. Su quest’ultima soltanto a fine novembre scorso la Regione Calabria ci ha dato la quota di assegnazione pari al 25% degli alloggi disponibili. Tradotto in numeri concreti 5 alloggi al fronte dei 18 totali.


PER APPROFONDIRE: Alloggi popolari, la proposta di Legambiente: «Sfruttare il 110% per Arghillà»


Proprio sull’Emergenza abitativa si è pronunciato di recente il Tar.

Abbiamo già riscontrato la sentenza con comunicazione scritta. Purtroppo questo rilievo amministrativo sta sviluppando polemiche ridicole. E spiego pure perché: chi ha fatto ricorso non rientra tra i beneficiari.

Polemiche o difficoltà di dialogo con le associazioni di categoria?

Ci sono associazioni e sindacati che lavorano nel silenzio puntando al sodo della questione. Poi c’è chi alza polveroni. Questi ultimi hanno avuto facile accesso al mio assessorato, con porte apertissime agli uffici di dirigente e funzionari.

Beni Confiscati, strada possibile?

Cinque appartamenti tutti nello stesso stabile in via Mortara, uno a Catona, un altro in via Roma e l’ultimo nell’area di Bovetto. Per chi è pratico di Reggio Calabria c’è già la “mappa” dei Beni confiscati che potrebbero presto trasformarsi in alloggi popolari.

C’è il via libera dell’Agenzia nazionale per i Beni confiscati e ci sono i fondi per la loro ristrutturazione che arrivano dall’Agenda urbana. Interrogato sulla vicenda, l’assessore all’Edilizia residenziale pubblica del Comune di Reggio Calabria, Francesco Gangemi, ha spiegato come il progetto sia giunto a un punto di svolta: «Abbiamo stanziato 470mila euro per la riqualificazione e l’abbattimento di barriere architettoniche per 8 beni confiscati. I lavori inizieranno a breve e saranno destinati - ha concluso Gangemi - alla graduatoria dell’Emergenza abitativa».

Il focus sul Social Housing

Un tetto può salvarti la vita. Non c’è dubbio che il diritto alla casa sia una delle priorità per una Paese che voglia chiamarsi civile. Lungo lo Stivale a latitudini socio-economiche diverse si sta sviluppando un nuovo modello di risposta all’Emergenza abitativa.

Ha un nome anglofono, social housing, ma in termini semplici rappresenta la presa in carico delle comunità dei soggetti più fragili. Dislocando e differenziando le opportunità sul territorio. Approfondendo il tema abbiamo trovato storie simili a Trieste come a Catania, a Lecce come a Vincenza fino ad arrivare a Milano, Firenze e Bergamo.

C’è, addirittura, un focus specifico proposta da Caritas nazionale partendo dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, noto a tutti con l’acronimo Pnrr. Partendo proprio da questo versante, l’housing sociale (sia temporaneo che definitivo) rientra nelle voci di spesa dell’oltre 1.250 milioni di euro destinati alle funzioni socio-assistenziali per i comuni italiani.

In tal senso, Caritas nazionale provando a disegnare una cornice cattolica al sistema-Welfare previsto dal Pnrr, sul tema dell’housing sociale auspicando «politiche unitarie» per «aumentare l’attenzione sul problema abitativo sia per riqualificare l’edilizia pubblica che per realizzare nuove abitazioni in affitto a basso costo».

Prima ancora del Pnrr, però, in Italia il concetto di Social Housing si era diffuso grazie al peculiare supporto di molte Caritas diocesane alla Rete Housing First Italia. Questa nuova filosofia si fonda su alcuni puntiguida: la comprensione del bisogno dell’utente; un supporto socio educativo che dura per tutto il tempo necessario; accesso ad appartamenti indipendenti, possibilmente situati in diverse zone delle città (per evitare ghetti del disagio); separazione del trattamento dal diritto alla casa auto-determinazione del soggetto nelle scelte da fare; definizione di un programma di supporto condiviso tra servizio sociale e utente e riduzione del danno.

L’housing sociale, fondamentale, è un servizio che offre soluzioni abitative a persone e a famiglie fragili che attraversano momenti di difficoltà dal punto di vista economico o abitativo. L’accompagnamento verso l’autonomia è nello spirito del modello Housing First, nato a New York negli anni Novanta del secolo scorso ad opera di Sam Tsemberis, docente universitario di psichiatria, e diffusosi poi nel resto degli Usa, in Canada, in Europa, con adattamenti alle specifiche realtà sociali.

Dappertutto, comunque, si basa sulla centralità del diritto all’abitare e sul supporto offerto da operatori sociali per consentire a persone fragili di intraprendere un percorso di integrazione o reintegrazione sociale.

Inoltre, e non è un fatto affatto secondario, potenzialmente Housing First potrebbe rappresentare un percorso per tutte o comunque per la gran parte delle 50.724 persone senza dimora che nel nostro Paese sono state censite da Istat nel 2014, un dato senza dubbio sottostimato perché conteggia solamente chi ha utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna in 158 comuni italiani oggetto dell’indagine.

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