Avvenire di Calabria

L’orgoglio di chi con coraggio tutti i giorni affronta la partita contro ogni tipo di mafia

Csi e Libera: i cento passi per la legalità

Federico Minniti

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Locri e l’Italia sfidano le mafie. Uno, dieci, cento passi: nella carovana nazionale della Memoria e dell’Impegno, promossa da Libera e Avviso Pubblico, c’era anche un folta delegazione del Centro Sportivo Italiano da sempre accanto a don Luigi Ciotti e i suoi ragazzi nel contrasto alla criminalità organizzata. Il Csi è sceso in campo in modo semplice, sfilando proprio accanto ai familiari delle vittime di mafia. Qualcuno dei ragazzi degli oratori calabresi ha compiuto un tratto del percorso con loro: al loro senso di sconfitta si unisce quello dell’orgoglio di chi oggi affronta con coraggio la partita della legalità. «Lavoro, scuola, servizi sociali, restano il primo antidoto alla peste mafiosa – ha detto don Luigi Ciotti, esortando i venticinquemila presenti al corteo – l’educazione è il primo investimento. Ai ragazzi va concessa la possibilità di scoprire la loro attitudine e la loro passione». E quale “spazio” migliore degli oratori concilia l’educazione e il divertimento? Eppure proprio lo sport – e a testimoniarlo sono diverse indagini della magistratura – è finito nelle mani delle cosche per un vorticoso giro di riciclaggio. Ma non solo: è anche una questione di “prestigio sociale” che è insita della «mafiosità», la stessa che secondo Nicola Gratteri – magistrato originario della Locride, ora a capo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – ha armato la bomboletta–spray di quanti hanno imbrattato i muri dell’episcopio di Locri scrivendo “Don Ciotti sbirro”. «Gente dell’anti–Stato,– ha detto Gratteri – che fa il tifo per la ‘ndrangheta». Ultrà della mentalità mafiosa, come quella di Giovanni Morabito, imparentato con l’omonima cosca dei “Tiradrittu”, che dalla Locride si è trasferito nel nord Italia, ma non ha esitato – proprio lo scorso 21 marzo – a estrarre la pistola per intervenire a favore del figlio (di 11 anni) in un litigio maturato “a bordocampo”. Scene di ordinaria follia aizzate da quella «pedagogia mafiosa» – per definirla con le parole del prete anti–ndrangheta, don Giacomo Panizza – da contrastare con l’educazione al “bello”, proprium dello sport educativo. Come quello del Csi: «Oggi siamo in piazza con la nostra delegazione di ragazzi che attraverso lo sport si sono dissociati dalla ‘ndrangheta – dice Paolo Cicciù, consigliere nazionale del Csi, presente a Locri accanto al presidente regionale dell’associazione, a Giorgio Porro, e al direttore nazionale dell’Area “Sport e Cittadinanza”, Sergio Contrini – Sono ragazzi che hanno fatto errori, sono caduti. Ma che adesso stanno ripartendo, grazie allo sport, nella legalità». Storie che si intrecciano a quei nomi, quasi novecento, di vittime innocenti della cruenta mano della prepotenza mafiosa. «La memoria è un capitale, un patrimonio a cui non si deve mai rinunciare. È il ponte tra passato e presente; esprime l’omaggio a coloro che hanno dato la vita, ma interpella la nostra coscienza perché il loro sacrificio sia per tutti una lezione che illumini il nostro presente», ha detto monsignor Vincenzo Bertolone, presidente della Conferenza Episcopale Calabra confermando la massima vicinanza della Chiesa del Mezzogiorno ai percorsi di giustizia sociale, come quelli avviati nei campetti di periferia del Csi: tra l’assenza (cronica) di strutture sportive adeguata, c’è da vincere la sfida della cooperazione in una società realmente educante.

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