Autismo: Sinpia, dieci campanelli d’allarme per riconoscerlo. Fazzi, “diagnosi, cura e interventi abilitativi per reale inclusione”

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Non rispondono al proprio nome dopo i dodici mesi; non si voltano verso gli oggetti quando un’altra persona li indica; evitano il contatto con gli occhi e vogliono stare da soli; hanno problemi a relazionarsi con gli altri o non presentano alcun interesse verso le altre persone; non amano essere abbracciati o coccolati o lo accettano solo quando è una loro iniziativa. Sono questi i primi cinque campanelli d’allarme ai quali la Sinpia (Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) invita  a prestare attenzione per riconoscere un disturbo dello spettro autistico, condizione che colpisce circa l’1% della popolazione. Alla vigilia della Giornata mondiale dedicata (2 aprile), la società scientifica elenca altri segnali da non sottovalutare: questi bambini appaiono assenti quando le altre persone parlano loro, ma reagiscono ad altri suoni; presentano un linguaggio immaturo e più in generale un ritardo nelle competenze linguistiche; ripetono le parole o le frasi che sentono invece di usare il linguaggio adeguato all’età e comunicativo, spesso compiono azioni ripetitive come battere le mani, dondolarsi o girare su sé stessi, hanno reazioni inusuali a odori, sapori, suoni o a come le cose si presentano al tatto.
“L’autismo – spiega Elisa Fazzi, presidente Sinpia direttore Uo Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza Asst Spedali Civili – è una condizione di fragilità specifica del neurosviluppo” che “sfida le famiglie che hanno tra i loro componenti una persona autistica, non è facile organizzare una vita di relazione e di comunicazione intra familiare che tenga conto delle specifiche attitudini del bambino autistico; sfida la società perché per raggiungere una reale inclusione è necessario ripensare e riformulare alcuni dei modelli che guidano tutt’ora il mondo della scuola e del lavoro; sfida anche il Ssn perché la diagnosi, la cura e gli interventi abilitativi vanno inseriti in un processo di cura continuo, sistematico, a diversi gradi di intensità in base al naturale incedere del ciclo di vita, che sappia tenere insieme alta tecnologia, competenze professionali specialistiche ma anche relazione e continuità di cura”.

 

Fonte: Agensir
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